Rivedo ancora
la mia scuola,
la strada brulicante
di voci festose,
le pareti imbiancate
della mia aula. -
riascolto la voce,
burbera ed affettuosa,
dei miei maestri,
il suo tono amichevole. -
e ripenso a voi,
o miei antichi compagni,
ai nostri giochi,
alla nostra vita
vissuta insieme,
ai lunghi giorni
di pioggia e di sole
passati nei banchi. -
come mi sembra
ormai lontano
quel tempo,
quel tempo spensierato e felice,
quando bastava
una piccola cosa
per farci piangere
o ridere insieme! -
come sono ora diverso,
io, dal ragazzino di allora! -
quante immagini,
quanti pensieri,
quante idee, il tempo
ha cambiato dentro di me! -
come è difficile ora vivere,
vivere da soli,
vivere in questo gorgo infernale
che non ci dà che male. -
ma tu, o piccola scuola,
rimarrai sempre intatta
nei miei ricordi,
nella mia memoria,
poiché con te,
dentro le tue mura,
io ho vissuto
i miei momenti migliori. -.
Vladimir Majakovskij
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    Scritta da: Eclissi

    All'amato me stesso

    Quattro. Pesanti come un colpo.

    "A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio".

    Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

    Dove mi si è apprestata una tana?

    S'io fossi piccolo come il grande oceano,
    mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
    accarezzando la luna.

    Dove trovare un'amata uguale a me?
    Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

    O s'io fossi povero come un miliardario... Che cos'è il denaro per l'anima?
    Un ladro insaziabile s'annida in essa:
    all'orda sfrenata di tutti i miei desideri
    non basta l'oro di tutte le Californie!

    S'io fossi balbuziente come Dante o Petrarca...
    Accendere l'anima per una sola, ordinarle coi versi...
    Struggersi in cenere.
    E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
    pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
    le amanti di tutti i secoli.

    O s'io fossi silenzioso, umil tuono... Gemerei stringendo
    con un brivido l'intrepido eremo della terra...
    Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

    Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
    gettandosi a capofitto dalla malinconia.

    Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
    s'io fossi appannato come il sole...

    Che bisogno ho io d'abbeverare col mio splendore
    il grembo dimagrato della terra?

    Passerò trascinando il mio enorme amore
    in quale notte delirante e malaticcia?

    Da quali Golia fui concepito
    così grande,
    e così inutile?
    Vladimir Majakovskij
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      Scritta da: Violina Sirola

      Inno al giudice

      I galeotti vogano per il Mar Rosso
      spingendo a fatica la galera;
      il rugghio copre lo stridio dei ceppi
      strillano, Perù la loro patria.

      I Peruviani ricordano il Perù
      un paradiso, c'erano uccelli, danze
      donne e su ghirlande di fiori d'arancio
      crescevano al cielo i baobab
      .
      Banane, ananassi! Un mucchio di gioie!
      Vino in vasellame conservato...
      Ma ecco, chissà perché e da dove
      i giudici giunsero in Perù!

      E disposero un cerchio di commi
      per ingabbiare uccelli e Peruviane.
      Gli occhi del giudice sono barattoli di latta
      che scintillano in un mondezzaio.

      Capitò un pavone blu-ranciato
      sotto il suo occhio severo come il digiuno,
      e scolorì sull'istante la magnifica
      coda di pavone!

      In Perù volavano per la prateria
      certi uccellini detti colibrì;
      il giudice ne prese uno e il pelame e le piume
      rase al povero colibrì.

      Adesso, nemmeno in una sola valle
      vi sono vulcani fumanti.
      Il giudice ha scritto su ogni valle:
      "Valle per non fumatori".

      In Perù persino i miei versi
      sono proibiti, su minaccia di torture.
      Il giudice ha stabilito che "quelli in vendita
      sono bevanda alcolica".

      L'Equatore freme al tintinnio dei ceppi.
      Il Perù è vuoto di uccelli e di uomini...
      Vi abitano soltanto i giudici depressi,
      rannicchiati con astio sotto i codici.

      Eppure, sapete, fa pena il Peruviano.
      Senza ragione gli han dato la galera.
      I giudici disturbano gli uccelli e le danze,
      e me e voi e il Perù.
      Vladimir Majakovskij
      Composta nel 1915
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        Scritta da: Kovski21

        Il flauto di vertebre

        Prologo

        a voi tutte,
        che piacete o siete piaciute,
        che conservate icone nell'antro dell'anima,
        come coppa di vino in un brindisi,
        levo il cranio ricolmo di canti.

        Sempre più spesso mi chiedo
        se non sia meglio metter il punto
        d'un proiettile alla mia sorte.
        Oggi darò,
        in ogni caso,
        un concerto d'addio.

