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Scritta da: Nello Maruca

L'ultimo viaggio

Quand'io, alla soglia della quarantina,
lesto partisti, Padre, una mattina
per la lustra via, verso il Ciel turchino
perché ultimato avevi il tuo cammino.

Precoce il viaggio fu, senza ritorno
ed io d'allora mi riguardo intorno
nella vacua speme di vederti un giorno
seduto, nell'ampio e grigio soggiorno.

Ma non udranno più mie orecchie il suono
dei regali passi toccare il suolo
che non più in terra, ma pel Cielo sono
leggeri, al pari degl'uccelli volo.

Nell'alto Loco, tutto dorme e tace,
e solo è serenità, amore e pace.
Qui cattiveria è d'uccello rapace;
e mai la terra ha conosciuto pace.

Resta, perciò, o Pà, in Casa del Signore
donde lo puoi onorare a tutte l'ore.
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    Scritta da: Nello Maruca

    L'affetto

    Bisogno quanto l'aria per la vita,
    quanto d'acqua bisognevole n'è corpo,
    non meno del sangue circolante in vena,
    non meno di vena trasportare sangue,
    non meno di lingua a proferir parola,
    non meno d'anca per deambulare,
    non meno d'intelletto per capire
    e quanto occhi necessitano al vedere,
    non meno di narici per l'olfatto,
    non meno di palato per sapore
    e non meno della bocca per respiro.
    Quanto di queste cose vogl'affetto.
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      Scritta da: Nello Maruca

      Fatina

      Per caso t'incontrai in quel paese
      ove mai pensato avrei m'innamorassi
      quando saltavo tra quei fossi e sassi
      e, lesto, preparai il mio maggese.

      Trascorso abbiamo già cinque cinquine,
      di cinquina la sesta già cammina
      e tu rimasta sei quella Fatina
      ch'io intravidi quel dì tra le tendine.

      In questi cinque già passati lustri
      migliore non potevi farmi dono:
      Gioielli son dal viso dolce e buono
      quei cinque che donato m'hai di Astri.

      In quest'anni di mutato hai solo gl'anni.
      Per il resto sei com'eri: Dolce e buona
      com'allora, dolce sei tuttora e buona
      e mutato manco t'hanno i grand'affanni.

      In trent'anni andati via divenuta
      sei maestra di bontate e di dolcezza,
      nell'alma tua c'è sempre giovinezza
      e resti la Fatina che giammai muta.

      Tanta tristezza mi riempie il cuore
      il ricordo dei dì passati invano
      quando tu, dolce com'ora, piano piano
      mi donavi te stessa a tutte l'ore.

      Sol mi consola l'accresciuto affetto
      e par che le colpe un poco sminuisce
      perché, per te, l'affetto non svanisce
      ma rafforzar lo sento nel mio petto.

      Or mio è il tuo male se malata sei,
      se piangi tu, nel cuore lacrim'anch'io,
      se stanca sei, ahimè, stanco son io,
      contento son pur'io se tu contenta sei.

      Tanto m'hai dato e tanto poco ho dato!
      Ah! Se potessi indietro ritornare
      amor d'amore tornerei ad amare
      e sempre più vicino ti starei,
      come al padrone il cagnolin fidato.
      Composta mercoledì 30 novembre 1988
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        Scritta da: Nello Maruca

        L'Angelo

        In quel prato verdeggiante dall'odore
        di bianco giglio, all'ombra di due tigli
        son gioiosi quattro teneri germogli
        che bellezza e candore tengono
        più dei miglior fiori. Non son rose, nemmanco
        gigli, sono gioie, amorevoli son figli.
        Ma in un dì assai funesto tutto tosto
        divien mesto per volere della dea
        matta che al focolare dei giusti buoni
        pene dona, dolori e guasti.
        Là, nel mezzo di una siepe di quel lieto
        orto virente si spalanca all'improvviso
        una gola nera e fonda che una Gioia
        ingoia e scaglia nelle viscere profonde.
        Lestamente si richiude e la Gioia
        nella melma con vigore affonda
        e schiaccia e la stritola e affoga.
        Lento, sotterra, scorre fiume silente
        e l'inerte Spoglia in se, in un abbraccio,
        accoglie. Senza sbalzi, quietamente,
        la trasporta dolcemente e la dondola
        e trastulla come mamma bimbo in culla.
        Soavemente la quiet'onda l'accarezza
        e con amore fuor da terra, indi, la pone
        sulla spiaggia in faccia al sole
        che al contatto del calore divien Stella
        e in Cielo si trova. Dalla veste lunga
        e bianca un Arcangelo l'affianca
        e per la lustra Via al cospetto la conduce
        di Colui ch'è pace e luce. Un sol bacio,
        un sorriso ed è Angelo in Paradiso.
        Dalla Reggia dei Beati spande luce
        agli assetati e invita con ardore
        a ber l'acqua del Signore. A quei Tigli
        tanto cari stanchi e privi di vigoria
        li incoraggia e sorregge carezzando
        i cuor dolenti col sorriso dell'angelico
        suo viso, lo splendore dei begl'occhi,
        la dolcezza e il candore dell'immenso
        gentil cuore ch'elargisce gioia e amore.

