Scritta da: Silvana Stremiz

Davanti a San Guido

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
Bisbigliaron vèr'me co 'l capo chino -
Perché non scendi? Perché non ristai ?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí ?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! -
- Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei -
Guardando lor rispondeva - oh di che cuore !
Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è piú quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.
E massime a le piante. - Un mormorio
Pè dubitanti vertici ondeggiò
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.
Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fè parole:
- Ben lo sappiamo: un pover uom tu sè.
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.
A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!
E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro dè passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
I rei fantasmi che dà fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,
Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;
E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. -
Ed io - Lontano, oltre Apennin, m'aspetta
La Tittí - rispondea; - lasciatem'ire.
È la Tittí come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.
E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! Addio, dolce mio piano! -
- Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? -
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.
Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú dè cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:
La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch'è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,
Canora discendea, co 'l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.
O nonna, o nonna! Deh com'era bella
Quand'ero bimbo! Ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
– Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
- Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.
Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.
Giosuè Carducci
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Pianto antico

    L'albero a cui tendevi
    la pargoletta mano,
    il verde melograno
    Da' bei vermigli fiori
    Nel muto orto solingo
    Rinverdì tutto or ora,
    E giugno lo ristora
    Di luce e di calor.
    Tu fior de la mia pianta
    Percossa e inaridita,
    Tu de l'inutil vita
    Estremo unico fior,
    Sei ne la terra fredda,
    Sei ne la terra negra;
    Né il sol piú ti rallegra
    Né ti risveglia amor.
    Giosuè Carducci
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      San Martino

      La nebbia agli irti colli
      Piovigginando sale,
      E sotto il maestrale
      urla e biancheggia il mar;
      Ma per le vie del borgo
      Dal ribollir dè tini
      Va l'aspro odor de i vini
      L'anime a rallegrar.
      Gira sù ceppi accesi
      Lo spiedo scoppiettando:
      Sta il cacciator fischiando
      Su l'uscio a rimirar
      Tra le rossastre nubi
      Stormi d'uccelli neri,
      Com'esuli pensieri,
      Nel vespero migrar.
      Giosuè Carducci
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        Scritta da: Blu Finch

        A Neera

        L'olmo e la verde sposa
        Vedi in florido amplesso accolti e stretti:
        Vedi a l'ilice annosa
        Attorcersi i corimbi giovinetti.
        Deh! Se del roseo braccio
        Cosí, bianca Neera, m'avvincessi,
        E tra'l soave laccio
        Il capo stanco io nel tuo sen ponessi,
        Un lungo amore insieme
        Giugnendo l'alme ognor, dolcezza mia,
        Non altra gioia o speme,
        Non altro a desiar lo spirto avria.
        Non me non me dal fiore
        Del caro labbro, fin di tutte brame,
        Svegliar potria sopore,
        Non cura di lieo, non dura fame.
        Allor noi senza duolo
        Il fato colga; innamorati spirti
        Noi tragga un legno solo,
        Pallido Dite, à suoi secreti mirti.
        Di ciel che mai non verna
        La ferma ivi berremmo aura sincera,
        Sotto i piè nostri eterna
        Rinascendo cò fior la primavera.
        In tra i nobili eroi
        Ivi à ben nati amor vivono ognora
        L'eroine onde a noi
        Mormora un suon d'esigua fama ancora,
        E menan danze, e alterni
        Canti giungono al suon d'alterna lira;
        E sù germogli eterni
        Zefiro senza mutamento spira.
        Scherza con l'ôra incerta
        Di lauri un bosco; de le aulenti frondi
        Sotto l'ombra conserta
        Ridon le rose ed i giacinti biondi.
        A l'ombre pie d'intorno,
        Non da rigidi imperi esercitato,
        Sotto il purpureo giorno
        Germina splende e olezza il suol beato.
        Solinga ombra amorosa
        Ivi oblia Saffo la leucadia pietra,
        E pur languida posa
        La tenue fronte su la dotta cetra.
        Siede Tibullo a l'ombra
        Ove docil dà colli un rio declina;
        E di dolcezza ingombra
        I sacri elisii l'armonia latina.
        E noi, Neera, il canto
        Dè morti udrem; noi sederem trà fiori
        De l'asfodelo. Intanto
        Mesciamo i dolci e fuggitivi amori.
        Giosuè Carducci
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