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Meno facile di quanto previsto
dissimulare agnizioni reciproche,
od un'inappartenenza comune;
lasciare che la crepa – iato o cuneo –
s'insinui, invigilate scaturigini
qui presso noi immorare, grevi alibi.
O immaginarti in questo vento, il tuo
paese – case rosse sotto un cielo
grigio – ed il mare, all'orizzonte termine;
e tangenze e infiniti voli tessere
l'ordito a consumate traiettorie,
sghembe rette per asseverative
coordinate – una stilla d'angoscia –
tuoi pensieri transeunti. E scoprirsi
distanti. Separati. Una passione
ci avvince; uguali espressioni latenti
(non era forse nella tua venuta
la mia salvezza?) lontani ribattono
strabi cigli. Ragnatela magnetica
i tuoi capelli: spengeva l'afrore
delle fole, che fra nebbia affoltantesi
e davanzale gli ambrati tramonti
schiarivano di settembre. Malcauto
autunno e il cedro decombente
nella sua solitudine ricurvo:
sigillarne il trapasso leonina
una rima: "ridacci, brezza, eterni
quegli istanti...." Ridursi ad astante, unico,
come allora, ora, il vuoto.
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    A te che danzi

    Guarda: anche le nuvole sono polvere
    che il vento scompone in questa pallida
    sera d'estate: il lontano granito
    s'arrubina del sorriso nell'ultima
    sua passione dal sole
    lambito. I sussurri echeggiati ascoltane
    (non sono forse anch'essi
    contrappunto al tuo pianto?): si disperdono
    solitari fra l'erba, nella tiepida
    verosimiglianza che offre ogni oggetto,
    ogni figura sul fondo moventesi
    del tuo salone; risolviti, intrepida,
    schiudi la finestra - l'arcana brezza
    più non t'attenderà! - già l'adombrato
    cielo di cristallo questa tua rosea
    figura china illumina:
    il fuoco delle tue palpebre già
    attende la mattina.
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