Poesie di Salvatore Quasimodo

Poeta, nato martedì 20 agosto 1901 a Modica (Italia), morto venerdì 14 giugno 1968 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Il mio paese è l'Italia

Più i giorni s'allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d'Israele,
il sangue tra i rifiuti, l'esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l'Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.
Salvatore Quasimodo
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Alle fronde dei salici

    E come potevamo noi cantare
    con il piede straniero sopra il cuore,
    fra i morti abbandonati nelle piazze
    sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
    d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
    della madre che andava incontro al figlio
    crocifisso sul palo del telegrafo?
    Alle fronde dei salici, per voto,
    anche le nostre cetre erano appese,
    oscillavano lievi al triste vento.
    Salvatore Quasimodo
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Auschwitz

      Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
      amore, lungo la pianura nordica,
      in un campo di morte: fredda, funebre,
      la pioggia sulla ruggine dei pali
      e i grovigli di ferro dei recinti:
      e non albero o uccelli nell'aria grigia
      o su dal nostro pensiero, ma inerzia
      e dolore che la memoria lascia
      al suo silenzio senza ironia o ira.
      Da quell'inferno aperto da una scritta
      bianca: " Il lavoro vi renderà liberi "
      uscì continuo il fumo
      di migliaia di donne spinte fuori
      all'alba dai canili contro il muro
      del tiro a segno o soffocate urlando
      misericordia all'acqua con la bocca
      di scheletro sotto le doccie a gas.
      Le troverai tu, soldato, nella tua
      storia in forme di fiumi, d'animali,
      o sei tu pure cenere d'Auschwitz,
      medaglia di silenzio?
      Restano lunghe trecce chiuse in urne
      di vetro ancora strette da amuleti
      e ombre infinite di piccole scarpe
      e di sciarpe d'ebrei: sono reliquie
      d'un tempo di saggezza, di sapienza
      dell'uomo che si fa misura d'armi,
      sono i miti, le nostre metamorfosi.

      Sulle distese dove amore e pianto
      marcirono e pietà, sotto la pioggia,
      laggiù, batteva un no dentro di noi,
      un no alla morte, morta ad Auschwitz,
      per non ripetere, da quella buca
      di cenere, la morte.
      Salvatore Quasimodo
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Al padre

        Dove sull'acque viola
        era Messina, tra fili spezzati
        e macerie tu vai lungo binari
        e scambi col tuo berretto di gallo
        isolano. Il terremoto ribolle
        da due giorni, è dicembre d'uragani
        e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
        nei carri merci e noi bestiame infantile
        contiamo sogni polverosi con i morti
        sfondati dai ferri, mordendo mandorle
        e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
        del dolore mise verità e lame
        nei giochi dei bassopiani di malaria
        gialla e terzana gonfia di fango.

        La tua pazienza
        triste, delicata, ci rubò la paura,
        fu lezione di giorni uniti alla morte
        tradita, al vilipendio dei ladroni
        presi fra i rottami e giustiziati al buio
        dalla fucileria degli sbarchi, un conto
        di numeri bassi che tornava esatto
        concentrico, un bilancio di vita futura.

        Il tuo berretto di sole andava su e giù
        nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
        Anche a me misurarono ogni cosa,
        e ho portato il tuo nome
        un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
        Quel rosso del tuo capo era una mitria,
        una corona con le ali d'aquila.
        E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
        ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
        di partenza colorati dalla lanterna
        notturna, e qui da una ruota
        imperfetta del mondo,
        su una piena di muri serrati,
        lontano dai gelsomini d'Arabia
        dove ancora tu sei, per dirti
        ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
        di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
        cicale del biviere, agavi lentischi,
        come il campiere dice al suo padrone:
        "Baciamu li mani". Questo, non altro.
        Oscuramente forte è la vita.
        Salvatore Quasimodo
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Natale

          Natale. Guardo il presepe scolpito,
          dove sono i pastori appena giunti
          alla povera stalla di Betlemme.
          Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
          salutano il potente Re del mondo.
          Pace nella finzione e nel silenzio
          delle figure di legno: ecco i vecchi
          del villaggio e la stella che risplende,
          e l'asinello di colore azzurro.
          Pace nel cuore di Cristo in eterno;
          ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
          Anche con Cristo e sono venti secoli
          il fratello si scaglia sul fratello.
          Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
          che morirà poi in croce fra due ladri?
          Salvatore Quasimodo
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