Scritta da: Nello Maruca

LI

Mettiamo lesto ogni cosa a posto
Per dar domani piglio alla fatica
Ch'essere solerti molto magnifica
L'opera di chi fa bene e presto.

Vivere nel campo, figlio, è l'opposto
Di abitare nella casa antica
In mezzo a conoscenti e gent'amica,
grida di bimbo e frignare mesto.

Di tutto quello, qui, più null'avremo,
compagno solo il cinguettio d'uccello
e lo frinire delle cicale terremo.

Il tavolo sta meglio all'altro lato,
distante da cucina e da lavello
meno lo spazio che viene occupato.
Nello Maruca
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    Scritta da: Nello Maruca

    Il travaglio

    Duro m'è lo dovere comportare
    avverso il pensier mio e immane
    lotta con mia idea è da mane a sera
    e ad ogni nuovo albore m'ho maggior
    dolore; qual viva piaga col passar dell'ore.
    Vorrei tanto tornare com'ero prima
    ma lo timore che m'opprime in petto
    discosto mi trattiene dal primiero
    concetto. Ora, all'istante, mi balena
    in testa pensiero che a riflettere
    mi porta ch'è, forse, nascosto orgoglio
    più che timore dell'altrui oppressione.
    E allor lo mio pensiero in alto vola:
    All'immenso Iddio, e dentro al cuore
    la quiete subentra immantinente.
    Disteso mi ritrovo e all'amore
    dell'altrui ridonda il sentimento.
    La pace in alma è ritornata e solo
    un sentimento di vergogna in uno
    al pentimento mi travaglia in petto.
    Una umile, breve prece al Ciel rivolgo.
    Legger mi sento, non più peso in corpo
    e sgombra la mente da pensier distorto.
    Nello Maruca
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      Scritta da: Nello Maruca

      Il pentimento

      O Genitori che state sotto ai pini
      Udite la mia prece o miei divini,
      sentite quanto grande è il pentimento
      di me che non ho colto il buon momento.

      Di stupidità pervasa la mia mente
      Indegnamente fui da Voi assente
      Ed or che più rimediar non posso
      Il danno rimpiango e il tempo lasso

      E me compiango di quanto non fui lesto
      E per quanto vile fu ogni mio gesto
      Nel trascurare per bramosia i Vostri affanni
      ArrecandoVi assai molti più danni.

      Per i dovuti e mancati omaggi
      Perdono: la mia prece è per Voi oggi,
      finché vivrò nel profondo del petto Vi terrò
      e sempre nei pensieri reconditi Vi avrò.

      Del male fatto assai molto mi dolgo
      E a Voi Anime elette mi rivolgo:
      Alfin che trovi la perduta calma
      Raggiunga il perdon Vostro la mia alma.
      Nello Maruca
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        Il casanova

        Conosco, un dongiovanni
        che a soli dodici anni
        già comincia l'azione
        della dolce seduzione.

        Ora va guardando a manca
        per cercare qualche gamba,
        poi lo guardo mena a dritta
        a cercare una coscritta.

        Giovincella oppure vecchia
        purché resti nella cerchia
        differenza non è alcuna
        che, comunque, tocca la luna.

        Se è guercia o zoppicante
        ne fa uso solamente
        per tre giorni: Poi più niente.
        Appagato ha già la mente.

        Se conquista la biondina
        la ricerca ogni mattina
        e a sera la consola
        nel non farla restar sola.

        Se per caso, poi, è bruna
        ne fa uso fino all'una
        e la lascia solamente
        a motivo della gente.

        Sia ch'è bionda, alta e snella
        sia ch'è bruna, grassa e bella,
        sia ch'è storpia, bassa e racchia
        sia rugosa, storta e vecchia,

        sia ch'esperta all'esercizio
        o che ancor non tenga vizio,
        purché abbia l'orifizio
        solo uno è il giudizio:

        Ella è donna: Tanto basta,
        perché nulla cosa guasta.
        Mi si chiede qual è il nome
        di cotanto bestione;

        Ma per mia delicatezza
        dir non posso la sua razza,
        però indico la via
        sol per mera cortesia.

        Via Rosario par che sia;
        par dimori in quella via.
        Nello Maruca
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          Il camposanto

          Coperto d'un lenzuolo di bianco lino
          Mi ritrovai disteso sotto un pino.
          Il luogo mi pareva squallido e nero
          E il tutto m'appariva un gran mistero.
          Strani rumori, fruscii, non voci né lamenti,
          non alcuno presente, non erano viventi
          ma com'infiniti oceani pianeggianti
          solo lanterne fievoli e tremanti.
          Forte pulsavami lo core dentro al petto,
          sparire avrei voluto ma restai interdetto
          di freddo tremando e di paura
          mentre la mente si volgea a sciagura.
          Sussultando, stordito e impaurito
          Mi rigirai un poco e guardai indietro
          Da dove mi parea giungessero suoni
          D'inestricabili voci e di scarponi.
          Con lenta cadenza e andatura austera
          Avanzavano ver me, in veste nera,
          con in mano una un bastone dorato,
          l'altra, sul braccio, un pastrano ornato
          due alte figure di nobile casato
          con lo stemma sul petto disegnato.
          M'apprestai ad un inchino riverente
          Ma lor giraro tosto lato ponente.
          Consolato di sì tanta presenza
          Stanco, sedetti sopra una sporgenza
          Ch'avea pensato essere un muretto
          Invece, ahimè, trattavasi d'un ometto.
          Con tanto spazio che ti trovi intorno
          Non mi par vero che non senti scorno
          D'appollaiarti sul mio teschio scarno
          Come su ceppo di pietra di marmo.
          Giammai avrei osato così tanto
          Se non avessi pensato lungi alquanto
          Essere tu prossimo a un vivente
          In questo campo ove l'umano è assente.
          E, poiché la mente mia è allo sbaraglio
          Vogliami perdonare per lo sbaglio,
          per non avere in tempo conosciuto
          chi come me, in terra, era pasciuto.
          Mi girai, una grande distesa di viole,
          lui squagliato come neve al sole.
          Poggiai la mano sopra una casupola,
          caddi su un prato coltivato a rucola.
          Tre cagnolini dal pezzato pelo
          Guaivano tremanti intorno a un palo
          Mentre due donne dal vestito nero
          Avanzavano ver me a passo leggero.
          Dovere di cortesia m'imponeva inchino
          Ma già rivolte altrove, dietro un pino,
          Ignoravano lo saluto e a passo lesto,
          a testa china e con fare mesto
          giravano attorno un grande casolare
          dove erano più cani ad abbaiare.
          Per chetare la morsa della fame
          Seppur in pantofole e pigiama,
          l'abbaiare dei cani l'un l'altr'ostile
          tosto mi portarono in cortile
          ché l'alba da tre ore era già sorta
          e i poveracci non avean più scorta.
          Nello Maruca
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