Questo sito contribuisce alla audience di

Scritta da: Nello Maruca

CXLIV

Quando la meta già tocca la mano
qualcosa di contorto allora appare
bloccando, nel mezzo, il camminare
e lo percorso vinto rende vano.

Boccheggiante, giovane francescano
correndo supera portico e Altare
e un non so che riesce a balbettare
a fiato grosso, faccia e occhio strano.

Passa minuto che par lunga attesa,
riesce a stento dire suora Brunetta
caduta monte donna Maria Marchesa.

Vocio, singultire di donne sfatte
è il dir sciagura repentina scesa
su tetto che per l'altrui amor si batte.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Nello Maruca

    CLXXXI

    Inebetito, steso mi fui cheto
    per nove dì che tutto ardea di foco
    e membra consumommi poco a poco
    e lo pensare al cranio fummi veto.

    Lo cinquettar d'uccello del vigneto
    fecemi intraveder dond'ero il loco
    e a fiato fioco la mia mamma invoco
    ché dal cald'affetto ancora non desueto

    Giovane suora che a mio canto siede,
    flebile e dolce voce sì mi dice:
    Mamma ch'invochi tosto qui riede

    Ch'affiancata dalla madre Badessa
    siede al cospetto di Signora Contessa
    ch'è di colei che ami generatrice.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Nello Maruca

      Lacché

      Lo rossore assomiglia ad un bel fiore;
      se lo coltivi, lo curi e l'hai nel cuore
      dal gambo alla corolla resta splendore
      e in ogni ora t'inebria del suo odore.
      Ma se nol curi, lo strappi e lo calpesti
      è qual morente dagli occhi spenti e pesti.
      E se pure lo raccogli tutto quanto
      mai riavrà la primiera bellezza del suo manto.

      Così è l'uomo se decoro mantiene,
      se saldo lo rossore sempre detiene;
      ma se perde o oscura la sua faccia
      è pari al verme che sguazza nella feccia.
      E qui dire vorrei del topo di fogna
      che nella melma vive e la vergogna;
      ed è quell'uomo che col capo chino
      striscia qual biscia mentre fa l'inchino.

      È faccia porcina, aspetto orripilante,
      nel letto dell'avverso trovasi d'amante
      e sol per qualche chicco di lenticchia
      tradisce la famiglia e la sua cerchia.
      Pezzente! Fare poteva solo l'inserviente
      ma lo portaro in cima: Ad assistente.
      E pure se insuperbito dell'alto rango
      la nostalgia lo rituffò nel fango...

      Di limo in limo, ahimè, vaga strisciando
      ed or questo padrone or quel servendo
      ansimando ricerca lo caldo d'altro fuoco
      ma ognuno lo manda altrove: In altro loco.
      Stolto! Crede di fare dell'inciucio
      e non s'accorge d'esser nato ciuccio.
      Cerca di gareggiare con abili cervelli
      ma è solamente il re degl'asinelli.

      Assicurando va d'essere paladino
      del cittadino e del suo destino.
      Nemmanco fosse il Grande Napolitano
      che nel costume è retto, integro, sano.
      Invece, il vero chiodo ch'ha in mente
      è rimanere lacché del presidente.
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Nello Maruca

        Il cipresso

        E fu Giuseppe per quarant'anni ed oltre
        a far'inchini e salutar dappresso
        finché trovossi un dì su stessa coltre *
        accanto colui che prima era cipresso.
        Parve, indi, con stupore immenso
        d'avere inchino da sì alto fusto;
        anchilosato fu, disse: Che penso?
        No! Cervello mio: Sei vecchio e guasto.

        E chiusi gli occhi, ch'era stanco assai,
        la destra penzoloni giù dal letto
        s'assopì pian pianino pensando ai guai
        ed alla vision ch'oggi fu oggetto.
        Così restossi: Tempo quanto nol seppe
        ma parvegli poi da tocco essere scosso
        mentre affettuosamente: Che fai o Peppe?
        Sentì stanco quel dire, quanto commosso.

        Per i suoi vitrei, da peso oppressi occhi
        forza non ebbe di guardar chi fosse,
        chi a voce lo chiamava e piccoli tocchi
        e debolmente pensava chi esser potesse.
        Fu il dì di poi, a mattino andato
        che disteso a letto a lui di presso
        scorge vetust'uomo, volto emaciato
        che credere stenta ch'esser sia lo stesso

        che per tant'anni ebbe ad inchinarsi.
        Quello lo guarda e stancamente dice:
        Ho, qui, nel petto di dolor dei morsi,
        stanco mi sento e d'essere infelice.
        Io non pensavo mai, Vossignoria,
        un giorno di trovarmi accanto a Voi,
        quest'oggi il cuore mio è in allegria
        ch'ha la fortuna d'essere con Voi.

        Prim'io voglianza avevo di morire
        che sempre fui più stanco e tribolato
        sper'ora, invece, manco di guarire
        ch'accanto Vossignoria sono appagato.
        Certo! Tu allato sempre sei vissuto
        e ancorché steso resti consolato.
        Non me, però, da nobil stirpe nato
        sempre diverso fui, e non reietto.

        Vossignoria restate tale e quale
        con l'arroganza nelle vostre vene
        ma l'altezzosità più a nulla vale
        perché acuisce solo le vostre pene.
        Da parte mia vi dico: Io vi perdono
        e mi prosterno a voi per quella gioia
        che il cuore mio ha ricevuto in dono
        d'avere accanto a sé vossignoria.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Nello Maruca

          Lo scalognato

          Per volere del destino ebbe intoppo
          nel cammino e da molti, tanti anni
          vive in speme, tormenti e affanni;
          come erbivoro destriero al galoppo
          uso e corsa rallentato in galoppare
          per malore d'ungula afflitto
          appar mesto, mogio appare e derelitto.
          Tal si è, desolato e moscio
          ché mai spiraglio s'aperse all'orizzonte
          che nel calore sciogliesse il moral floscio
          e da valle lo proiettasse al desiato monte.
          Come avviene non sa e forse mai saprà.

          Avendo un po' di fede, però, in Dio
          il cuore gli detta:: Fu sfortuna dell'io.
          Vota la poesia: Commenta