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Scritta da: Nello Maruca

Aurora

Aurora che in mezzo siedi rosseggiante
poi della bianca alba e pria del luccicante
sole che di luce cielo e mondo inonda
ma tua luminosità supera e abbonda.

Pria ch'esso compare e cielo di luce
sua colori già tuo splendore riluce,
ché qual alba a ritroso lo cammino
fai e, di splendore prima sei del trino.

Chi già candido origina tra splendore
di due e forma di luce e di colore
trino, percorso di sua vita è rilucente
ché di macchia nell'andar rimane assente.

Posta con l'Alba e il Sole nell'Olimpo
al mondo doni luce a tutto campo,
d'essa ne resti tutta quant'avvolta
e la spandi ogni dì dall'alta Volta.
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    Scritta da: Nello Maruca

    Il rimorso

    Ogni mattina allo spuntare del giorno,
    all'apparire dell'attesa aurora
    sorgesse il sole o spirasse bora *
    o ch'estate fosse o piovoso inverno

    senz'alcun'indugio al campicello
    sperando mettere qualcosa nel paniere
    t'incamminavi per la ricerca giornaliera,
    con chissà qual'altri pensieri nel cervello:

    Quante volte, però' fu la ricerca vana,
    quante volte il ritorno fu triste e deluso
    che vuota fu la cerca quotidiana
    e altro giorno in fame s'è concluso.

    Nel desolato teterrimo abituro,
    sfumata la speranza del mattino
    tutt'intorno t'appariva ancor più scuro
    ma la speranza non avea confino.

    In quegl'anni di epidemica carestia
    puranco d'affetti, nonna, fosti scarsa.
    Povera in tutto, o nonna, io nol capia
    perciò lo cuore me lo stringe morsa.

    Grande, se solo poco avessi riflettuto
    t'avrei qualche sospiro, forse, lenito.
    nol feci, più nulla or posso, t'ho perduto!
    Il rimorso mi rode all'infinito.
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      Scritta da: Nello Maruca

      L'insatanassato

      Di Preziosissime pietre adorni, due gioielli
      di platino con arte di divin mano forgiati,
      che mai ad umano concesso fu far sì belli
      ad altro, di men preziosità, furo affiancati.
      Alfin che in scrigno, come in corpo anima,
      li custodisse al par di reliquie di beati
      essi, cui alto valore dato non è far stima,
      ad orafo in cura furono affidati.

      Fu l'orafo, ahimè, turbato dal Maligno
      che con fare suasivo quanto loquace dire
      a distruggere i preziosi del pregiato scrigno
      lo spinge e la ricchezza nel fango fa finire.
      Come voce umana sotto palazzi sgretolati
      miste a pianto e suppliche infinite
      due voci s'alzano a lamenti tormentati,
      per l'azione ricevuta, inorridite.

      Sono le voci di due rondinini ch'assistono
      dolenti al frantumarsi del lor caldo nido
      di Dio, la sua pietà, piangendo implorano:
      Non trasportarci, no! in altro estraneo lido.
      All'esile filo della speranza appesi
      col cuore in gola, con la voce spenta, sconfitti,
      feriti, stressati, offesi e vilipesi
      pietà, oh Dio, pietà! Perché ci vuoi trafitti?

      In un angolo remoto sono due stanche latte
      che il satanasso a calci e appulsi precipita
      in un fosso i cuori infranti, le costole rotte;
      mortificata ognuna, sì, ma non stizzita
      a sera lo guardo triste volgono al Ciel beato
      col pianto in cuore, col perdono in mente
      pregano alfin che l'orafo nel baratro calato
      al nido piagnucolante torni, serenamente.
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        Scritta da: Nello Maruca

        Lussuria

        Dapprima all'uomo Iddio donò la vita,
        del costato di lui donna formò ardita,
        d'ella ad Adamo regalò il sorriso
        assieme a regale casa in Paradiso.

        Nasce, così, il connubio umano
        ch'essendo buono diventa tosto strano
        tanto che pur di cristianità esser dottrina
        stringi una mano e presto sei in berlina.

        Finché il giorno arrivò del matrimonio
        giammai fu Adamo d'abominio a Dio.
        Sempre fedele fu agl'insegnamenti,
        mai il proibito toccò degl'alimenti.

        Ma quando ch'ebbe con egli la compagna
        lasciossi intenerire da sua lagna;
        a viso bello, in personaggio abietto,
        resistere non seppe, poveretto!

        Onde non essere ad ella in dispiacere
        fece quel ch'era d'ella il suo volere:
        Avido ingurgitò il frutto proibito
        che penzolava dall'albero lì sito.

        Subito preso fu da gran terrore
        e d'incontrare Iddio ebbe timore;
        paura aveva d'essere trovato
        ma fu scovato e lesto fu scacciato.

