Scritta da: Nello Maruca

L'amico

Se in disgrazia per sfortuna cadi
E aita chiedi a quello ch'è tuo amico
Allora conoscere puoi quant'è sincero.
Se alle tue necessità dona calore
Di certo è sincero e amico vero
Ma se, di contro, si squaglia e cerca
Scusanti mancando del suo aiuto
Non è amico vero ma bacato
E somiglia a mela ch'è lucente fuori
Ma dentro è marcia e d'invertebrati
Laidi succhioni è popolata.
Nello Maruca
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    Scritta da: Nello Maruca

    Il dono della vita

    Da quando Iddio tutto creò d'un fiato
    È risaputo che la vita umana
    Per dono l'ha donata Madre Natura
    E concepita l'avrebbe sì perfettamente
    Che di difetto dovrebbe essere assente.
    Constato, invece, ahimè, amareggiato
    Che il dono è dono sì ma osteggiato
    E che non è in toto, indi, compiuto
    Ch'appare albero spoglio e mal pasciuto.
    Qual dono essere può la vita umana
    Se nasce gente storpia e senza mani?
    Se gente muore di stenti e carestia,
    in guerre, pestilenze e malattie?
    Se tanto definirsi è esser dono
    Mi si risponda: cosa c'è di buono?

    Forse di buono è che all'altro Mondo
    delle privazioni si arriva mondo
    e si è elevati a dignità di Santo
    per non avere in terra avuto vanto.
    Nello Maruca
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      Scritta da: Nello Maruca

      Disgrazia

      Quest'oggi il nervosismo è culminato,
      per questo ogni fatica ho trascurato,
      dopo avere girovagato alquanto
      entro deluso nella stanza accanto.

      Quel che quest'anno qui è capitato
      è avvenimento che va raccontato
      alfin che sappia chi ci ruota intorno
      della confusion che regna e del frastorno.

      Abbia pietà di nuova circostanza
      e prenda dell'ambiente nuova coscienza
      onde non abbia lui ad adirarsi
      e non costringa altri a morsicarsi.

      Approda, cheto cheto, a dirigenza
      uomo discreto dai capelli senza;
      non un mugugno mai, non una lagna,
      convive la miseria e si rassegna.

      Al contrario, però, vive quest'io
      che pur con nostalgia, fuori d'astio
      mi contorcio, mugugno e pur mi lagno
      tanto che cancrena l'ho financo in sogno.

      Guardo, lì, seduta a tavolino
      donna vestita d'abito di lino
      che al posto ci cercare d'operare
      dilettasi sulla sedia a dondolare.

      Lumacone somiglia a movimenti:
      Lenta nel fare, lenta in spostamenti.
      Con il lavoro pare ci si culla,
      a fine giorno non conclude nulla.

      Delle tante disgrazie è la più magna
      che capitata m'è tra nuca e collo,
      meglio se fosse assente alla bisogna
      ch'è personaggio di corto cervello.

      L'è di coronamento buon compagno
      che in tela incagliato pare sia di ragno.
      Prende, pone, riprende e poi ripone,
      s'arrovella, si strugge e non compone.

      Dai gesti, dal parlar, dal comportare
      i due al mio cervello fanno pensare:
      Bisognerebbe metterli in struttura
      ove potere offrir sicura cura.

      Stanco di permanenza in sì squallido
      loco mestamente m'avvio allo stanzone
      donde mi par proviene una canzone;
      accanto alla finestra è uomo gelido

      che al collo cinghia tiene penzoloni
      mentre reggesi con mano i pantaloni.
      M'accosto, al saluto mio risponde:
      Hai visto al monte che bell'alte onde?

      Brillano gli occhi, tremano le mani;
      presto men vò dicendo: Addio, a domani.
      Nel corridoio restano tre, in crocchio,
      che prima mai incontrato avea mio occhio.

      L'uno in altezza supera la norma
      e dall'aspetto parmi non sia in forma.
      Mi dà conferma, di mia impressione,
      al mio saluto, la truce espressione.

      Dei rimanenti due uno s'inchina,
      l'altro lancia coriandoli e farina.
      In aria li sparpaglia e volan via
      mentre gl'astanti invocano Maria.

      Sbigottito del far di quei signori
      accedo alla sala di lettura
      ove di doglianza carca e malumori
      trovo persona di scarsa cultura.

      In serbo tiene solo sconoscenza,
      superbia, arroganza ed indignanza **
      d'intemperanza tien comportamento
      e mostra di suo volto abbrutimento.

      Delle manchevolezze mie non dico:
      Quello che faccio spesso lo modifico.
      Dico soltanto che non son quel ch'ero,
      mi scordo quel ch'ò detto e se pur c'ero.

      Arricchito di sì tant'indigenza
      lesto men torno all'usuale permanenza
      convinto che l'ambiente mio disabile
      è, comunque, degli altri il più agibile.
      Nello Maruca
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        Scritta da: Nello Maruca

        La morte

        S'è crudeltade la Morte o s'e pietade
        nessuno fino a ora l'ha mai saputo.
        Sol si conosce che con sforzo alcuno
        il forte leone abbatte e l'agnellino
        e non si cura del ricco uomo potente
        e nemmanco del misero e meschino
        e tutti stende senza alcun rimpianto
        e da sulla terra elimina ognuno.

        Là, dove giunge, non fa differenza
        né di regnanti o poveri accattoni;
        per essa tutti quanti sono uguali
        e in egual maniera ghermisce ognuno.
        Dinnanzi ad essa cede l'attacchino
        come s'inchina pure il re supremo.
        La secolare quercia strugge e ingoia
        e il sacro fusto dell'odoroso alloro.

        Non vale per fermarla oro o argento,
        ignora sia il signore che il poverello:
        Non guarda in faccia ne s'è brutto o bello
        e il debole risucchia senza sforzo
        come il forte atterra con un soffio.
        Alfine altro non è che affilata falce
        che stende l'erba tutta sulla propria
        ombra e inerte la ridona alla madre

        Terra forse perché rinasca in vigoria
        o allontanarla dal terreno tormento...
        Nessuno, invero, sa perché ghermisce
        s'è per crudeltade o per pietade.
        Un solo Libro tratta l'argomento
        ma il contenuto arduo è interpretare.
        Solo chi tiene fede e spera in Dio
        capisce ciò che non conosco io.
        Nello Maruca
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