        O, tu mamma triste e pia sii più forte,
        sii qual Maria. Pensa solo che sto in pace
        e che assieme alle altre Stelle sono
        luce al firmamento. Se tu guardi il Cielo
        a sera una Stella più lucente
        si riflette nei tuoi stanch'occhi. Quella Stella,
        mamma, son io che per te prego il buon Dio.

        A te, padre mio adorato, sofferente
        e addolorato, non star triste: Vivo
        in Casa dei Beati ch'è accosta
        ai Santificati. Tutto è pace,
        tutto è quiete, tutto splende, tutto tace.

        Tu che in terra fosti pria la lucerna
        di mia via perché hai perso il luccichio?
        Non sai tu, o sposa mia, che sto in Cielo
        per le vie? Non sai tu che il Loco Sacro
        ho raggiunto del Gran Padre? Il tuo uomo
        più non sono, son di più, molto di più:
        Sono l'Angelo custode che ti guido,
        ti consolo e son teco in ogni dove.
        Composta giovedì 30 novembre 2006
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          Scritta da: Nello Maruca

          La gratitudine

          Tanti furo i lupetti che in grembo
          teneva mamma lupa e al lembo
          di sua veste ciascuno s'attaccava
          appresso che amorevolmente allattava.
          Alla ricerca almeno del minimale,
          al fine di nutrire la prole frale,
          lontana dalla tana, in sofferenza
          il tutto procurava in perseveranza.

          Del provveduto tutto ad essi dava
          e ogni cosa per se trascurava;
          allo stremo di forze pur ridotta
          giammai modificava la condotta.
          Onde impinguare di carne ad essi l'ossa
          il fisico distruggeva di se stessa;
          tutt'essi circondando del suo amore
          ch'ora, per gratitudine, pestano suo coro.

          Mentre i lupetti, ora, son forti e belli
          del lor comportar ne tien gli affanni
          ché se pur avanti ita è negl'anni
          pochi di questi i danni, tanti di quelli.
          Essi or sono grandi, scostanti e arroganti,
          privi di dolcezza, tolleranza e garbo.
          Di mamma lupa, dei sacrifici e stenti
          alcuna memoria più tengono in serbo.

          Per questo, poveretta, essa si contrista,
          la notte sul giaciglio sbuffa, si rigira,
          pensa quel ch'è stato, chiede a Colui ch'ispira:
          Iddio, ho tanto amato, perché mi si rattrista?
          Rivede i cuccioletti che ad essa
          s'aggrappavano quando scarne le ossa
          il caldo del suo corpo ognuno ricercava
          e lei, d'amor di mamma, tutti circondava.

          Tutto è finito, ormai, tutto è concluso.
          Dei stenti e sacrifici tutto è fuso,
          tutto quel che fece era dovuto
          e, nulla, rispetto al dato, ha ricevuto.
          Sperando che i lupetti cambino gesta
          nei ricordi cheta se ne resta,
          delusa e sconfortata se ne giace,
          tornare a pensar quel ch'era le piace.

          In quest'attesa ch'è mesta speranza
          l'è di conforto un essere vivente
          che sempre è fermo, per amore e usanza
          e in ogni occasione resta presente.
          Peccato! Sua natura verso non consente
          indi, dire non può, solennemente
          quant'è riconoscente. Il dolce strofinare,
          l'effusion gioiose lo stanno a dimostrare.

          Di pelo biondo chiaro, striato grigio scuro,
          baffi lunghi e irsuti, pupille verde bruno
          affetto le dà grande, amor tenero e puro.
          Micio di razza, in cure supera ognuno.
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