Scritta da: Nello Maruca

Uguaglianza

Sento da sempre dir con insistenza
di somiglianza con altrui presenza;
da tempo studio, io, ciascuna usanza
e, incontrato mai ho l'uguaglianza.
Quel che qui dico può sembrar non vero
E senza scambiare il bianco per il nero
Vagliamo bene assai la circostanza
Ed alla cosa diamo giusta importanza.

Consideriamo il dotto e lo sciancato:
Il primo se la fa con l'avvocato
l'altro con le persone abominate
seguono, perciò, vie divaricate.
Or l'umile guardiamo e l'orgoglioso:
Il primo in un cantuccio resta pensoso
l'altro, a testa alta, baldanzoso
passeggia col suo fare spocchioso.

Prendiamo ad esempio la marchesa,
con chi, secondo voi, ha la sua intesa?
Certo non con l'onest'uomo di paese
ma col suo pari rango, nobile marchese.
la nobildonna dai guantoni bianchi
malaticcia, occhi cerchiati e stanchi
porta il suo velo sia per eleganza
quanto mostrare agli umili importanza.

Di sul calesse dal mantice nero
trainato da nobile destriero
non un sorriso spento, non uno sguardo
manco all'inchino di stanco vegliardo.
Luminoso diviene il cereo viso
e la sua bocca è tutta gran sorriso
se solo scorge da lontano il ricco
anche se nell'andare è smorto e fiacco.

Il capufficio, poi, lo ben sapete
mostrare preminenza ha grande sete.
I dipendenti inchioda a scrivania
a spregio e dell'amore e d'armonia.
Ancor quando innocenza in aria affiora
niuno accostamento vedo, poi, ancora,
tra il magistrato e il malcapitato
ché poco o tanto resta bacchettato.

La pari dignità tanto cantata
da quest'umanità già traviata,
misconosciuta in ogni umano gesto
solo giustifica è d'enorme guasto
al fine che al finir di vita terrena
sminuita possa essere la pena
al cospetto del Giudice Divino
come se a giudicar fosse un padrino.
Nello Maruca
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    Scritta da: Nello Maruca

    Riconoscenza

    Negl'ingenui giochi fanciulleschi
    fummo inseparabili compagni. Erano
    I tempi in cui gl'atti furbeschi
    furon tanti e gli animi formavano.
    Puberi, insieme, ancora fummo
    a scorrazzare quando la sarmentosa liana,
    a mò di sigaretta, mandavamo in fumo
    stando sdraiati accanto alla fontana

    Giovinetti, ci trovammo ancor legati
    dai vincoli d'affetto primitivi
    che s'erano, nel tempo, rafforzati
    per i nostri giuochi semplici e furtivi.
    Ci perdemmo, però, nell'età verde
    che da necessità fu fatta avulsa
    e sballottati come legion che perde
    e dalla sua amata Terra viene espulsa.

    Poi, di nuovo, nella vita adulta,
    in loco di lavoro e di consulta,
    ci ritrovammo come ai vecchi
    tempi, d'esperienza e conoscenza ricchi:
    così crescemmo assieme per vent'anni,
    colleghi di lavoro e non di giuochi
    e, l'uno dell'altrui vide gl'affanni
    che furono tanti, quanto poco i giochi.

    Or che l'adulto cede al vecchio il posto,
    un po' ammosciato come morent'arbusto,
    non più la grinta del destriero di corsa
    in ansia, stretto dagl'anni, in dura morsa,
    col nero trasformato in bianca chioma
    dal lavoro ti togli, ahimè! La dolce soma.

    Pria che ti diparti dal tenuto per tempo
    Degno posto, dire ti voglio qual'importanza
    per noi tutti avesti. Fosti di vecchio stampo:
    Laborioso, intemerato e con pazienza
    sopportasti del lavoro i turbamenti,
    senza darti né a pene né a lamenti.

