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Scritta da: Nello Maruca

Lo scoramento

Solo mi sento e desolato pure
dacché a mancare mi vennero le cure
di quanti nutro affetto e amore puro
e dall'or lo tempo m'è amaro e duro.

I vecchi affetti tutti in cor li tengo,
spiritualmente tutti a me li stringo
che se puranco, son fuggiti via
parte son sempre della carne mia

Di mamma l'immago tengo avanti
che mi consola per i tanti assenti;
papà mi dice col sorriso mesto
sii negl'affetti ognora vigile e lesto.

Ma anche stamane mi fui ancor deluso
notando al fratel mio lo cuore chiuso
giacché incontrato accennai un sorriso
ma lui restassi fermo e tetro in viso.

Allor bruciommi il petto tutto quanto
e mesto restommi e deluso alquanto
poiché l'alma si ravvivò al tormento
ed ogni speme persi in quel momento.

La voce mi venne dell'amata Mamma
che muta sussurrommi flemma, flemma:
non dare peso a quanto capitato,
sia il fratello ch'ai da sempre amato.
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    Scritta da: Nello Maruca

    L'asilo

    Quante volte passando in vicinanza
    Nel cuore s'appressava la speranza
    Di riveder quel loco * a vecchia usanza
    E di Dio invocavo, così, l'onnipossenza

    Avanzando, però, nel mio andare
    Cominciava a scemar il lucernare **
    E l'alma ritornava a rabbuiare
    Mentre lo core prendeva a lacrimare.

    Iva il pensiero al Nobile Fondatore ***
    Uomo d'ingegno, grande facitore
    Che con l'ausilio di fratelli e Suore
    Da sacerdote è insigne costruttore.

    Tanti furono, invero, uomini rei
    Che piacque imitar Sansone e i filistei
    Così lo sacrificio del grand'Uomo
    Sfalda e tramuta in lacrimoso fumo.

    Però l'Onnipotente Dio che mai delude
    Le preci nostre in Suo Seno racchiude
    E giungere fa da lontano loco
    Suora Giovanna a attizzar lo foco.

    Innesca perspicacia e perseveranza
    E con l'aiuto della Provvidenza
    Riacquista l'uso di quel loco andato
    E lo ridona a noi bello e lustrato.
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      Scritta da: Nello Maruca

      L'augurio

      Per quanto la vita è dono divino
      Pur tuttavia cosparsa è di periglio,
      trova nel corso guai e scompiglio
      e spesso è trafitta da pungente spino.

      Colpa spesso del crudel destino,
      A volte anche per umano sbaglio
      che non capisce quando dare taglio
      E spesso la linea varca del confino.

      Non sia la bellezza, indi, d'affanno
      Né la sincerità mai sia d'inciampo
      E non sia di vita il percorso invano.

      Sia la sincerità immenso campo
      Ove esistenza scorra sempre a piano
      E la bellezza non ti sia d'inganno

      Quest'oggi per volere del Somm'Iddio
      Varchi la soglia degl'anni diciotto,
      l'augurio che ti fò: Varca i centotto
      in salute, pace e nel timor di Dio

      Godi l'amore e il patern'affetto
      E al bisogno sii al materno petto,
      allato l'amore dei vetusti nonni
      senza sdegnare quello dei bisnonni.

      Sii serena nei pur certi affanni
      E nei travagli che la vita dona
      Ch'essa, giammai, a nessun condona
      Pene, sospiri e puranco inganni.
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        Scritta da: Nello Maruca

        Piccola stella

        Fulgido fiore al pari di violetta
        Candida più del candor di giglio,
        profumatissima qual fiore di tiglio;
        e tant'altre qualità hai pargoletta.

        Quanto profumo e qual da giovinetta
        Custodirai nel tuo diletto petto?
        Quanti steli piegheranno al tuo cospetto
        Se già cotanta ricchezza hai piccoletta!?

        Se in terra ubertosa è allignato
        Querciolo che sviluppa dritto e robusto
        Qual in altro terreno può dirsi arbusto
        Meglio o al par di quello là maturato?

        In fronte a esso ognun s'affloscia
        E reggere non può al suo cospetto
        Chè se un arbusto già splendido nasce
        Già tutte qualità racchiude in petto.

        Scarso è lo mio dir per te, o bella
        Ilenia, perché dire di splendida Stella
        Non può chiunque a tavolo s'accosta
        Ma chi ha cervello assai e niente crosta.
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          Scritta da: Nello Maruca

          L'insatanassato

          Di Preziosissime pietre adorni, due gioielli
          di platino con arte di divin mano forgiati,
          che mai ad umano concesso fu far sì belli
          ad altro, di men preziosità, furo affiancati.
          Alfin che in scrigno, come in corpo anima,
          li custodisse al par di reliquie di beati
          essi, cui alto valore dato non è far stima,
          ad orafo in cura furono affidati.

          Fu l'orafo, ahimè, turbato dal Maligno
          che con fare suasivo quanto loquace dire
          a distruggere i preziosi del pregiato scrigno
          lo spinge e la ricchezza nel fango fa finire.
          Come voce umana sotto palazzi sgretolati
          miste a pianto e suppliche infinite
          due voci s'alzano a lamenti tormentati,
          per l'azione ricevuta, inorridite.

          Sono le voci di due rondinini ch'assistono
          dolenti al frantumarsi del lor caldo nido
          di Dio, la sua pietà, piangendo implorano:
          Non trasportarci, no! in altro estraneo lido.
          All'esile filo della speranza appesi
          col cuore in gola, con la voce spenta, sconfitti,
          feriti, stressati, offesi e vilipesi
          pietà, oh Dio, pietà! Perché ci vuoi trafitti?

          In un angolo remoto sono due stanche latte
          che il satanasso a calci e appulsi precipita
          in un fosso i cuori infranti, le costole rotte;
          mortificata ognuna, sì, ma non stizzita
          a sera lo guardo triste volgono al Ciel beato
          col pianto in cuore, col perdono in mente
          pregano alfin che l'orafo nel baratro calato
          al nido piagnucolante torni, serenamente.
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