Scritta da: Dario Rozzi

Stanze in purgatorio

I

Canta la sarabanda se il cielo sfavilla,
prendi tutto ciò che ti manda la sorte,
la luce del sole che scalda, non morte
ma il suo riflesso che brilla sul mare
se infine la notte è finita;
nasce la vita riflessa in verde bottiglia
quando rinasce la voglia, l'odor di vaniglia
di chi non lascia e non piglia
e ora sei al vento anche tu con la randa color cocciniglia,
preghi perché sia salva e ben viva
tua figlia

II

Suonami forte la giga, colore degli occhi
di donna, vai a cercarti una figa, una figlia
quando la moglie sconnessa nel letto sbadiglia,
cerca un contatto di testa con una vergine sciolta:
non ti concedere alcun rapporto sessuale, neanche una volta
se dietro intravvedi il dolor dell'estate nel vento
se dietro, sgomento, indovini Ecate la tripla,
Artemide scura dagli occhi di piombo,
se cerchi all'interno di ogni rapporto
l'aspetto mortale, se sai che quel che rimane
non vale: tollera allora che conti soltanto il momento parziale
solo accettare la fine può liberarti dal male

III

E poi ridi, corri, salta se lo permette il ginocchio,
se credi ancora per sbaglio di essere giovane e sveglio,
scopri dietro al riquadro il contorno dell'occhio
trova il riflesso di te nel mare che mobile svaria:
sei certo infine che tu non sei morto, che ancora
tu vivi: l'anima tua sta nel rapido e svelto
svariar degli ulivi nell'aria
quando alla sera si muovon scolpiti dal vento;
sembrano dire che infine ha trovato una fine l'inverno
del nostro dolore, che ora ti svena
ogni giorno nel vento alle fonti
del nostro scontento,
che è lento, stabile e fermo
così come l'amore alle porte di Vienna
(sotto al Pont Mirabeau per sempre scorre la Senna!),
e poi ricorda il "come dev'essere dolce morire":
dinanzi a questo dolore non credo sia meglio svanire
meglio soffrire crescendo, come le gemme in aprile
mese colore del miele, colore del cardo
per sempre crudele se non ti ricordo

IV

Così ritorna ogni estate, e se ti han messo in ginocchio
scopri ingegnoso la storia di chi ti sta accanto:
lascia il rimpianto, nascondi le tracce del pianto
dietro alle palpebre chiuse, accendi col sogno
il bisogno di vivere ancora il disegno,
il caro profilo di morte scolpito nel legno.
Se te lo chiedono, glissa, poi annulla nel sonno
la veglia infernale di chi chiama sogno
la pausa infelice fra nascita e morte, ma tollera sempre
l'estate ricolma di turgidi frutti e dolore
mortale, cazzate e ricordi del male;
su, tira avanti, verranno ben presto
gli incanti d'autunno, e finita la guerra
respirerai nuovamente l'odor della terra.
Composta giovedì 25 aprile 2002
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    Scritta da: Dario Rozzi
    Esser trattato
    con disamore,
    molcito, rabbonito
    come un cretino malriuscito,
    oppur gestito con tono altero
    ma servile,
    guardato con disprezzo,
    come se un lezzo
    sottile
    scaturisse da me, vile
    profeta in patria, nutria
    deforme, malnata, abbeverata
    al filo dell'infamia
    e della maldicenza, sempre con un secondo
    fine nascosto,
    come se stare al mondo
    dovesse ad ogni costo
    implicare un tradimento
    necessario
    al tuo sentirti viva, al mio sentirmi avvolto
    nel sudario
    dal volto impresso
    che ogni giorno
    mi cuci attorno –
    ma fa lo stesso.
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      Scritta da: Dario Rozzi
      Signoreddio, che sei diverso e uguale
      proteggi questo figlio che sta male
      dipingigli il viso d'ametista
      lo vedi, soffre come un animale

      se tocca quel pezzetto di dolore
      che porta sepolto dentro al cuore:

      sta male se guarda la luna, la luna
      ha il colore del sangue
      mestruale, e l'utero in rovina
      porta la sofferenza ballerina

      Il mestruo è morte e distruzione
      per chi dall'interno lo ha vissuto,
      l'embrione triste, povero e cornuto

      Ma perché non mi vedi,
      mi vedrai quando sarai più libero,
      non credi?
      Composta sabato 11 dicembre 2010
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