Scritto da: Andrea Manfrè

Michele e il suo sogno vogliono lasciare il porto


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Michele non era più giovane e i tratti infantili del volto stridevano con la pelle in rovina. I capelli rossicci gli scendevano radi sulla fronte e i piccoli occhi, di un incantevole azzurro, difficilmente apparivano sereni. Ogni giorno, smessa la divisa, abbandonava le sembianze decorose del fattorino e girava per i vicoli irriconoscibile al suo se stesso di poco prima. Una cinta sfasciata sosteneva un paio di vecchi e corti pantaloni che gli avvolgevano le gambe, una camicia con qualche bottone tratteneva a stento l'addome e uno sdrucito cappellino gli ombreggiava il viso. L'avresti scambiato facilmente per un fantoccio se fosse stato fermo, ma poiché camminava veloce verso il mare con una leggera e buffa rotazione dei piedi la gente lo diceva un po' matto, come la vecchia madre.
Giunto al porto saliva a bordo del suo peschereccio in disarmo, scompariva, riappariva in coperta, si stagliava quasi intagliato nel legno contro il cielo e si protendeva a osservare le onde, prima a poppa poi a prua. Con perizia controllava le corde e l'ormeggio a patta d'oca, con pazienza osservava i gabbiani alloggiati sul cassero. Solo allora cominciava il lavoro. Comparivano raspe, vernici, chiodi, e chino su quel peschereccio enorme, si ... [segue »]

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