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Commenti a "Anche l'anima ha bisogno di una favola!" di Susan Randall


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Interessante, questa idea della reazione a catena per cui l'anima produce favole di cui al tempo stesso si nutre.
     Per quanto io possa riesaminare la questione, non posso esimermi dal ritenere, a livello meramente razionale, che il generante (l'anima) non abbia bisogno del generato (la favola), ma lo produca spontaneamente; e che invece il generato (la favola) abbia bisogno, per la sua stessa esistenza, del generante (l'anima).
     Tuttavia, non posso negare che I FATTI (i quali, notoriamente, spesso non tengono in alcun conto la mera razionalità) dimostrino l'effettivo sussistere NELLA REALTA' di una situazione per cui l'anima, che genera favole, al tempo stesso se ne nutre. E si nutre non solo delle favole proprie, ma anche di quelle altrui; e chi si nutre di qualcosa, nei fatti ne ha bisogno, anche se astrattamente, da un punto di vista strettamente causale, ciò non appare.
     Una corrispondenza biunivoca tra anima e favola: cioè una relazione di equivalenza, cioè una relazione binaria riflessiva, simmetrica e transitiva. Parrebbe dunque esatto che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, come disse Shakespeare...
     A questo punto però resta ancora una sola cosa da capire: è proprio vero che è l'anima a produrre le favole? E se fosse vero anche l'inverso? Se cioè fossero anche le favole a generare l'anima? In una relazione di corrispondenza biunivoca riscontrata tale per via di fatti, non ci sarebbe da stupirsene. Se così fosse, si verrebbe a capo di tante cose: la prima potrebbe essere l'esistere di una Favola cui sia necessaria la generazione e l'esistenza di anime, alla stessa maniera in cui alle anime è necessaria la generazione e l'esistenza di favole.
     In barba alle serie di processi chimici che avvengono in uno specifico ammasso di atomi...  ; )
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Tutto questo per dire che se A (l'anima) genera B (la bellezza della favola), B a sua volta nutre A1 (una seconda anima) che, non avendo di meglio da fare, genera B1 (una seconda e non ultima bellezza, magari migliore della prima) e così di seguito.
Ovviamente può anche accadere che B, oltre ad A1, alimenti la stessa A che l'ha generata, stimolandola magari a generare una favola ancor più bella della precedente (direi quasi... una favola favolosa... accontentando così anche coloro ai quali i giochi di parole - innocui, divertenti e lievemente irriverenti - tutto sommato non dispiacciono). Ma, come e' abbastanza ovvio, questa fattispecie di concatenazione di possibilità ne offre moltissime. Fra queste anche quella in cui A crea B e li' la sequela si arresta per le ragioni più varie. Mi sembra però che, nella generalità dei casi, gli eventi descritti abbiano buone probabilità di innescarsi in cascata pur non realizzando necessariamente un processo virtuoso. Può essere cioè che in diversi casi si parta da B (una gran bella favola) arrivando dopo N passi del processo ad un BN decisamente degradato.

In altri termini la corrispondenza fra favola (letteraria e non) e anima e', a mio modo di vedere, biunivoca: l'anima ha bisogno di favole e viceversa.
Tuttavia, come detto da altri, queste conclusioni sono frutto di esperienze personali e della prospettiva dalla quale si vuole o si riesce a vedere il mondo.
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Sarebbe anche confortante che chi abbia la fortuna di vivere una favola (non letteraria), riesca a trovare la forza, il coraggio, la volontà e le capacità per tramutarla in qualcosa di almeno simile, non tanto nella forma, quanto nell'evidenza di un segno tangibile, testimone durevole del piacere di condividere e donare ai pochi o ai molti osservatori uno spicchio, una fettina, una scorza della nostra allegra, inquieta o tormentata anima.
Un dono che i più neanche noteranno, qualcuno lo osserverà distratto, qualche altra anima lo raccoglierà assorbendone ciò che vi è o vi scorge di buono ed infine lo rielaborerà, restituendo qualcosa di diverso. Qualcosa di "animato" però dalla medesima volontà di donare e condividere.
Di qui la ciclicità delle cose del mondo, delle favole scritte e vissute, della poesia sognante e angosciata, delle anime alla ricerca del senso della vita.
Ciò detto mi e' venuta in mente l'immagine di Giotto che, invece di crescere alla bottega di Cimabue, nasce, vive ed opera in un deserto nel quale sfoga il suo estro tracciando cerchi perfetti sulla sabbia che, complice un vento irriverente, non restituirà giustizia a cotanto genio.
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L'unica definizione scientifica che si può dare fino ad oggi dell'anima (secondo me) è molto demitizzante ... vederla come una serie di processi chimici che avvengono in uno specifico ammasso di atomi è a dir poco brutale!!!

Ma per noi e meglio resti anche quell'oggetto etereo che ci fa sentire il mondo, ci fa percepire le cose. Quello oggetto misterioso che ci consente di intepretare e percepire il tutto ognuno con in modo diverso e con diverse esperienze.
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Sia però ben chiaro che ritengo comunque molto più interessante e stimolante entrare in contatto con la fantasia, piuttosto che con la razionalità altrui. La razionalità, infatti, si fonda su schemi e mezzi di comunicazione precisi e rigorosi sì, ma uguali per tutti; mentre solo la fantasia, l'intuizione, il sentimento recano in sé l'impronta della personalità, che ci rende diversi l'uno dall'altro. Ecco, in questa ottica gli esseri umani hanno bisogno a mio avviso di coltivare in modo particolare la fantasia , perché la tecnologia e la massificazione delle idee e dei comportamenti tendono sempre più a spersonalizzarli.

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