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Scritta da: Silvana Stremiz

Isola

Padre, io a te
io inchiodato a te su questo scoglio
divino che conosci la tua alba
e allacci la tua potenza al fulmine
da questo culmine di spasimo
io vinto mando a te
vincitore di padri
la prora disorientata delle mie parole.
Concedi a coloro che erano ciechi
e a dismisura adesso vedono,
rotto il sigillo della fiamma,
l'ustione della carezza, il fragore
del pugno, ora che sanno
il tossico del palmo e delle nocche
ed è notte, profonda notte
a occidente di ogni immaginare
ora che le iridi conoscono
le costellazioni del dolore e del piacere;
concedi loro di sopportare
per ogni ciglio sospeso alle tenebre
al tramonto di ogni palpebra sfinita
la pronuncia dell'alba e del crepuscolo
e il rombo immenso, che sale dall'uomo.
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    Da lontano

    Qualche volta, piano piano, quando la notte
    si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
    e non c'è più posto per le parole
    e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
    come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
    una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
    per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
    nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.
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