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Scritta da: Nello Maruca

La morte

S'è crudeltade la Morte o s'e pietade
nessuno fino a ora l'ha mai saputo.
Sol si conosce che con sforzo alcuno
il forte leone abbatte e l'agnellino
e non si cura del ricco uomo potente
e nemmanco del misero e meschino
e tutti stende senza alcun rimpianto
e da sulla terra elimina ognuno.

Là, dove giunge, non fa differenza
né di regnanti o poveri accattoni;
per essa tutti quanti sono uguali
e in egual maniera ghermisce ognuno.
Dinnanzi ad essa cede l'attacchino
come s'inchina pure il re supremo.
La secolare quercia strugge e ingoia
e il sacro fusto dell'odoroso alloro.

Non vale per fermarla oro o argento,
ignora sia il signore che il poverello:
Non guarda in faccia ne s'è brutto o bello
e il debole risucchia senza sforzo
come il forte atterra con un soffio.
Alfine altro non è che affilata falce
che stende l'erba tutta sulla propria
ombra e inerte la ridona alla madre

Terra forse perché rinasca in vigoria
o allontanarla dal terreno tormento...
Nessuno, invero, sa perché ghermisce
s'è per crudeltade o per pietade.
Un solo Libro tratta l'argomento
ma il contenuto arduo è interpretare.
Solo chi tiene fede e spera in Dio
capisce ciò che non conosco io.
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    Scritta da: Nello Maruca

    La gratitudine

    Tanti furo i lupetti che in grembo
    teneva mamma lupa e al lembo
    di sua veste ciascuno s'attaccava
    appresso che amorevolmente allattava.
    Alla ricerca almeno del minimale,
    al fine di nutrire la prole frale,
    lontana dalla tana, in sofferenza
    il tutto procurava in perseveranza.

    Del provveduto tutto ad essi dava
    e ogni cosa per se trascurava;
    allo stremo di forze pur ridotta
    giammai modificava la condotta.
    Onde impinguare di carne ad essi l'ossa
    il fisico distruggeva di se stessa;
    tutt'essi circondando del suo amore
    ch'ora, per gratitudine, pestano suo coro.

    Mentre i lupetti, ora, son forti e belli
    del lor comportar ne tien gli affanni
    ché se pur avanti ita è negl'anni
    pochi di questi i danni, tanti di quelli.
    Essi or sono grandi, scostanti e arroganti,
    privi di dolcezza, tolleranza e garbo.
    Di mamma lupa, dei sacrifici e stenti
    alcuna memoria più tengono in serbo.

    Per questo, poveretta, essa si contrista,
    la notte sul giaciglio sbuffa, si rigira,
    pensa quel ch'è stato, chiede a Colui ch'ispira:
    Iddio, ho tanto amato, perché mi si rattrista?
    Rivede i cuccioletti che ad essa
    s'aggrappavano quando scarne le ossa
    il caldo del suo corpo ognuno ricercava
    e lei, d'amor di mamma, tutti circondava.

    Tutto è finito, ormai, tutto è concluso.
    Dei stenti e sacrifici tutto è fuso,
    tutto quel che fece era dovuto
    e, nulla, rispetto al dato, ha ricevuto.
    Sperando che i lupetti cambino gesta
    nei ricordi cheta se ne resta,
    delusa e sconfortata se ne giace,
    tornare a pensar quel ch'era le piace.

    In quest'attesa ch'è mesta speranza
    l'è di conforto un essere vivente
    che sempre è fermo, per amore e usanza
    e in ogni occasione resta presente.
    Peccato! Sua natura verso non consente
    indi, dire non può, solennemente
    quant'è riconoscente. Il dolce strofinare,
    l'effusion gioiose lo stanno a dimostrare.

    Di pelo biondo chiaro, striato grigio scuro,
    baffi lunghi e irsuti, pupille verde bruno
    affetto le dà grande, amor tenero e puro.
    Micio di razza, in cure supera ognuno.
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      Scritta da: Nello Maruca

      La felicità

      Non persona che non l'abbia pronunciata,
      non persona che non l'abbia ricercata
      non è persona cui non faccia gola
      ché né uman né cosa può, se non essa sola
      donare contentezza e appagamento
      giacché sol'essa di tanto può far vanto
      e di quanto più belle essere cose
      superando la dolcezza delle Muse
      Per settant'anni io l'ho ricercata
      E manco un poco d'essa ho mai trovato.
      Forse è manchevolezza tutta mia
      O forse vive solo in fantasia.
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        Scritta da: Nello Maruca

        La donna impudente

        Se all'inizial pudore ritornasse,
        Se alle virtù perdute risalisse
        Se di bellezza minor sfoggio facesse,
        se minore uso della lingua avesse,
        se insita l'umanità in essa fosse,
        se il senso di famiglia più alto tenesse
        e se quando altri parla lei tacesse,
        se fulcro in tutto essere non volesse,
        se non per se ma più per gli altri fosse,
        se dei malori suoi poco dicesse
        e con l'amore i dissapori superasse,
        se il sorriso sulle labbra più tenesse
        e se le sue fattezze meno mostrasse
        e mente a maggiore riflessione ponesse,
        se nel guardare le minuzie trascurasse
        e se l'altrui duolo suo lo facesse
        e delle sue miserie men conto tenesse
        e non i difetti altrui ma i suoi vedesse
        e all'umanità più amor mostrasse,
        se tutte queste doti racchiudesse
        della casa regina ad esser tornasse.
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          Scritta da: Nello Maruca

          La desolazione

          Pregno di gaiezza ai dì di fanciullezza
          Ti ricordo, ancora gaio nella giovinezza.
          Ti rivedo, da adulto, in contentezza
          Ti ritrovo e io maturo in allegrezza

          Sei. Fece l'ingresso, poi, lo sfollamento
          E la migrazione divenne grand'evento
          Come deflusso in grande scorrimento,
          presto, indi, rimanesti in isolamento.

          Eri un paesino, mia cara Falerna,
          da dolce espressione e sorridente
          ma poiché, ahimè, nulla cosa è eterna
          divenisti, pure tu, debole e perdente.

          Ti sorrideva il mar Tirreno in faccia
          E ancor'oggi, tuttora, ti sorride.
          Allora sul terrazzo era gente all'affaccio
          Ora qualche vecchio che i tuoi fulgori vide.
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