Scritta da: G. Casarini

Spirava uno zefiro gentil

Spirava quel dì uno zefiro gentil,
soave melodioso degli uccelli
il canto, di profumi fiori erbe
arbor odorava il bosco, fresco
il capanno, soffice il giaciglio,
lì la mia ninfa, ignudo, d'amor
pronto alla tenzone qual dio
Pan ardente il desiderio pronto
sol attendeo poi venne, vide,
persi, irata irose le parole disse:
non può esservi pugna non
battaglia con simile zagaglia!
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    Scritta da: G. Casarini

    Mea Gens: Il Ticino

    Mughettose, festanti e ridenti le sponde del Ticino,
    querce secolari e castagni d'odorosi boschi:
    mazzolini fioriti e cesti di porcini dal profumo intenso
    a Milano offriva un tempo Modestino
    a Porta Ticinese e Lodovica e in Piazza Duomo:
    una vita semplice, frugale e priva di pretese.
    Un tempo l'azzurr'onda sfiorava con fruscio i bianchi
    sassi e arsi, cotti dal sole Giovanni e i suoi fratelli
    lunghi forconi agitavan svelti nell'acqua dai barcè
    e i levigati ciottoli, frammenti di grezzi massi
    nel fiume a monte rotolati e poi rotti e spezzati
    da salti e lavorio dell'acque e trascinati
    per tempi e per stagioni sconosciute,
    l'affannosa e sobbalzante corsa qui finivan
    fermati, imprigionati da rebbi rugginosi;
    poi da fatica aggiunta e a forza aggiunti
    a guisa di bianchi su un ampio slargo monticelli
    portati infine in fornaci ardenti e vetrerie
    davano pane a Giovanni e ai sassaioli
    tramite forma e vita di familiari oggetti:
    vita dura e faticosa con dignità vissuta.
    Soli nel lavoro e nella vita al Goss e Margarota,
    "salvadag" li chiamavano certuni:
    era poi falso ma si sa la cattiveria
    era ed è allora come oggi assai presente
    che, per il dimesso aspetto e i poveri vestiti
    miseri stracci più volte rattoppati,
    si diceva e si credeva avessero malie
    strane e odiassero sia i grandi che i piccini,
    per questi allora non vi era peggior babau:
    meglio evitarli non incontrarli in strada.
    Così costretti da questa diceria odiosa
    a percorrer solitari solitarie vie la vita tutta
    giorno per giorno fuor che nell'Inverno
    dall'alba fino a sera tarda e senza sosta
    curvi e piegati lungo i cigli di rami
    secondari del Ticino tagliavan di netto
    con l'acqua sino alle ginocchia, ah povere ossa,
    teneri giunchi e ne facevan solide fascine.
    Io bambino "milanese", ospite dei nonni a Motta
    e non del tutto ignaro di tale cattiva maldicenza,
    questa devo rigettare e dire forte: "Care figure addio,
    agrodolce ricordo della fanciullezza!"
    Volle il caso che per caso li incrociai,
    cigolava la carriola colma di fascine,
    forti gli attriti della sgangherata ruota,
    solo, tremante, impaurito ed alla fuga pronto
    fui fermato non da callose e ruvide mani
    né da sdentate e paurose bocche
    ma da due ciau e da larghi sorrisi
    accompagnati da gesti in forma di saluto:
    non membra d'orchi ma di persone umane!
    Vita misera e piena di tristezze se non dolore:
    per poche lire un certo Giovanö prendeva le fascine!
    Mani esperte rapide le sue e veloci ed ecco cesti,
    cestini, fiaschi impagliati e damigiane
    di vesti intrecciate rivestite e belle,
    centri, centrini, sporte e sottovasi:
    parte all'industria, parte alle osterie,
    il resto infine lo vendeva Ghita la moglie
    col suo banchetto di sabato al mercato.
    Di tutti forse la miglior ma pur sempre vita grama!
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      Scritta da: G. Casarini

      Nera figura tutta nera

      Nera figura tutta nera nero scialle
      nera lunga fino ai piedi palandrana
      nere pantofole di grezza pezza ancor
      di lei il ricordo in Milano via Celoria
      negli anni miei oggi lontani mendicava
      lì solo studenti di passaggio o quasi
      a quelle ore assai preste del mattino
      politecnico scienze come medicina
      qual buona sorte e sperato auspicio
      per un esame da dare e poi da superare
      più di uno spicciolo risuonando forte
      nel piattino di metallo nero lì cadeva
      con cura posto lì a lei vicino vecchia
      tremolante vecchia su un instabile sgabello
      seduta lì quale destin ultimo triste giunta
      sfatta sfinita quasi consunta cinquant'anni
      di meretricio forse di più passati in bordelli
      di piacere case e angoli di strade il marciapiede
      forzati amplessi falsi sorrisi baci a lei rubati
      di guadagno fonte dello stato per tenutarie prima
      di un giovane pappone dopo che anziano
      poi inabile lei a quel triste mestiere diventata
      ancora misera alla questua allor portava
      povera vecchia sola senza affetti donna
      vigliaccamente che vigliacco ancor sfruttava.
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        Scritta da: G. Casarini

        I melograni di Mornico Losana

        Nella stagion che di rosso intenso s'apron dei melograni
        i fiori macchie di queste colorate gemme di Mornico Losana
        ornano la veste, sul limitar stanno di pietrose antiche case
        abbandonate, in giardini, un tempo, tra spessi rovi s'ergon
        a fatica e tra sterpaglie secche, lungo pendii che scendon
        verso valle e sui cigli qual sentinelle ferme delle strade
        all'arboreo scintillante quadro donan sua completezza
        sì che nel caldo giugno questo al ciel volto rosseggiar di fiori
        rossi negli anni nel tempo si rinnovella dolce vision donando.
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