Scritta da: Stefania Sernicola

Shaya

Ho recato
la mia calla disadorna
a una bimba
mai nata
(aveva il nome
di un arcobaleno,
ceneri di luna
sugli occhi).
E poi
ho gridato come un cane ferito,
e poi
ho brancolato
nel buio
come un poeta cieco,
il mio sole
è invecchiato
in un'urna di nebbia.

Tutto perduto,
mio piccolo angelo,
nemmeno un mattino
striato di luce:
la morte
schiaccia tra le dita
le anime nuove
degli asfodeli.
Composta martedì 20 novembre 2001
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    Scritta da: Stefania Sernicola

    Formula (di matrimonio)

    Resteremo insieme
    sempre,
    nell'olocausto
    di ogni giorno,
    tra le sabbie mobili
    del tempo;
    resteremo insieme
    sempre,
    nell'ostrica
    del mattino,
    dietro la grata
    della sera
    (e il presepe dolce
    non curverà le spalle
    in un tramonto prematuro,
    non avranno
    sete di musica
    le pietre).

    Resteremo insieme
    sempre:
    un corpo solo
    come i gemelli siamesi,
    una fine sola,
    senza il rimorso
    della sopravvivenza.
    Composta giovedì 21 settembre 2000
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      Scritta da: Stefania Sernicola

      Senilità

      Ho cacciato il sole
      fuori dalla finestra,
      se n'è andata
      anche l'ultima farfalla testarda;
      gli anni hanno avvolto memorie
      in corolle di vento
      ed è inutile cercare
      segnali
      tra i barattoli vuoti
      della strada.
      Soltanto la luna
      bussa discreta
      alla mia porta,
      mite
      come la ragazza
      che vende fiori.

      Dietro a me
      sorgono schiere
      di uomini nuovi,
      con le anfore
      che recano sogni
      e il passo danzante
      della festa.

      Ed io,
      con la mia fiaccola spenta,
      con i miei gesti
      slavati dalla pioggia,
      sono un cane
      disorientato
      tra i fari
      delle auto.
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        Scritta da: Stefania Sernicola

        Anonimo veneziano

        Lo sai anche tu,
        i nostri sogni
        non hanno radici
        nel cratere ingordo del tempo:
        la vita è un cerchio di sabbia
        sul corpo eterno della sfinge.

        La sirena dell'acqua alta
        stanotte ha ululato
        la sua peste nera
        e questo ormai
        è il vizio di sempre:
        la porta è aperta
        ma non si può fuggire.
        Adesso non gridare
        con il guardiano del faro
        nel cotone del sonno:
        non siamo più
        audaci naviganti
        e abbiamo il terrore
        dei pesci nelle reti.

        Lo sai anche tu,
        le vele bianche
        non cancellano
        il male di vivere:
        moriamo un poco
        ogni giorno,
        senza appelli
        e senza frontiere.
        Venezia,
        moriamo un poco
        ogni giorno.
        E le Stelle
        stanno a guardare.
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