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Scritta da: Nello Maruca

La debolezza paterna

Allorché l'animo invaso da timori
e dubbi spezzommi qual fuscello
lo corpo in due non odi, non rancori
nulla tenevo e nessun fardello
poiché la volontà s'era dissolta
e latitante qual fuggiasco ai boschi
iva veloce in cupa nebbia avvolta
pensieri abbandonando buoni e loschi.

Intorno ruotano i conosciuti affetti
d'ognuno m'avvidi la profond'amarezza
impressa al volto qual medaglia ai petti
per repente paterna debolezza.
Mi scossi allora e superai l'umana
incertezza rizzando il corpo, l'anima
svegliando, con piglio fermo e buona
rinnovata lena, mi fui qual ero prima.

Di ciascuno cogliendo ogni bisogno
di giorno in giorno mi fui tanto attento
quanto che a me pure quel fare parve sogno
giacché lo pensier mio non fu più spento.
Quanto saliente fosse lo star me bene
intesi che nell'altrui sminuivano le pene
e la tristezza che pria copria i volti
dissolta fu e prese lieti risvolti.
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    Scritta da: Nello Maruca

    La consapevolezza

    Allorquando lo corpo di vigore iva
    percorso e mai mancar sentii le forze
    in esso, la morte mi parea solo
    uno scherzo e ne facea, perciò, fonte
    di scherno e ci ridevo e di battute
    tante ne facevo. Or che lo corpo
    è debole e floscio e alla vecchiezza
    s'è incamminato essa m'appare
    qualcosa di possente che pria del corpo
    schiacciami la mente. Ora la temo,
    più che temer la tremo, e ogni dì
    ver me venir la vedo. S'avanza
    e non s'arresta neppur per un momento
    brandendo negli artigli falce tagliente.
    Paura di guardarla in faccia tengo,
    la scarna sua figura m'appare mostro
    e a ogni passo più mi dà tremore.
    Vorrei poter sparire, nuvola divenire
    Per dare pace alla mia spaurita mente
    E allontanarla dal tremor di morte
    E riportarla ai gioiosi dì di giovinezza
    quando al rimembrare di cotanto mostro
    scherzavo e ridevo di gaiezza.
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      Scritta da: Nello Maruca

      La chiesetta

      Se prima c'era solo una Madonna *
      Uno stipo, un messale e un altare,
      una finestra a mò di campanile
      senza né scala, senza né colonna
      or t'assicuro, Letterato altero **
      molte di cose ha la chiesa, invero.

      Da Eccellenza, il Vescovo in persona
      Fu consacrata il dì otto dicembre
      e affidata al popolo votato
      Rappresentato dall'uomo fidato
      Che sono certo, per innato istinto
      Non abbandona caso, pria ch'estinto.

      Indi gli spettri Catroppa e Pantano
      Dalla chiesetta, ormai, restan lontano
      Che il loco sacrato è ai cristiani
      e nei dintorni mai più saran villani.
      Né il demone potrà fare più presa
      Giacché il devoto con Gesù ha intesa.

      Presto il suono s'udrà della campana
      Che dal colle eco farà al monte e al piano.
      Presto saranno i fari illuminati
      Cosi come volevi Tu e gl'antenati.
      Ancora il vento grida e si lamenta
      Ma in Chiesa troneggia la sua Santa
      Che benedice noi, ogni momento
      e i caduti del Sacro Monumento.
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        Scritta da: Nello Maruca

        Al mio maestro peppino

        Cinquanta d'anni ne son già trascorsi
        e sentieri impervi tanti ne ho percorsi
        così come puranco, assai di rado,
        varcato, serenamente, ho qualche guado.

        Ma sia che tempesta o bonaccia fosse
        giammai lo pensier mio da te si mosse
        e, per i ricordi del tuo grande affetto
        t'hò, piacevolmente, tenuto nel mio petto.

