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Scritta da: Nello Maruca

L'opportunità della vita

L'Onnipossente, immenso Creatore,
l'Iddio che dell'Universo è fondatore,
che dal nulla formò cielo, terra e mare
che se odiato sa soltanto amare
onde lo sacrificio del Figliol non fosse vano
all'uomo crudele volle stendere la mano.
Decise, quindi, di donare due calle;
l'una che scende liscia verso valle
l'altra di rovi cosparsa, macigni e sassi
che difficoltoso è muovere i passi.
La prima mena dritta al fuoco eterno
Perché percorsa dal male dell'inferno;
la seconda stretta, cosparsa di pece
porta alla carità, la luce e pace.

L'una a misura di cattivi e stolti
l'altra pei buoni, di carità avvolti.
Queste le opportunità che Dio ha dato;
a noi andare a destra o a manco lato.
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    Scritta da: Nello Maruca

    I

    Era d'avvento, nasce prematuro.
    Il padre da poco, per sempre, taccio
    lui, poverino, ignaro del futuro,
    fredda la casa che pareva ghiaccio.

    Pur di giorno tutto pareva scuro
    poiché il demone preso aveva al laccio
    colui che teneva fermo e sicuro
    timone di dimora a forte braccio.

    Così inizia il percorso il pargoletto
    tra per lui gioia e per papà tormento
    pria ancor che bocca s'accostasse al petto

    della nutrice che distesa a letto,
    affranta, pensava al poco alimento
    che il pargolo avrebbe sotto quel tetto.
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      Scritta da: Nello Maruca

      La consapevolezza

      Allorquando lo corpo di vigore iva
      percorso e mai mancar sentii le forze
      in esso, la morte mi parea solo
      uno scherzo e ne facea, perciò, fonte
      di scherno e ci ridevo e di battute
      tante ne facevo. Or che lo corpo
      è debole e floscio e alla vecchiezza
      s'è incamminato essa m'appare
      qualcosa di possente che pria del corpo
      schiacciami la mente. Ora la temo,
      più che temer la tremo, e ogni dì
      ver me venir la vedo. S'avanza
      e non s'arresta neppur per un momento
      brandendo negli artigli falce tagliente.
      Paura di guardarla in faccia tengo,
      la scarna sua figura m'appare mostro
      e a ogni passo più mi dà tremore.
      Vorrei poter sparire, nuvola divenire
      Per dare pace alla mia spaurita mente
      E allontanarla dal tremor di morte
      E riportarla ai gioiosi dì di giovinezza
      quando al rimembrare di cotanto mostro
      scherzavo e ridevo di gaiezza.
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        Scritta da: Nello Maruca

        La prece

        Quando il dispero l'alma avea invaso
        dell'ineluttabilità già persuaso
        un pensier fosco insinuò la mente
        e del cervello ne fu preminente
        per quel qualcosa che portommi via
        nella certezza ch'essere più non sia.
        Altro non era ragionar diverso
        ch'ogni pensier gentile era disperso.

        Prostato, un giorno, mi apprestai al Divino
        e grazia domandai pel mio destino,
        lo feci con fiducia mai avuta
        a Colui che sollievo dona, ama ed aiuta.
        Di naufrago che a tavol'aggrappato
        da fort'ondate a lungo sballottato
        che già fiducia tutta avea perduto
        e in quel relitto ebbe un fort'aiuto.

        Io aggrappommi all'Essere Supremo
        che della barca tiene timone e remo,
        pace Gli domandai con la mia prece
        e nella prece riedemi la perduta pace.
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          Scritta da: Nello Maruca

          Il camposanto

          Coperto d'un lenzuolo di bianco lino
          Mi ritrovai disteso sotto un pino.
          Il luogo mi pareva squallido e nero
          E il tutto m'appariva un gran mistero.
          Strani rumori, fruscii, non voci né lamenti,
          non alcuno presente, non erano viventi
          ma com'infiniti oceani pianeggianti
          solo lanterne fievoli e tremanti.
          Forte pulsavami lo core dentro al petto,
          sparire avrei voluto ma restai interdetto
          di freddo tremando e di paura
          mentre la mente si volgea a sciagura.
          Sussultando, stordito e impaurito
          Mi rigirai un poco e guardai indietro
          Da dove mi parea giungessero suoni
          D'inestricabili voci e di scarponi.
          Con lenta cadenza e andatura austera
          Avanzavano ver me, in veste nera,
          con in mano una un bastone dorato,
          l'altra, sul braccio, un pastrano ornato
          due alte figure di nobile casato
          con lo stemma sul petto disegnato.
          M'apprestai ad un inchino riverente
          Ma lor giraro tosto lato ponente.
          Consolato di sì tanta presenza
          Stanco, sedetti sopra una sporgenza
          Ch'avea pensato essere un muretto
          Invece, ahimè, trattavasi d'un ometto.
          Con tanto spazio che ti trovi intorno
          Non mi par vero che non senti scorno
          D'appollaiarti sul mio teschio scarno
          Come su ceppo di pietra di marmo.
          Giammai avrei osato così tanto
          Se non avessi pensato lungi alquanto
          Essere tu prossimo a un vivente
          In questo campo ove l'umano è assente.
          E, poiché la mente mia è allo sbaraglio
          Vogliami perdonare per lo sbaglio,
          per non avere in tempo conosciuto
          chi come me, in terra, era pasciuto.
          Mi girai, una grande distesa di viole,
          lui squagliato come neve al sole.
          Poggiai la mano sopra una casupola,
          caddi su un prato coltivato a rucola.
          Tre cagnolini dal pezzato pelo
          Guaivano tremanti intorno a un palo
          Mentre due donne dal vestito nero
          Avanzavano ver me a passo leggero.
          Dovere di cortesia m'imponeva inchino
          Ma già rivolte altrove, dietro un pino,
          Ignoravano lo saluto e a passo lesto,
          a testa china e con fare mesto
          giravano attorno un grande casolare
          dove erano più cani ad abbaiare.
          Per chetare la morsa della fame
          Seppur in pantofole e pigiama,
          l'abbaiare dei cani l'un l'altr'ostile
          tosto mi portarono in cortile
          ché l'alba da tre ore era già sorta
          e i poveracci non avean più scorta.
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