Scritta da: Salvatore Masullo

Gente dell'agro

E vanno all'alba sui sonnolenti campi
cantando con ardore antiche voglie.
Nell'aria, ancora scura dopo i lampi,
un vento che rimescola le foglie...

Rivoltano la terra che fu dei loro padri
e spargono sementi con passi misurati.
Coltivano speranze, come le loro madri,
e sogni familiari ancora inappagati.

Mani incallite da consumate vanghe,
barbe incolte sulle vermiglie gote,
e sulla fronte quelle rughe stanche
che il vento di maestrale fissa immote.

È parco il desinare a mezzogiorno,
supini sotto l'ombra di quei tigli,
quando il lavoro sfuma nel contorno
ed il pensiero corre ai propri figli:

giovani semi curati con passione,
frutti acerbi venuti dalla terra
per dare corpo a tenere illusioni
e mitigar la quotidiana guerra!

Poi tornano sfiniti nell'ora vespertina,
sui carri insieme a dignitose donne,
avvolte da uno scialle cenerino
che paiono figure di madonne.

E al fine ci si appresta al casolare,
dove i fanciulli attendono la mamma,
e quelle mani attorno al focolare
tornano calde al crepitar di fiamme.

È la giocosa infanzia, generosa,
che corre tra i sentieri raddolcita
dallo sguardo di una madre ansiosa
che chiama fuori l'uscio impensierita...
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    Scritta da: Salvatore Masullo

    Vecchio lupo di mare

    Stanche le tue pupille fissano l’orizzonte
    mentre rimbalza sulla scogliera
    l’ultimo raggio sghembo
    di questo pallido sole d’autunno.

    Sprizzi di nembi e d’acqua salsa  
    che il vento di tramontana incolla,
    come lacrime, sul  viso tuo brunito.
    Vecchio, su questa baia deserta,
    muore la storia tua,
    come foglia che torna alla terra
    sul finir d’ottobre.

    Trucioli di vita rimagliano il vissuto,
    nostalgie affioranti dal fondo,
    pensieri come barche di carta
    galleggianti sul luccichìo dell’acqua:
    storie che la risacca sbatte a riva…

    Nella penombra dei ricordi
    cerchi un brivido che ravvivi le tue vene,  
    un tuffo al cuore che ti rapisca ancora,
    un tronco a riva su cui scolpire un nome.

    Momenti lontani d’un tempo che fu,
    di passioni amorose le notti di maggio,
    di labbra infocate che sapean di fiori,
    di mani sottili sul tuo corpo segnato
    da mille odissee vissute nei mari.

    Memorie care guizzanti tra l’onde,
    nel cupo gocciolare della sera,
    sillabe sparse che non vorresti perse
    nell’incedere fatale della vita.

    Forse un dì qualcuno ricorderà di te
    su una ginestra sopra lo strapiombo,
    al guardo di una vela gonfia,
    o al frullo di un gabbiano in caldo.

    Forse un gesto, un lampo, un niente,
    a far che la tua voce sia poesia
    nell’etereo tramonto
    o tra le rocce eburnee
    di questa baia deserta…
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      Scritta da: Salvatore Masullo

      Il tempo degli esami

      I libri aperti sopra il marmo bianco
      d'una cucina, intrisa di memorie,
      che ripuliva col suo fare stanco
      mia madre sul finire della sera.

      E mi svegliava all'alba, senza scampo,
      l'aroma del caffè nella cucina
      e quell'odore fresco di lavanda
      dei panni appesi sopra uno stendino.
      Nell'aria estiva un canto di cicale
      e l'eco di quei versi del passato
      che rileggevo sopra un davanzale
      all'ombra di meriggi soleggiati.

      Il tempo degli esami era arrivato
      per me ch'esorcizzavo la paura
      fumando sigarette di nascosto,
      nell'ora in cui s'attenua la calura.
      Ma un vento ricuciva le speranze,
      quel grappolo di sogni mai sopiti,
      d'un padre, sempre schivo d'apparenze,
      che riponeva in me traguardi arditi.

      Ed io tornavo alle sudate carte,
      pesanti come l'ombre della sera,
      e rimettevo in gioco la mia parte
      in quei silenzi tormentati e brevi.
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        Scritta da: Salvatore Masullo

        Come alberi

        E venne il tempo dell'ultima stagione
        pei nostri vecchi divenuti arcigni,
        quando la mente affonda nell'oblio
        e i giorni nuovi sembrano macigni.

        Come alberi battuti dai piovaschi
        cedono foglie al manto della terra,
        e sulla corteccia mostrano profonde
        le macchie scure d'ogni loro guerra.

        Come alberi con tanti rami secchi,
        scolpiti nelle palme e intorno agli occhi,
        ricordano gli ardori giovanili
        e i fiori in grembo divenuti frutti.

        Come alberi scavati dalle acque
        hanno il vuoto dentro il tronco curvo
        che pare un pozzo in cui la mente cala
        e un secchio di memorie che risale.

        Come alberi ondeggiano la sera
        al primo soffio languido di vento,
        e il loro cuore palpita veloce
        se sanno del più piccolo tormento.

        Come alberi le cime tese al cielo
        a raccontar dolore e sofferenza,
        a confessar peccati mai commessi
        per catturare strali d'indulgenza.

        Come alberi finirà la loro vita
        squarciata da saette e venti forti,
        ma lasceranno in terra le radici
        perché si sappia che non sono morti.
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          Scritta da: Salvatore Masullo

          Tyrrenia

          Granitici torrioni, a picco sovra il mare,
          adusi a raccontar di leggendarie gesta
          nell'aria ancora pregna delle memorie care
          di questa nostra terra sì divenuta mesta.

          E parlano le pietre nel fuoco dei meriggi
          quando calura stimola il canto di cicale
          e le scoscese dune disegnano miraggi
          agli occhi allucinati del peregrin mortale.

          Ed io, che vò ramingo per quei ventosi lidi,
          ascolto antiche voci tra le ginestre e il mare,
          e grida di gabbiani che levansi dai nidi
          e volano radenti su scogli di calcare.

          Ritornano alla mente i sogni mai sopiti,
          spumosi come l'onda s'arenano alla riva,
          e fissano negli occhi la giovinezza ardita
          insieme alla canizia che irriguardosa arriva.

          Rimiro quei tornanti salir sulle colline,
          tagliar per le contrade e i pascoli bovini,
          svanire come serpi tra il limitar dei pini
          e poscia riapparir sugli assolati crini.

          All'ora vespertina le vecchie poverelle
          che sgranano rosari nel coro di una chiesa.
          Avvinto dai sussulti è il cor delle zitelle
          sedute fuori l'uscio in speranzosa attesa.

          E scopro rami secchi agli angoli degli occhi
          di contadini stanchi dalle rossicce gote
          che tornano dai campi, in piedi sovra i cocchi,
          fischiando allegre strofe e popolari note.

          Io canto il mio Tirreno e la sofferta voce
          di rustica progenie e marinara gente,
          avvezza a sopportar silente la sua croce
          ai piedi di castelli e dinastie potenti.

          Son queste le mie terre, vissute con tormento,
          all'ombra degli ulivi a rinnovar passioni,
          quando l'amor gentile s'infila nella mente
          ed il pensier di Lei ti toglie la ragione...
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