Sotto il cielo di Aspalathos (soliloquio di Diocle al palazzo di Salona, A. D. 313)

Sono qui, alle finestre dei miei appartamenti, e porto lo sguardo verso il monumento di otto lati in cui thanatos mi porterà. Pari ad un'ombra negli Inferi, vago solitario tra queste mura, sospirando dovunque il mio passo si fermi: senza più vergogna per le lacrime che verso, le tempeste dentro me, voci senza fine che circondano i miei anni. Ho visto spegnersi nel mio ritiro, come lampi, come scintille, come torce dentro l'acqua la gente di una vita, i progetti di un'età. Ho visto spegnersi il mio nome e me con esso: anni di porpora, tempi di sangue che non avrei voluto versar mai... Io Diocle, che non sapevo cosa fosse una sconfitta aldilà che in delle guerre, io, Diocle, che volevo perfezione in ogni atto... ed ora qui, qui dove nacqui, spettatore sono delle mie disfatte, di ingratitudine, di tradimenti... Costantino, che come Alessandro va per le battaglie, Costantino, così superbo, cosa vuole? Il suo valore altro non è che eredità, altro non è che un segreto appreso al fianco mio... e ora da lontano mi disprezza e mi maledice, mi umilia distruggendo i miei ritratti... infieriscono le sue spade sui volti miei e di Massimiano! Oh, tu, Erculeo fortunato lì nell'Ade, non hai più orecchie per sentire, nè più occhi per vedere, nè più cosa che ti offenda, tra le anime che errano. Ma stolto in terra hai vissuto la vecchiaia, tu, socio di una vita, tutto sordo ai miei consigli: strangolato dalla tua sconfitta, soffocato da una morte che tu stesso, avido hai cercato.
Galerio, la forza nè il valore ti mancava, pastore di greggi e poi soldati, accecato d'arroganza e di superbia... E in Persia, ricordi la vittoria? Non fu che per mia mano: un miglio intero ti feci percorrere accanto alla mia biga, di corsa coi tuoi piedi e la porpora indosso... ti umiliai così innanzi alla folla pur di farti riprender la battaglia, pur di non farti più prendere da nuove sconfitte, come quella che subisti... e colpito nell'orgolglio tu vincesti. Spesso approfittasti dei miei mali, dei miei pensieri... sete di potere ti corruppe, rodendoti come il male che alla morte ti ha portato.
Cloro, vecchia spalla: governatore di Dalmazia, vincitor della Britannia, sei caduto troppo presto. Cosa avresti fatto in questi anni? Costantino è la tua colpa: lui opportunista, traditore di compagni e di parenti, ingrato al suo maestro, astuto trascinatore di folle... ed io umiliato a causa sua, ormai vivo nella morte. Prisca, mia Augusta, per mano di Licinio, giace il tuo corpo dentro il mare, tanto inquieto quanto me. Tu che mi eri accanto, vicino mi venivi per disprezzo, cosa dici ora, tra le ombre? Incapace sono stato di salvarti, troppo debole ormai per i potenti... Valeria anche tu sei nel mare, con tua madre per sempre lì dormendo. Di Galerio giovane vedova, che seduzione di altri non volesti, che mai cedesti ai ricatti di Massimino... Massimino che dette a te l'esilio, e forte tu lo sopportasti. Quanto in me tu confidavi, e chiedendo di salvarti, ahimè ti ho delusa. Ti ho delusa, figlia mia. Ma ormai sapevi quanto io contassi poco.
Massimino che sconfitto, giù a Tarso sei fuggito. Lì nascosto, vile hai affrontato il tuo destino, a Thanatos consegnandoti con il veleno. Massenzio, ora a Roma sei annegato, di Costantino il ferro ti ha sconfitto... poco sei valso innanzi a lui, e da tiranno hai passato la tua vita.
Severo, anche tu te ne sei andato come neve sotto il sole, anche tu sei morto nella guerra... ed io sono morto, morto solo perché in vita. Ferite senza sangue, nell'orgoglio e non nel corpo. La mia fine ormai è venuta, vecchiaia di amarezza ormai mi prende... progetti miei andati nel fumo e quella pace da me creata... ora anch'essa è morta, da guerre civili ormai distrutta.
Pericoli ho tentato di fermare, senza esito, senza successo... inutile il mio dovere, da maestro io ho fallito.
Successori, l'uno contro l'altro come cani che si azzuffano, tutto quanto e anche troppo ho sopportato. Il potere solo ansia fu per me. Cosa vedono in esso gli altri? Porpora non è come un bottino, il trono non è soltanto un vanto, l'esser capi non è per sè, ma per il bene di un dominio. Cosa è che loro vedono? Vogliono fama e solo questo... e Massimiano arrivista, primo avesti questo pensiero: e venisti a ripropormi il poter che ho abbandonato. Ma felicità per me non era quella, solo gli orti del palazzo mi celavan le inquietudini... volli dirtelo ma non capisti, volli esporti le mie gioie, ma tu testardo continuavi. Io lontano dai pericoli, mai più di qui mi sono mosso, nel ritiro sono rimasto ed in esso, promisi, sarei morto. Vanno via i miei pensieri, più nessuno fa il mio nome, la sventura che ritorna... Cristiani, che di continuo predicando ve ne andate, troppa ormai la vostra forza... e per sempre anche sconfitti canterete la vittoria, ché inespugnabili vi ha reso la follia. Contro di voi inutile lotta, di me e di chiunque dannerete la memoria.
E tu padre, vecchio scriba di Dalmazia, ahi te madre, che nome mi desti di terra natale, Anullino senatore, che da liberto accanto mi tenevi... Quale orgoglio avreste avuto lì a vedermi, sul trono splendente come un astro... e quale amarezza avreste ora, a vedermi qui così, grigio e spento come cenere, che il vento via con sè trascinerà.
Dagli sbagli miei ormai distrutto, dei miei compagni senza gloria sono l'ombra... di me ormai nulla più vedono, di me ormai nulla più curano, e sono qui alla morte ormai pensando, come nubi dicembrine oscura la mia anima il dolore... senza pace ormai io vivo!
Ipnos, che mi abbandoni, mai più su di me tu ricadrai... troppo forte ormai il tormento, dell' Impero nuova morte, troppo forte ormai amarezza...
Thanatos, che tu mi senta: senza sangue nè veleno voglio scendere nell'Ade, che la fame mi consumi, ma ormai più non la sento...
Vita che con te, troppo tempo mi hai tenuto: crudele la fine mi hai mostrato e di me cosa ne hai fatto? E di me cosa ne è più? Tra le ombre solamente, nell'eterno errando senza meta, forse pace mi sarà. Ed i vecchi miei compagni senza riconoscere guarderò, porfido di un letto eterno il mio corpo celerà... Thanatos tu solamente sofferenza scaccerai. Ad attenderti sarò tra queste mura, tra queste lacrime, verso il mar sempre guardando, di echi e di voci ormai sommerso, del popolo ingrato ormai memoria... ad attenderti sarò senza rimorso, nè paura del tuo nome.
Valeria Martucci
dal libro "Numerius" di Valeria Martucci
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