A mio padre

Tu sai quello che ancora io non so
l'inutile riposo della notte,
la pace che spande la sua morta
luce nelle taverne vuote,
i borghi uccisi dalle ruspe.
Le nude camelie nel terriccio,
come rosari abbandonati dalle vecchie,
altra stagione vogliono dirci.
Ritorna il tempo della pesca: famelico,
tu aneli con sacrale riverenza,
nell'agonia d'un amo o d'una lenza,
qualche sarago pizzuto.
Non sa nulla la bestia marina
d'una morte di buon mattino.
Spera la fuga col fermo colpo
d'una mascella nel mare sorrentino.
Non sa che dietro ad ogni desiderio
della vita c'è già la morte tutta della terra
tu sai quello che ancora io non so
le cose che io solo nomino
e sono il mondo.

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