Io non lascio il posto

Non ci sono più le parole di una volta.
E la tv più in là me lo conferma.
Non ci sono più neppure i sughi di una volta.
Guardo il piatto di pasta
che ho davanti.
Il suo odore me lo conferma.
E come me tutti lo dicono
anche quelli ai tavoli vicini.
Loro si,
loro sono quelli di una volta.
Io penso di non avere più le orecchie di una volta
di due,
tre volte fa.
"Fra mezz'ora in piazza".
Passa l'attivista in trattoria:
"Tutti presenti, è tassativo".
Lo dice il dito minaccioso.
Io non ci sarò
né col corpo né col pensiero.
Neppure col dito sfoderato.
Mi fingerò un inutile ubriaco
col vino in pancia a fare da zavorra.
Quanto all'inutile
non è che debba fingere.
Resterò qui,
da solo a sonnecchiare
mentre sorbisco quello che passa alla tv il solito canale nazionale.
Le urla e i "bravo" ragliati fuori
mi disturberanno,
ma dovrò subire.
Saranno in tanti.
La parola per loro ancora tira.
Li riconosco tutti dal loro vociare.
È come quando giocano alle carte.
Solo che adesso urlano compatti,
sono un coro.
Tutti per uno,
che raramente è il migliore
ma sa parlare.
Come sempre illusi
per poi
dopo votato tornare fra i delusi.
E come da destino
e da esperienze del passato
passeranno sempre per l'essere una massa di coglioni
che non sa che cosa vuole
davanti a chi sa esattamente cosa promettere,
tutto,
e cosa dopo dare,
niente.
Li aspetto qui
tanto prima o poi verranno,
dopo la piazza,
a farsi uno spaghetto e molto vino,
magari offerti dall'applaudito fuori.
Di nuovo a urlare,
ma ognuno per se.
Allora lascerò la panca vuota,
andrò io a fare il giro della piazza,
in mezzo alle cartacce e alle bandiere
diventate spazzatura.
E potrò far sentire il mio di urlo.
Quello dell'uomo solo,
ma non al comando.
Composta martedì 2 febbraio 2016

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