    Costanza avesti di formica infaticabile
    ch'onde stipare il formicaio schianta se stessa
    E, dopo aver del grano pulito ogni cortile
    Soltanto allora, la faticosa spola cessa.
    All'operosa ape, che la real sua casa
    d'abbondante polline e miele tiene pervasa,
    in tutto, somiglianza nel lavoro avesti
    che con la dolcezza del far lo raddolcisti.

    Per le doti che ho appena qui cantato,
    scarsa è di nobile metallo ogni medaglia
    perciò, altra d'altro metallo t'ho forgiato
    onde nessuna mai a essa sia d'uguaglio:
    RICONOSCENZA è quel che in cuore io veggo:
    per te, migliore altro metallo non posseggo.
    Nello Maruca
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      Scritta da: Nello Maruca

      L'onest'uomo

      Nel corso di sua vita un sentimento
      unico l'ha sempre accompagnato
      mai, in nessun tempo, nemmeno per un momento
      tal'alto sentimento l'havea abbandonato
      finché avvenne un dì scompiglio in mente
      sua che quale gran macigno schiacciavagli
      la coscienza e lo rendeva niente.
      Da energici e vitali flemmi

      i pensieri furo, tutto abbagliato
      vide e il male quale tarlo rodeva
      i buoni intenti e lo sbagliato
      al giusto s'imponeva e vile lo rendeva.
      Più pace mai s'avrà ché il sentimento
      se pur per poco lasso s'è dipartito
      altrove rendendolo sgomento
      talché triste morire non è ma desiato.
      Purità! Per tanti lunghi anni stata
      gli sei vicino, l'hai per man portato,
      l'hai sempre ben guidato: Eri appagata:
      Perché o purità lo hai abbandonato?
      Vero che in abituale tua dimora
      sei tornata ma il segno dell'assenza
      chi lo cancella mai? Quel ch'era allora
      più non sarà da ora. Più non è l'essenza.

      L'incerta fede che porta poco sollievo
      gli offre e chi, allora, più l'allieterà?
      Mai cercò onori, sempre ne fu schivo,
      e alla sua follia chi ora crederà?
      Fu la pazzia a travolgerlo, a fargli
      tanto male, soltanto in sette giorni
      sconvolsegli la vita come guerrieri in armi
      sconvolgono palazzi, rovesciano governi.

      Maligno maledetto! tutto gli togliesti:
      La sposa stanca e buona, i figli,
      i nipotini: Quanto cattivo fosti!
      Eri in agguato, colpisti con gli artigli.
      Dell'orto distrutto hai albero e frutto
      perciò desiderio della fine avverte
      così, Maligno, sei contento in tutto
      mentr'egli riposo avrà perché inerte.

      Vergogna nel guardare i figli porta,
      indegno d'abbracciare la sposa amata,
      non ha argomento no, nulla gl'importa,
      non ha coraggio a dire: O mia adorata.
      Il cuore t'ha trafitto o dolce donna
      per futile motivo e sciocco orgoglio;
      per lui sei stata portante colonna
      non piangere più di tanto la sua spoglia.

      Per lungo tempo di te pur degno fu,
      fu la pazzia a sviarlo da sentier verace
      e tu, soltanto tu, puoi sol saperlo tu
      che solo per te vorrebbe riaver pace.
      Al Creatore credeva ed al creato,
      mai prima aveva in sé alcun reato,
      dell'onestà teneva culto assai
      ma cadde in burrone profondo, ormai.

      La mente er'intontita e lui vagava,
      svaniva il sogno di restar coi suoi
      giacché il male per strada lo ghermiva
      e lo gettava infra immensi guai.
      Non fece, no, per nulla alcuna ruberia
      od offesa a qualunque esser vivente;
      giammai la mente sfiorò tal cattiveria
      ma di tal'azioni è meno che niente.

      Commise illecito che vergogna mena
      per quell'essere ch'è certo cristiano
      poiché irregolarità comporta pena
      di profonda ferita dentro l'animo.
      L'illegalità non fu contro persona
      e nemmanco ad essere vivente
      in generale, può parere strano
      ma il danno verso altri è inesistente.

