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Scritta da: Nello Maruca

Abbondanza

Ricchezza di cose, case e palazzi,
abbondanza di roba e di denaro
da sempre questo gli uomini cercaro;
per questo furo eternamente pazzi.

Per essi cedono affetti, bimbi, ragazzi,
calpestano sovente la coscienza,
ripudiano la propria figliolanza.
Son porci rozzi, luridi e pur sozzi.

Questo e ben altro è la vil ricchezza
che in vero è solo squallida miseria
in quanto al male volta e a cattiveria;
assai lontana d'Egli, àncora di salvezza.

Vera ricchezza è quella che in cuore
si tiene, che di spirito è, non materia
e all'animo più apporta miglioria
e sa donare con ardore amore.

Quest'ultima tu abbia d'abbondanza
e a uso dell'altrui mettila in atto,
per gli altri l'amor tuo sia loro motto,
non sia timor, se in altri discrepanza.

Quell'altra lascia l'abbiano gli avari,
miscredenti, ipocriti, triviali.
Destino loro è sol bocconi amari
ché di lor cattiveria traboccano gli annali.

Tu sei gioiello d'altissimo splendore;
restati bella nel tuo bel candore,
non offuscare, mai, per l'altrui l'amore,
lasciati guidare dal nobile tuo cuore.
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    Scritta da: Nello Maruca

    Don Lollò

    Non si capisce qual ch'è il motivo
    di quella grinta del porco cattivo;
    non si capisce, ancor, perché al mattino
    dimenasi don Lollò al balconcino.
    Si sa, però, ch'è insofferente nato
    e il mal ch'addosso porta è una nota
    ch'à disegnato sulla suina faccia
    e la stortura ch'à in gambe e braccia.

    L'accosto al pirandelliano personaggio
    non è al mostro nostro un omaggio
    ma è sol per illustrare la tracotanza
    di questo don Lollò dell'ignoranza.
    IL teschio in toto di cervello privo
    lascia abbondante spazio a corrosivo;
    La colpa è certo del paterno gene
    tramatore di male, sdegnator di bene.

    Quello, il vero don Lollò, l'intollerante
    aveva di che dare al confidente
    ché beni possedea in terre e case
    e perdere potea danaro, tempo e cose
    per rimanere agiato, in ogni caso.
    Quest'altro, storpio, brutto e d'altro stampo
    cui sola proprietà è l'essere intrigante
    resta misero, impertinente questuante.
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      Scritta da: Nello Maruca

      Fiore

      Dettami o mio Signore parole alate che superi
      Il lor suono di capinera il canto ond'io imperi
      In versi corta esistenza di sì cotanto splendido
      Gran Fiore. Descrivere vorrei suo volto candido
      Col garbo e maestria del sommo Dante ma in povertade
      Di pensieri m'accingo ad affrontare in umiltade
      Ardua impresa con mente mia che flette e non connette
      Chè al cospetto d'Anima sublime, stanco, non permette
      Ravvicinar divario frapposto in povertade di pensieri
      Miei e magnitude di grandezza Sua.
      Dea, che di Latona figlia e del gran Giove dio degli dei,
      a somma vetta dell'Olimpo assisa che al Dio di luce
      Apollo fosti sorella, di ninfe circondata, in castitade,
      degl'Inferi, del Cielo e della Terra Triforme venerata,
      di caccia assai devota, dei boschi protettrice, peristi!

      Stella che brilla di mattino e all'apparire del sole
      Corre e va via; Viola di prato di delicato odore,
      fragile e bella inebiatrice dei campi tutt'intorno,
      Garofalo rosso di profumo intenso, candido
      E di purezza intriso Giglio; peristi! E vuoto
      Intorno a Te molto lasciasti.

