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Rivedo ancora
la mia scuola,
la strada brulicante
di voci festose,
le pareti imbiancate
della mia aula. -
riascolto la voce,
burbera ed affettuosa,
dei miei maestri,
il suo tono amichevole. -
e ripenso a voi,
o miei antichi compagni,
ai nostri giochi,
alla nostra vita
vissuta insieme,
ai lunghi giorni
di pioggia e di sole
passati nei banchi. -
come mi sembra
ormai lontano
quel tempo,
quel tempo spensierato e felice,
quando bastava
una piccola cosa
per farci piangere
o ridere insieme! -
come sono ora diverso,
io, dal ragazzino di allora! -
quante immagini,
quanti pensieri,
quante idee, il tempo
ha cambiato dentro di me! -
come è difficile ora vivere,
vivere da soli,
vivere in questo gorgo infernale
che non ci dà che male. -
ma tu, o piccola scuola,
rimarrai sempre intatta
nei miei ricordi,
nella mia memoria,
poiché con te,
dentro le tue mura,
io ho vissuto
i miei momenti migliori. -.
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    È risaputo:
    tra me
    e Dio
    ci sono numerosissimi dissensi.
    Io andavo mezzo nudo,
    andavo scalzo,
    e lui invece portava
    una tonaca ingemmata.
    Alla sua vista
    mi riusciva appena
    trattenere lo sdegno.
    Fremevo.
    Ora invece Dio è quello che deve essere.
    Dio è diventato molto più alla mano.
    Guarda da una cornice di legno.
    La tonaca di tela.
    Compagno Dio,
    mettiamoci una pietra sopra!
    Vedete,
    perfino l'atteggiamento verso di voi è un po' cambiato.
    Vi chiamo "compagno",
    mentre prima
    "signore".
    (Anche voi ora avete un compagno),
    Se non altro,
    adesso
    avete un'aria un po' più da cristiano.
    Bene,
    venite qualche volta a trovarmi.
    Degnatevi di scendere
    dalle vostre lontananze stellate.
    Da noi l'industria è disorganizzata,
    i trasporti anche.
    E voi,
    dicono,
    vi occupavate di miracoli.
    Prego,
    scendete,
    lavorate un po' con noi.
    E per non lasciare gli angeli con le mani in mano,
    stampate
    in mezzo alle stelle,
    che si ficchi bene negli occhi e nelle orecchie:
    chi non lavora non mangia.
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