      Il cruccio ch'à è d'essersi discosto
      da quant'imposto da Dio Salvatore
      perché, inopportunamente, con furbizia
      ha ricevuto ciò che lecito era
      in altro corretto modo, comunque, avere

      Da retta via dal diavolo distorto
      agli uomini non voleva esser di torto
      e preso da enorme orgoglio sciocco
      resta stordito in immenso fosso.
      Sol Dio può dare ristoro all'alma sua,
      ridare la serenità che prima aveva,
      chetar la pena che gli arde in petto
      giacché non volea mancargli di rispetto.
      Nello Maruca
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        Scritta da: Nello Maruca

        Redentore

        Fredda era la notte ed innevata
        e la Pia Donna di bontà infinita
        di stanchezza e doglianza già stremata
        Al Redentore del mondo dava vita.
        Bussò Giuseppe a tutti i casolari
        Onde dare a Maria caldo giaciglio
        ma tutti gli occupanti furo avari
        Disdicendo Chi portava Divin Figlio.
        Aveva posto solo in una stalla,
        per letto il fieno d'una mangiatoia,
        al respiro del bue e l'asinella
        tenea Maria della maternità la gioia.
        Lui di tutto il creato possidente
        luogo migliore per nascere non ebbe,
        per l'ingordigia dell'umana gente
        nacque in miseria ed in miseria crebbe.
        Quel sembiante Umano, ch'era Divino,
        da Castissima Donna concepito
        al Dio Grande e Beato era l'affine
        ma da bieca umanità non fu capito.
        A Betlemme di Giudea resta la Grotta
        Che il Vagito Divino prima intese;
        luogo diviene di retta condotta
        cui grazia rende il cristiano e rese.
        Regnava, allora, nella Giudea Erode,
        uomo protervo, essere triviale
        d'ognuno paventava tranello e frode,
        poiché l'istinto suo era carnale.
        Seppe, dai Magi, di Gesù la nascita
        che di Giudea predicavano Re,
        decretò, quindi, togliere la vita
        agl'innocenti sotto gli anni tre.

        Al Puro putativo Padre Giuseppe
        un Angelo veloce venne in sogno:
        corri in Egitto, non badare a steppe
        ch'Erode al Piccoletto porta sdegno.
        Dell'Angelo a Maria dato l'avviso
        lasciavano quel luogo benedetto,
        in braccio Gesù dal casto bel sorriso
        in cerca d'altro tetto e d'altro letto.
        Quando l'Onnipotente al sonno eterno
        gli occhi chiudeva al bruto re regnante
        fu la Divina Famiglia di ritorno
        alle mura paterne, alla sua gente.
        A Nazareth di Galilea con i parenti
        rimaneva Gesù fino ai trent'anni,
        per essere battezzato tra le genti
        incontravasi al Giordano con Giovanni.
        Sconfiggeva Satana tra i monti;
        poscia, in testa a moltitudine gaudente
        cominciava gl'insegnamenti itineranti.
        Or visitando questa or quella gente.
        Seguito da Gerusalemme e da Giudea
        sanava storpi, ciechi ed ammalati;
        da riva al mar di Cafarnao in Galilea
        tutti erano accolti, toccati, graziati.
        Dai guarimenti dati al Suo passaggio
        la Siria tutta n'ebbe conoscenza;
        Ovunque dava del Padre il buon messaggio
        mostrando la grandezza e la Sua scienza.