        Errabondo va l'uomo da quel dì
        per la scomunica ch'addosso gli finì,
        per colpa della donna maledetta
        l'umanità ridotta è alla distretta.

        Beato chi da sol vita conduce
        ché, d'essa a fine, finisce nella Luce.
        Il Maligno da sé ha distanziato
        giacché donna in vita ha mai amato.

        Per quel che sopra è detto, o uomo saggio,
        deserta il tristo tuo retaggio
        e da cattiva lonza stai in lontananza
        poiché lupo la veste perde, non l'usanza.
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          Scritta da: Nello Maruca

          Redentore

          Fredda era la notte ed innevata
          e la Pia Donna di bontà infinita
          di stanchezza e doglianza già stremata
          Al Redentore del mondo dava vita.
          Bussò Giuseppe a tutti i casolari
          Onde dare a Maria caldo giaciglio
          ma tutti gli occupanti furo avari
          Disdicendo Chi portava Divin Figlio.
          Aveva posto solo in una stalla,
          per letto il fieno d'una mangiatoia,
          al respiro del bue e l'asinella
          tenea Maria della maternità la gioia.
          Lui di tutto il creato possidente
          luogo migliore per nascere non ebbe,
          per l'ingordigia dell'umana gente
          nacque in miseria ed in miseria crebbe.
          Quel sembiante Umano, ch'era Divino,
          da Castissima Donna concepito
          al Dio Grande e Beato era l'affine
          ma da bieca umanità non fu capito.
          A Betlemme di Giudea resta la Grotta
          Che il Vagito Divino prima intese;
          luogo diviene di retta condotta
          cui grazia rende il cristiano e rese.
          Regnava, allora, nella Giudea Erode,
          uomo protervo, essere triviale
          d'ognuno paventava tranello e frode,
          poiché l'istinto suo era carnale.
          Seppe, dai Magi, di Gesù la nascita
          che di Giudea predicavano Re,
          decretò, quindi, togliere la vita
          agl'innocenti sotto gli anni tre.

          Al Puro putativo Padre Giuseppe
          un Angelo veloce venne in sogno:
          corri in Egitto, non badare a steppe
          ch'Erode al Piccoletto porta sdegno.
          Dell'Angelo a Maria dato l'avviso
          lasciavano quel luogo benedetto,
          in braccio Gesù dal casto bel sorriso
          in cerca d'altro tetto e d'altro letto.
          Quando l'Onnipotente al sonno eterno
          gli occhi chiudeva al bruto re regnante
          fu la Divina Famiglia di ritorno
          alle mura paterne, alla sua gente.
          A Nazareth di Galilea con i parenti
          rimaneva Gesù fino ai trent'anni,
          per essere battezzato tra le genti
          incontravasi al Giordano con Giovanni.
          Sconfiggeva Satana tra i monti;
          poscia, in testa a moltitudine gaudente
          cominciava gl'insegnamenti itineranti.
          Or visitando questa or quella gente.
          Seguito da Gerusalemme e da Giudea
          sanava storpi, ciechi ed ammalati;
          da riva al mar di Cafarnao in Galilea
          tutti erano accolti, toccati, graziati.
          Dai guarimenti dati al Suo passaggio
          la Siria tutta n'ebbe conoscenza;
          Ovunque dava del Padre il buon messaggio
          mostrando la grandezza e la Sua scienza.

          Moltiplicava i pesci e pure
          il pane, le acque quietava, comandava
          i venti, ai tormentati dava le Sue cure,
          sui mari e sopra i laghi camminava.
          Nemici farisei, scribi e sinedrio
          da Giuda, Suo discepolo, tradito
          ebbe Pilato giudice avversario
          capo di crudel popolo inferocito.
          Al posto di Barabba condannato
          fu crocefisso in mezzo due ladroni;
          Spirò, il cielo fu squarciato, fu boato,
          tremò la terra, tremaro i sommi troni.
          L'esanime Divin Corpo torturato,
          avvolto nel lenzuolo di bianco lino
          al suolo della tomba fu adagiato
          d'uomo devoto, avverso di Caino.
          Restava il Corpo esanime tre giorni,
          indi in cielo accanto al Padreterno,
          in terra, poscia, dai lochi Sempiterni
          a recare agli Apostoli governo.
          l'incredulo dei dodici Tommaso
          le dita nelle piaghe mettere volle,
          restò, ciò fatto, sgomento ma persuaso,
          cadde in ginocchio nelle carni imbelle.
          Ai Discepoli, Gesù, lascia la pace
          indi s'invola al Divin Palagio
          e, dal cospetto di Dio, dall'amor verace,
          guida gli Apostoli al Divin Messaggio.
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