        Memoria!
        Raduna nella sala del cervello
        le schiere inesaurivbili delle amate.
        Da un occhio all'altro effindi il sorriso. D'antiche nozze travesti la notte.
        Di corpo in corpo effondete la gioia.
        Che nessuno dimentichi una simile notte.
        Oggi io suonerò il flauto
        sulla mia colonna vertebrale.

        I

        Miglia di strade i miei passi calpestano.
        Dove andrò a nascondere il mio inferno?
        Da quale Hoffmann celeste
        sei stata concepita, maledetta?

        Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
        Gente adorna la festa senza posa attingeva.
        Penso.
        I pensieri, grumi di sangue,
        imfermi e rappresi strisciano via dal cranio.

        Io,
        taumaturgo di ogni tripudio,
        non ho con chi andare alla festa.
        Cadrò di schianto, supino,
        sfracellandomi il capo dulle pietre del Nevskij!
        Ho bestemmiato.
        Ho urlato che Dio non esiste,
        e lui ha tratto dal fondo dell'inferno
        una donna che farebbe tremare una montagna
        e mi ha comandato:
        amala!

        Dio è soddisfatto.
        Nell'erta sotto il cielo
        un uomo tormentato s'è inselvatichito e spanto.
        Dio si stropiccia le mani.
        Dio pensa:
        aspetta, Vladimir!
        L'ha escogitato lui, lui,
        per non farmi scoprire il tuo mistero,
        di darti un marito vero
        e di porre sul pianoforte note umane.
        Se furtivo m'accostassi alla soglia della tua alcova, per far la croce sulla nostra coperte,
        lo so,
        si sentirebbe puzzo di lana bruciata
        e fumo sulfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

        Ma invece fino all'alba
        l'orrore che tu fossi condotta ad amare
        m'ha sconvolto,
        e le mie grida
        ho sfaccettato in versi,
        gioielliere già in preda alla follia.
        Giocare a carte!
        Sciaquare
        nel vino la rauca gola del cuore!

        Non ho bisogno di te!
        Non voglio!
        Non importa,
        lo so
        che creperò fra breve.

        Se è vero che esisti,
        o Dio,
        o mio Dio,
        se hai intessuto il tappeto di stelle,
        se questo tormento,
        moltiplicato ogni giorno,
        è, Signore, una prova mandata giù da te,
        indossa la toga del giudice.
        Aspetta la mia visita.
        Sono puntuale,
        non tarderò d'un giorno.
        Ascolta,
        altissimo inquisitore!

        Serrerò la bocca.
        Non udiranno un grido
        dalle labbra morse.
        Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
        trascinami,
        squarciandomi sulle punte delle stelle.
        Oppure,
        quando l'anima mia sloggerà
        per venire al tuo tribunale,
        accigliandoti ottusamente,
        come una forca
        distendi la Via Lattea,
        e subito impiccami come un criminale.
        Fà quello che ti pare.
        Squartami, se vuoi.
        Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
        Però,
        ascolta!
        Portati via la maledetta,
        che m'hai comandato d'amare!

        Miglia di strade i miei passi calpestano.
        Dove andrò a nascondere il mio inferno?
        Da quale Hoffmann celeste
        sei stata concepita, maledetta?

        Ii

        Il cielo
        fumoso, immemore d'azzurro,
        e le nubi a brandelli come profughi
        rischiarerò nell'alba del mio ultimo amore,
        vivido come l'incarnato d'un tisico.
        La mia gioia ricoprirà il ruggito
        dell'ammasso, dimentico
        del tepore domestico.
        Uscite dalle trincee.
        Combatterete dopo.

        Anche se dura la battaglia,
        ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,
        le parole d'amore non sono vane.
        Cari tedeschi!
        Io so
        che avete sul labbro
        la Margherita di Goethe.

        Muore il francese
        sulla baionetta sorridendo,
        con un sorriso si schianta l'aviatore ferito,
        se ricorda
        il bacio della tua bocca,
        Traviata.

        Ma a me che importa
        della rosea polpa,
        che i secoli masticheranno?
        Oggi stendetevi ad altri piedi!
        Canto te,
        imbellettata,
        fulva.

        Forse di questi giorni,
        orrendi come aguzze baionette,
        quando i secoli avranno canuta la barba,
        resteremo soltanto
        tu
        ed io,
        che t'inseguirò di città in città.

        Sarai mandata di là dal mare,
        ti celerai nel covo della notte:
        ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
        con le labbra di fuoco dei lampioni.

        In lente carovane percorrerai i torridi deserti,
        dove stanno leoni in agguato:
        per te
        sotto la polvere, strappata dal vento,
        sarà un Sahara la mia guancia ardente.

