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Scritta da: Silvana Stremiz

La crisi

Quell'alba
di nefandezza stantia,
armonia
perduta d'un tempo d'arte,
oppure un ritorno
alle origini
del giorno.

Colpa dei pescatori di Granada,
colpa dei timori,
dei prossimi abbagli
spazianti verso stordita luce
da sbagli;
sguardo rivolto ai popoli di montagna
che indipendenti scappano verso la Crimea
attraverso il mare di Azov,
pensiero rivolto alle crome intense
e sguardi sfibrati attorno
ciò che tento di trovare non offrono
sempre,
dall'esterno in nessun caso niente;
trovare armonia,
armonia perduta d'un tempo d'arte.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Siamo tutti figli della stessa madre

    Chi muore è un eroe allora siamo tutti eroi
    e siamo tutti cantanti alcolizzati,
    tutti liberi da ogni male, tutti dei dell’Olimpo
    con il permesso di fulminare i passanti.
    Tutti siamo dadi e rotolare ci fa stare bene,
    soavemente rotolare ci fare stare bene.
    Siamo tutti figli della stessa madre
    e nostro padre è il milite ignoto,
    nostro padre è un mezzo Buddha
    che ignora il nostro rotolare soave.
    Nostro padre ha una barba finta,
    è truccato male e fuma il sigaro
    nei giorni feriali, nei festivi muore,
    soavemente muore, rotolando muore.
    Abbiamo dato i nostri risparmi
    per la nostra droga, noi tutti,
    soavemente ora rotoliamo.
    Dio non è santo, noi tutti preghiamo
    i santi del cielo maldisposto
    e cerchiamo il nostro dio ad ogni costo.
    Siamo tutti delle spie sull’orlo del braciere,
    intenti solo a rotolare, senza paura di bruciare.
    Siamo tutti suicidi, secondini nell’ora di libertà,
    non sappiamo stare al nostro posto perché amiamo rotolare,
    siamo poeti a dondolo alla mercé dei nostri nemici,
    perché non abbiamo partiti per i quali votare.
    Siamo il nemico e tutti i figli suoi
    e non conosciamo il futuro, così certo.
    Voltati, bendati, siamo il plotone d’esecuzione,
    davanti ci troviamo i nostri peccati,
    con proiettili scheggiati
    miriamo al cuore del nostro passato.
    Stiamo tutti in coda, fanti di coppe,
    alfieri rossi su caselle bianche,
    siamo il bossolo nel caricatore,
    pallina rotolante rotoliamo nella roulette
    fino a svenire di vanità e di noia.
    Indagati per illeciti, illecito è il nostro pensare.
    Siamo città inventate su mappe dell’Impero,
    calici ricolmi di bronzo fuso fumante,
    orizzonti innevati dall’alba polare,
    rotoliamo sul nevischio soave.
    Con gli zigomi ardenti scaliamo le montagne
    alla ricerca del segreto del rubino
    ma siamo noi il segreto e siamo noi il rubino.
    Diciamo parole di cotone e cantiamo,
    soavemente cantiamo liturgie pagane
    e flauti sono le nostre braccia, arpe i nostri capelli
    e violini le dita e viola il nostro cuore.
    Catapulte, masse di fuoco,
    incendiamo i villaggi dei giusti
    ma siamo noi i giusti, siamo noi i nostri avi
    che viviamo a stento per raggiungere la morte soave.
    Siamo l’esorcismo divino, sbronzati rotoliamo
    verso l’estasi dei deboli, siamo i fragili.
    Tutti camionisti senza carico,
    sorpassi in corsia d’emergenza,
    sirene soavi spiegate per la tangente.
    Noi siamo la nebbia, avvolgiamo rotolando,
    avvolgiamo il sole, stiamo nel sole
    e aspettiamo l’attimo per morire.
    Ma chi è mio padre, chi è mia madre?
    E noi, chi siamo noi?
    Noi siamo soli, fuori soli
    e soli lottando, soli fuggendo,
    soli rotolando, soavemente rotolando.
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