Trama del film Van Gogh - At Eternity's Gate

È di sole che ha bisogno la salute e l'arte di Vincent van Gogh, insofferente a Parigi e ai suoi grigi. Confortato dall'affetto e sostenuto dai fondi del fratello Theo, Vincent si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia e a contatto con la forza misteriosa della natura. Ma la permanenza è turbata dalle nevrosi incalzanti e dall'ostilità dei locali, che biasimano la sua arte e la sua passione febbrile. Bandito dalla 'casa gialla' e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin e le visite del fratello. A colpi di pennellate corte e nervose, arriverà bruscamente alla fine dei suoi giorni.

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Schnabel prov'a tradurre tensioni, inquietudini, difficoltà di van Gogh mediante l'uso della cinepresa, che dovrebbe farci vedere la realtà con gl'occhi del pittore così come lui la vedeva. L'inquadrature in soggettiva e in controluce, traballanti, sghembe, sfocate vogliono proiettarci dentro la vita dell'uomo e dell'artista. Ma è questo il vero van Gogh? La persona ch'emerge dai suoi scritti (diari e lettere) oppure dai suoi lavori (quadri, schizzi, ritratti)? Non c'è traccia del furibondo, ossessivo, delirante, vorticoso mulinare pittorico ed esistenziale che l'ha consegnato alla storia. Esso viene qui rimpiazzato da una propensione per una (cristologica*) estaticità che fors'è presente nelle sue riflessioni ma non nella sua arte. Ad aggravare il risultato, il film s'affida troppo alle parole, ricorrèndo spesso a lunghi pedanti dialoghi esplicativi.

*L'aggiunta dell'aspetto cristologico s'esplicita iniziando dalla conversazione di Dafoe con Mads Mikkelsen: quest'ultimo aveva già interpretato il ruolo di prete ne "Le mele di Adamo" (Jensen 2005), mentre Dafoe aveva già recitato nei panni del Nazareno sia con Scorsese ("L'ultima tentazione di Cristo", 1988) sia con Ferrara (nel metaforico "New Rose Hotel" del 1998).

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