        Moltiplicava i pesci e pure
        il pane, le acque quietava, comandava
        i venti, ai tormentati dava le Sue cure,
        sui mari e sopra i laghi camminava.
        Nemici farisei, scribi e sinedrio
        da Giuda, Suo discepolo, tradito
        ebbe Pilato giudice avversario
        capo di crudel popolo inferocito.
        Al posto di Barabba condannato
        fu crocefisso in mezzo due ladroni;
        Spirò, il cielo fu squarciato, fu boato,
        tremò la terra, tremaro i sommi troni.
        L'esanime Divin Corpo torturato,
        avvolto nel lenzuolo di bianco lino
        al suolo della tomba fu adagiato
        d'uomo devoto, avverso di Caino.
        Restava il Corpo esanime tre giorni,
        indi in cielo accanto al Padreterno,
        in terra, poscia, dai lochi Sempiterni
        a recare agli Apostoli governo.
        l'incredulo dei dodici Tommaso
        le dita nelle piaghe mettere volle,
        restò, ciò fatto, sgomento ma persuaso,
        cadde in ginocchio nelle carni imbelle.
        Ai Discepoli, Gesù, lascia la pace
        indi s'invola al Divin Palagio
        e, dal cospetto di Dio, dall'amor verace,
        guida gli Apostoli al Divin Messaggio.
        Nello Maruca
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          Scritta da: Nello Maruca

          Il fico

          Ogn'anno al giungere dell'estate afosa
          a noi che al fresco tuo ci si riposa
          fico, che vecchio ti ricordo d'anni assai,
          di frutto dolce non fosti avaro mai.

          Delle cure avute, quasi a dispetto,
          quest'anno di pregiati fichi fai difetto,
          giacché confronto non è coi passat'anni
          di pene mi riempi e tant'affanni.

          Ma ora che ci penso, mi ricordo,
          tutto mi torna in mente or che ti guardo:
          Tu pure l'anno scorso fosti fermo
          e prim'ancora ti mostrasti infermo.

          Qui ti lasciò mio nonno al dipartirsi
          e ancor prima il bisnonno vide aprirsi
          la bella chioma che tale fu per anni
          che, poi, curò mio padre per trent'anni.

          A loro mai donasti alcun cordoglio
          ma a me, che t'accarezzo come figlio,
          dal dispiacere m'hai levato il sonno
          come non mai a padre, nonno e bisnonno.

          Io non ho forza più di tolleranza,
          da me s'è dipartita la pazienza;
          ora m'appari come fossi morto
          perciò toglierti voglio dal mio orto.

          Con quest'arnese ch'è d'acciaio puro
          ti tolgo il fiato con un colpo duro,
          levoti, così, dal mio cospetto
          onde non far mai più alcun dispetto.

          Molto frutto, per te, questo fusto tira
          e nulla feci per muovere la tua ira;
          bene mi comportai sempre finora
          e riconoscoti mio padrone ognora.

          Per te produco, nobile signore,
          nella giornata, fresco, a tutte l'ore,
          dei tuoi bimbi soggiaccio a frusta e grida
          ferma la mano, non renderla omicida.

          La frutta la produco in abbondanza.
          son sempre pronto, in ogni circostanza,
          son sempre qui che sono ad aspettarti
          qual è lo sbaglio, forse il troppo amarti?

          Osi essere sdegnoso ed arrogante?
          Dimentichi che sono alto e importante?
          Tosto ti sfratto dall'orto e dal cospetto
          perché osi mancarmi di rispetto.

          Con questa scura ch'è tagliente
          più di quanto il tuo mordente dente
          ti stendo lesto sulla nuda terra
          giacché osasti dichiararmi guerra.

          No! non toccarmi con quel ferro rozzo;
          se morir debbo fa che sia in un pozzo:
          Mi pare a questa fine esser più degno
          che se pur vecchio, tenero è il mio legno.

          Per l'affanno di padre, nonno e bisnonno
          rimanda la mia fine al prossim'anno;
          fallo pel fresco che ti stai godendo
          e per il frutto ch'ivi oggi gustando.

          Taci! Scampo per te alcun non è,
          schiavo sei, io sono podestà e pure re
          e fermare non posso l'omicida impulso
          finché non t'ho da mia vista espulso.

          Il dolore lasciommi senza fiato
          giacché pugno violento avea sferrato
          alla base del fico, della cui ombra
          affidato avea in sonno le mie membra.
          Nello Maruca
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