        Rivedo il lungo, dolce viso sorridente
        in quell'amabile fare accattivante;
        ricordo quel primo assai felice incontro
        che ai timori miei non fu riscontro.

        Avvenne il quinto giorno di lezione
        che perdemmo con "Turuzzo" la ragione;
        ci accapigliammo come due leoni
        per la macchia d'inchiostro sui calzoni.

        Mettesti me sulla coscia destra
        "Turuzzo" lo ponesti sulla sinistra
        e facesti che morisse quel rancore
        donandoci il sorriso del tuo amore.

        Stretti ci trovammo in un abbraccio
        mentre le lacrime solcavano le facce.
        Una carezza ancora, un bacio in fronte
        e fummo alla lavagna a far la conta.

        Questo il primo insegnamento che mi desti,
        tant'altri mano a mano ne seguisti
        e lo facesti con la nobile arte
        che dello spirito tuo faceva parte.

        Il senso di Dio nascere mi facesti.
        di Colui che dal nulla creò i Corpi celesti;
        di Chi tutto sa, tutto conosce e vede
        e dona vita eterna a chi Gli crede.

        Nacque, così, nell'alma mia la volontà
        di pregarlo e venerarlo in umiltà.
        Questo il buon seme che mi regalasti
        dacché con pazienza e amore mi seguisti.

        Presto il seme maturò buon frutto
        tanto che ad esso da allora devo tutto.
        Infondendo con la bontà l'amore in petto
        dell'essere mio facesti un uomo retto.

        Oprare potevi solo tu questo prodigio
        col dire e il fare nel contegno ligio.
        Grazie, caro maestro mio, Grande maestro;
        per tutto questo, grazie mio caro Maestro.
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          Scritta da: Nello Maruca

          La festa della Madonna

          Quest'oggi, quattro ottobre,
          suoni intorno sono e canti,
          vicino non son'ombre
          e i cuori paion contenti.
          Oggi è festa della Vergine,
          della Vergine Maria
          e sia grandi che piccine
          sono in massima euforia.
          Tutt'allegrezza è intorno,
          la gente si sollazza,
          sol'io da qualche giorno
          carco sono di tristezza.
          Mi piange dentro il cuore,
          sentomi afflitto e solo,
          lunghe trascorron le ore,
          dai piedi mi sfugge il suolo.
          Quel vaso di cristallo
          Mancante è di più fiori.
          Sta sopra al piedistallo
          Ma è come fosse fuori.
          È bello e rilucente
          Ma pare ombrato e vecchio:
          Gli manca la sua gente:
          Lo vedo nello specchio.
          Tre sono rimasti fuori
          Da quel cristallo puro.
          Son tre, son tre amori
          Che l'animo rendon scuro.
          In un cantuccio: In casa,
          credendo d'esser sola
          la faccia triste, or rosa,
          or pallida, or viola,
          solcata dalle lacrime
          piange una donna sola.
          Si contorce, si comprime,
          sola parla, sola ragiona.
          Alza gl'occhi all'improvviso
          E mi fissa desolata,
          mentre asciuga il dolce viso
          dice: Ahimè! Che sfortunata.
          Chiude gli occhi e chiede
          Muta: Ma perché, perché, perché!?
          Guardo in Cielo e muto chiedo:
          Ma perché, Maria, perché!?
          Dai lor figli tutti quanti
          Circondati son gli amici,
          vanno avanti, indietro, avanti
          coi parenti: Sono felici.
          Per il fare di certuni
          Io, però, non son contento,
          tutti affetti restan vani
          pel lor scarso sentimento.
          Dea Fortuna da me è scosta
          Canco pure per mala sorte
          Questo giorno solo resto
          Con due figli e la consorte.
          Lei non sa, la Dea bendata,
          che se un figlio manca in casa
          la sua mamma è addolorata
          e vien tetra ogni cosa.
          Questo giorno tanto bello
          Da quel vaso di cristallo
          Di bei figli mancan tre:
          Due Regine e un gran Re.
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