      Ma nello spiccare lo volo nei luminosi Lochi
      Che agli Angeli di Dio son riservati, seme lascasti
      In terra a germinare che sviluppò e in luce crebbe
      Di luminosa luce e di bellezza a simboleggiar
      La Tua figura eletta. Un Fiore fosti, come tal peristi;
      Fiore altro come tale in terra non è che ognuno
      Al Tuo cospetto affievolisce; nessun paragone degno
      è esserTi posto.
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        Scritta da: Nello Maruca

        Gemme

        D'Epifania, d'incerto sole, in tiepida giornata,
        giunge la prima Gemma tant'amata.
        Brillano i suoi occhi per bontà ed amore,
        di tenerezza mi riempie il cuore.
        Suo lamento è dolce nota,
        bel carattere denota.

        La seconda, ch'è seconda in tempo,
        di luce brilla più del firmamento;
        lunghi capelli, grand'occhi, luminoso viso
        a giugno mi perviene all'improvviso.
        Tutto piglia, tira, strilla,
        tutt'intorno ad ella brilla.

        In un febbraio tetro, freddo e gelo
        la terza, poi, calata m'è dal cielo;
        di gioia sussultar fa l'alma mia
        mentre m'appresto a dir l'Ave Maria.
        Occhio piccolo, lucente,
        sguardo fermo, intelligente.

        Nell'odoroso di fiori e biancospino maggio
        mi giunge all'improvviso il grand'omaggio
        di quarta Gemma splendida, lucente che tra le Gemme
        è Gemma delle Gemme.
        Tosto pare assai carino,
        un tantino birichino.

        A capodanno la quinta mi compare
        venuta all'improvviso a illuminare
        la nera notte di fulmini percossa,
        di vento e tuoni forti molto scossa.
        Di furbizia mente fina
        lesto offre lo spuntino. *

        Cinque di Gemme splendide ho nel cuore,
        ognuna d'inestimabile valore.
        La vita che pur tanto m'ha deluso
        in fin sì grandi beni m'ha profuso.
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          Scritta da: Nello Maruca

          Il cipresso

          E fu Giuseppe per quarant'anni ed oltre
          a far'inchini e salutar dappresso
          finché trovossi un dì su stessa coltre *
          accanto colui che prima era cipresso.
          Parve, indi, con stupore immenso
          d'avere inchino da sì alto fusto;
          anchilosato fu, disse: Che penso?
          No! Cervello mio: Sei vecchio e guasto.

          E chiusi gli occhi, ch'era stanco assai,
          la destra penzoloni giù dal letto
          s'assopì pian pianino pensando ai guai
          ed alla vision ch'oggi fu oggetto.
          Così restossi: Tempo quanto nol seppe
          ma parvegli poi da tocco essere scosso
          mentre affettuosamente: Che fai o Peppe?
          Sentì stanco quel dire, quanto commosso.

          Per i suoi vitrei, da peso oppressi occhi
          forza non ebbe di guardar chi fosse,
          chi a voce lo chiamava e piccoli tocchi
          e debolmente pensava chi esser potesse.
          Fu il dì di poi, a mattino andato
          che disteso a letto a lui di presso
          scorge vetust'uomo, volto emaciato
          che credere stenta ch'esser sia lo stesso

          che per tant'anni ebbe ad inchinarsi.
          Quello lo guarda e stancamente dice:
          Ho, qui, nel petto di dolor dei morsi,
          stanco mi sento e d'essere infelice.
          Io non pensavo mai, Vossignoria,
          un giorno di trovarmi accanto a Voi,
          quest'oggi il cuore mio è in allegria
          ch'ha la fortuna d'essere con Voi.

          Prim'io voglianza avevo di morire
          che sempre fui più stanco e tribolato
          sper'ora, invece, manco di guarire
          ch'accanto Vossignoria sono appagato.
          Certo! Tu allato sempre sei vissuto
          e ancorché steso resti consolato.
          Non me, però, da nobil stirpe nato
          sempre diverso fui, e non reietto.

          Vossignoria restate tale e quale
          con l'arroganza nelle vostre vene
          ma l'altezzosità più a nulla vale
          perché acuisce solo le vostre pene.
          Da parte mia vi dico: Io vi perdono
          e mi prosterno a voi per quella gioia
          che il cuore mio ha ricevuto in dono
          d'avere accanto a sé vossignoria.
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