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Poesie di Ugo Foscolo

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Odi che il bronzo rimbombando langue,
E l'ultimo momento
Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
Stende le man:... sei spento.

Urlan le furie accapigliate, e intorno
Stanti con folta notte,
Chè alfine di putredine il soggiorno
Con gli abissi t'inghiotte.

O tu, folle! sperasti altro compenso
Dall'empietà che teco
Negra impresa di sangue, e volo immenso
Tentò eretta del cieco

Ardir su l'ali? accumulare i scempi
Dè tiranni piú rei,
Non re, sapesti; ma percoton gli empi
Non chimerici Dei.

Invan gloria sognasti, il grido invano
Tu dè secoli udisti,
Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
A esecrazion van misti.

Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
Chè con destra di possa
Dè giusti il Dio del tuo comando acerbo
La catena ha già scossa.

Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
Qual di monte ombra in campo;
Sublime al par di cedro erge suo soglio;
Ma squarcia l'aer un lampo;

Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
Cacciarsi al divin foco;
Invan lo sguardo mio cercandol erra,
Nemmen conosco il loco.
Ugo Foscolo
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    La verità

    Sino al trono di Dio
    anciò mio cor gli accenti,
    Che in murmure tremendo
    Rispondono i torrenti,
    E dalla ferrea calma
    Delle notti profonde
    Palma battendo a palma
    Ogni morto risponde.

    D'entusïasmo ho l'anima
    Albergo; e sol d'un Nume
    Io son cantor: degli angeli
    L'impenetrabil lume
    Circonda il mio pensiero,
    Ch'erto su lucid'ali,
    Sprezza l'invito altero
    Dè superbi mortali.

    E coronar di laudi
    Dovrò chi turpe e folle
    Splendido sol per l'auro
    Sa l'orgoglio s'estolle?
    Che dir deggio di lui?
    Pria di giustizia il brando
    Sù forti bracci sui
    Vada folgoreggiando;

    E canterò. Nettarea
    Da me non cerchi ei lode,
    Se a lutulenta in braccio
    Sorte tripudia e gode,
    E tra un'immensa schiera
    D'insania al carro avvinto
    scioglie con sua man nera
    A iniquitate il cinto.

    E tu chi sei che il titolo
    Santo d'amico usurpi?
    E vile d'amicizia
    L'aspetto almo deturpi?
    Chi sei tu che m'inviti
    Di gloria a spander raggio
    E a sciòrre inni graditi
    A chi in virtù è selvaggio?

    Non sai che santuario
    Al ver nell'alma alzai
    E che io del vero antistite
    Sempre d'esser giurai?
    Non sai che mercar fama
    Da tal canto non curo,
    E più dolce m'è brama
    Sul ver posarmi oscuro?

    Vero suonò di Davide
    Il pastoral concento,
    E a Dio piacque il veridico
    Suono, e tra cento e cento
    L'unse à popoli ebrei
    Rege di pace, e adorni
    D'illustri eventi e bèi
    Fè dell'uom giusto i giorni.

    E immagine d'obbrobrio
    Vuoi tu farmi, o profano?
    Oh! quell'immonda faccia
    Copriti con la mano
    Lungi da me: chi fia
    Cui faccian forza i detti
    Ch'io l'alta cetra mia
    Di ricca peste infetti!

    Garrir fole non odemi
    L'atrio di adulazione,
    E in questa solitudine
    Dall'aurata prigione
    Fuggo; esecrando il folle
    Che blandisce con mèle
    Il grande; e in sen gli bolle
    Rancor, invidia, e fiele.

    Dunque chi vuol, d'encomio
    Canti impudente intuoni
    Per lo tuo eroe; ch'io cantici
    Fra gli angelici suoni
    Ergo al Solopossente,
    Che dall'empirea sede
    Gl'inni in letizia sente
    Di verità e di fede.
    Ugo Foscolo
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      A Dante

      Alto rombano i secoli
      Su rapidissim'ali,
      E dall'aere giù vibrano
      Dritti infiammati strali
      Che additano agl'ingegni
      D'eterna gloria i segni:

      Ma qual nebbia! Qual livido
      Umor spargon dai vanni
      Che in fetida caligine
      Attomban nomi ed anni,
      E rodono quel serto
      Che ombreggia un tenue merto!

      O mio Poeta, o altissimo
      Signor del sommo canto,
      Che con sublime cetera
      Per la casa del pianto
      Girasti, e fra la gente,
      Che o gioisce, o si pente,

      Tu vivi eterno. - Gloria
      Di suo fulgor ti cinse,
      Tuonò sua voce; un fulmine
      Fu per chi ti dipinse
      Testor stentato, oscuro
      Di carmi e stile impuro.

      Pèra! La lingua sucida
      Costui nutra nel sangue,
      E per delfici lauri
      Gli accerchi invece un angue,
      Sanie stillante infesta,
      L'abbominevol testa.

      Dicesti: ed ecco stridono
      In suon ringhiante e forte
      Gli aspri tartarei cardini:
      Della cappa di morte
      Infino à più vestute
      Ecco l'Ombre perdute.

      Io già le ascolto: echeggiano
      Per l'aer senza stelle
      Batter di man, bestemmie,
      Orribili favelle,
      Voci alte e fioche, accenti
      D'ire in dolor furenti.

      O Padre! O Vate! Un giovane
      Cui l'estro ai cieli innalza,
      Che pel genio che l'agita
      Fervidamente sbalza
      A inerudita cetra
      Canti spargendo all'etra,

      A te si prostra: un'anima
      Che in sè ognor si ravvolge,
      Che in ermi boschi tacita
      Fugge dall'atre bolge
      Di cittadino tetto,
      Gl'irraggia l'intelletto.

      Di sapienza nettare
      Fra mie voglie delibo,
      E, meditante, ai spiriti
      Porgo l'augusto cibo
      Che questa etade impura,
      Famelica, non cura.

      Muta di luce eterea
      Alle peccata in grembo
      Fra cupo orror s'avvoltola
      L'Umanità: il suo lembo
      Spruzzi di sangue stilla,
      Ed ella va in favilla.

      Ma ira di giustizia
      Lui che può ciò che vuole
      Ruggisce in cielo, e scaglia
      Di spavento parole;
      Vennero i giorni alfine
      Di piaghe e di ruine.

      Vennero si; ma sorgere,
      Giganteggiando, i nostri
      Carmi vedransi, e liberi
      Calpestare què mostri
      Che tumidi d'orgoglio
      Siedono ingiusti in soglio.
      Ugo Foscolo
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