Scritta da: Silvana Stremiz

La madre

Lei certo l'alba che affretta rosea
al campo ancora grigio gli agricoli
mirava scalza co 'l pič ratto
passar tra i roridi odor del fieno.

Curva su i biondi solchi i larghi omeri
udivan gli olmi bianchi di polvere
lei stornellante su 'l meriggio
sfidar le rauche cicale a i poggi.

E quando alzava da l'opra il turgido
petto e la bruna faccia ed i riccioli
fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,
coloraro ignei le balde forme.

Or forte madre palleggia il pargolo
forte; da i nudi seni gią sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che ą lucidi occhi materni

intende gli occhi fissi ed il piccolo
corpo tremante d'inquļetudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.

A lei d'intorno ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il büe mugghia,
su l'aia il florido gallo canta.

Natura a i forti che per lei spregiano
le care a i vulghi larve di gloria
cosķ di sante visļoni
conforta l'anime, o Adrļano:

onde tu al marmo, severo artefice,
consegni un'alta speme de i secoli.
Quando il lavoro sarą lieto?
Quando securo sarą l'amore?

Quando una forte plebe di liberi
dirą guardando nel sole - Illumina
non ozi e guerre a i tiranni,
ma la giustizia pia del lavoro?

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