        Con un sorriso sulle labbra guardami,
        vedrai
        che torero io sono!
        E d'improvviso
        getterò sul tuo palco la mia gelosia
        come l'occhio morente del toro.

        Se portando il tuo passo distratto sul ponte
        penserai
        che ti sta bene laggiù,
        sarò io
        sotto il ponte la corrente della Senna,
        e ti chiamerò,
        digrignando i putridi denti.

        Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
        Strelka o Sokolniki.
        Io starò in alto a farti soffrire
        con un'ignuda luna in attesa.

        Sono forte,
        avranno bisogno di me
        e mi ordineranno:
        muori in battaglia!
        Il tuo nome
        sarà l'ultimo,
        rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

        Finirò sul trono?
        O a Sant'Elena?
        Dominati i flutti tempestosi della vita,
        sarò ugualmente candidato
        al regno dell'universo
        e al lavoro forzato.

        Se è mio destido d'essere re,
        il tuo viso
        ordinerò di coniare al mio popolo
        nell'oro vivo delle mie monete!
        O laggiù,
        dove si scolora il mondo nella tundra,
        dove traffica il fiume col vento del nord,
        sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
        e le catene bacerò nel buio della galera.

        Ascoltate, immemori dell'azzurro del cielo,
        irsuti,
        come bestie feroci.
        Al mondo, forse,
        questo ultimo amore
        è un'alba vivida come incarnato di un tisico

        iii

        Scorderò l'anno, la data, il giorno.
        Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
        Avverati, magia sovrumana,
        delle parole illuminate di pianto!

        Oggi, appena entrato nella tua casa,
        mi sono sentito
        a disagio.
        Tu celavi qualcosa nell'abito di seta
        e s'effondeva nell'aria un profumo d'incenso.
        Sei felice?
        Hai risposto un freddo:
        &olaquo Molto ".
        L'inquietudine ha rotto l'argine della ragione.
        Accumolo disperazione, nel delirio della febbre.

        Ascolta,
        tanto non ci riesci
        a celare il cadavere.
        Scagliami in viso la parola terribile.
        Ogni tuo muscolo urla
        lo stesso,
        come in un megafono:
        è morto, è morto, è morto.
        No,
        rispondi.
        Non mentire!
        (Come farò a tornare indietro così?)
        Come due tombe
        ti si scavano gli occhi nel viso.

        Le due fosse si inabissano.
        Non se ne vede il fondo.
        Mi sembra
        di crollare dal palco dei giorni.
        Come una fune, ho teso l'anima sul precipizio
        e vi ho fatto l'equilibrista, giocoliere di parole.

        Lo so,
        ormai l'ha consunto l'amore.
        Da tanti segni indovino la noia.
        Fammi tornare giovane nell'anima.
        La gioia del corpo fà di nuovo conoscere al cuore.

        Lo so,
        per una donna sempre si paga.
        Non fa niente,
        se intanto,
        non ti vestirò con l'elegante abito di Parigi
        ma soltanto col fumo della sigaretta.

        Il mio amore,
        come un apostolo d'età remote,
        diffonderò oer mille e mille strade.
        Da secoli è pronta per te una corona,
        ove sono incastonate le mie parole:
        arcobaleno di spasimi.

        Come fecero vincere Pirro
        gli elefanti con passi di due quintali,
        così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
        Invano.
        Non potrò piegarti

        Gioisci,
        gioisci
        d'avermi finito!
        Ora è tale l'angoscia che desidero
        soltanto fuggire al canale
        e il capo cacciare nell'acqua digrignante.

        Mi hai offerto le labbra.
        Con quanta indifferenza.
        Le ho sfiorate e m'hanno ghiacciato.
        M'è parso di baciare in penitenza
        un monastero intagliato nella fredda pietra.

        Hanno sbattuto
        la porta.
        È entrato lui,
        rorido della gaiezza delle strade.
        Io
        con un gemito mi sono spezzato in due.
        Gli ho gridato:
        &olaquo Va bene!
        Me ne andrò!
        Va bene!
        Rimarrà tua.
        Ricoprila di stracci,
        le sete appesantiscono le sue timide ali.
        Bada che non s'involi.
        Appendile al collo
        come una pietra collane di perle!".

        Oh, questa
        che notte!
        Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
        Al mio pianto e al mio riso
        il muso della stanza d'è torto in una smorfia d'orrore.
        E come una visione sorse a te il suo sembiante,
        sul suo tappeto effondevi l'aurora dei tuoi occhi,
        quasi in sogno evocasse un nuovo Bjalik
        un'abbagliante regina dell'ebraica Sion.

        Nel tormento ho piegato i ginocchi
        dinanzi a colei che non è più mia.
        A mio paragone
        re Alberto,
        arresosi con tutte le sue fortezze,
        è un festeggiato ricolmo di regali.

        Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
        Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
        Io un solo veleno desiderio:
        bere e bere sempre versi.

        Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
        privandolo di tutto,
        e nel delirio m'hai lacerato l'anima,
        accogli, cara, il mio dono,
        forse più nulla io potrò inventare.

        Onorate a festa la data di oggi.
        Avverati,
        magia simile alla passione di Cristo.
        Vedete,
        sulla carta sono trafitto con chiodi di parole.
        Vladimir Majakovskij
        Composta nel 1913
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          Scritta da: Kovski21

          Ascoltate!

          Ascoltate!
          Se accendono le stelle,
          vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
          Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
          Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
          E tutto trafelato,
          fra le burrasche di polvere meridiana,
          si precipita verso Dio,
          teme d'essere in ritardo,
          piange.
          Gli bacia la mano nodosa,
          supplica
          che ci sia assolutamente una stella,
          giura
          che non può sopportare questa tortura senza stelle!
          E poi cammina inquieto,
          fingendosi calmo.
          Dice ad un altro:
          "Ora va meglio, è vero?
          Non hai più paura?
          Sì!?"
          Ascoltate!
          Se accendono le stelle,
          vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
          Vuol dire che è indispensabile
          che ogni sera
          al di sopra dei tetti
          risplenda almeno una stella?
          Vladimir Majakovskij
          Composta nel 1913
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            Scritta da: Kovski21

            Invece di una lettera

            Il fumo del tabacco ha roso l'aria.
            La stanza
            è un capitolo dell'inferno di Kruchenych.
            Ricordi?
            Accanto a questa finestra
            per la prima volta
            accarezzai freneticamente le tue mani.
            Oggi, ecco, sei seduta,
            il cuore rivestio di ferro.
            Ancora un giorno,
            e mi scaccerai,
            forse maledicendomi.
            Nella buia anticamera, la mano, rotta dal tremito,
            a lungo non saprà infilarsi nella manica.
            Poi uscirò di corsa,
            e lancerò il mio corpo per la strada.
            Fuggito da tutti,
            folle diventerò,
            consunto dalla disperazione.
            Ma non è necessario tutto questo;
            cara,
            dolce,
            diciamoci adesso addio.
            Il mio amore,
            peso così schiacciante ancora,
            ti grava sopra
            lo stesso,
            dovunque tu fugga.
            Lasciami sfogare in un ultimo grido
            l'amarezza degli offesi lamenti.
            Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
            se ne va
            ad adagiardi sulle fredde acque.
            Ma, al di fuori del tuo amore,
            per me
            non c'è mare,
            e dal tuo amore neanche col pianto puoi imetrare tregua.
            Se l'elefante sfinito cerca pace,
            si stende regalmente sulla sabbia arroventata.
            Ma, al di fuori del tuo amore,
            per me
            non c'è sole,
            e io non so neppure dove sei e con chi.
            Se così tua avessi ridotto un poeta,
            lui
            avrebbe lasciato la sua amata per la gloria e il denaro
            ma per me
            non un solo
            suono è di festa
            oltre a quello del tuo amato nome.
            Non mi butterò nella tromba delle scale,
            non ingierò veleno,
            non saprò premere il grilletto contro la tempia.
            Su di me,
            al di fuori del tuo sguardo,
            non ha potere la lama di nessun coltello.
            Domani dimenticherai
            che ti ho incoronato,
            che l'anima in fiore ho incenerito con l'amore,
            e lo scatenato carnevale dei giorni irrequieti
            socompiglierà le pagine dei miei libi...
            Potranno mai le foglie secche delle mie parole
            trattenerti un momento
            per aspirare avidamente?
            Ma lascia almeno
            ch'io lastrichi con un'ultima tenerezza
            il tuo passo che s'allontana.
            Vladimir Majakovskij
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              Non ho bisogno di te

              Tanto lo so
              tra breve creperò
              se davvero tu esisti
              o Dio
              o mio Dio
              se fossi tu a tessere il tappeto stellato
              se questo tormento ogni giorno moltiplicato
              è per me un tuo esperimento
              indossa la toga curiale.
              La mia visita attendi
              sarò puntuale
              non tarderò ventiquattr'ore.
              Ascoltami
              altissimo inquisitore!
              Vladimir Majakovskij
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                Scritta da: Eclissi

                Ma voi potreste?

                Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,
                spruzzandovi colore da un bicchiere;
                su un piatto di gelatina mostrai
                gli zigomi sghembi dell'oceano.
                Sulla squama d'un pesce di latta
                lessi gli inviti di nuove labbra.
                Ma voi
                potreste
                suonare un notturno
                su un flauto di grondaie?
                Vladimir Majakovskij
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