Poesie di Vincenzo D'Acunzo
La routine del mare
a riva
rinnova
il colore bagnato
riflette
l'iride caldo
solare.
Il gabbiano
maestro di volo
assume indifferenza
nell'intrigante
continua esplorazione.
È la sua picchiata
avida di vita
a disincantare
il deserto
di carta stagnola.
Al dono
viscerale del mare
si rinsalda il connubio
ricambiato
da un coreografico
e libero
volo planato.
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Le ali mozzate
dall'ascia affilata
con pazienza dalla mola del tempo
impediscono
all'aquila in te
di volare.
Penosi tentativi
fanno boccheggiare
il rapace
che ricomposto
atteggia
l'ancestrale
posa austera.
È convinto
fermamente
che volare
rimane
la sua aspirazione
attuabile
se lo volesse.
Intanto muore.
il giorno
la notte
il volo
l'ideale.
Depenna il corpo
nell'apatia dell'esistere.
Costeggio
la riva frastagliata
del mare grigio
che regala l'inverno
ed il cielo
riflesso e riflettente
l'umore triste dell'aquila
che non vedo planare.
gabbiani girovaghi
impertinenti
piluccano avanzi
in pantanelli
lasciati dai flutti fustiganti
la rude barriera
di massi artificiali
prestatasi
a raccogliere
il mio penare.
La costa stanca
del vociare estivo
abbandona la luce abbagliante
e veste l'odore nostalgico
di ocre arancio
sempre più ocra
scendendo a sud.
Sferza il vento
cielo e terra
sventando sacche d'acqua
cariche dell'ozio d'agosto
per il mare bruno che scava
con le sue onde alte
la sera e i siti umani
s
estivi
sbrindellando
ricordi e anffratti
annidati numerosi
nel profilo frastagliato.
È il settembre jonico
col suo temperamento
sanguigno, umorale e breve.
La furia
ridonando il litorale
rientranelle viscere e va placandosi
correndo gli scollinamenti
fino all'ultimo sbuffo
ormai domo
sull'azzeramento a riva.