Questo sito contribuisce alla audience di

Scritta da: Nello Maruca

Pupa

E dei sinceri giochi di bambini
fummo e lei e io ingenui compagni
così crescemmo un poco birichini
tra i campi a nascondino tra i castagni.

Quando cresciuti, un poco, più grandetti
ci ritrovammo a scuola, fanciulletti,
poi giovinetti ancora tre anni fummo
e altri cinque poi assieme viaggiammo.

Così finisce lei ciclo di studio
mentr'io m'avvio in verso l'ateneo,
gode ella del lavoro già il preludio
ignara dal sapere ch'avrà gran neo.

E sposa e va più in là, oltre confine,
rigonfio cuore di speranza e amore,
animo sincero, gentile e fine
lungi pensar di perdere l'onore.

Ma l'uomo ch'à, di pietra tiene cuore
ch'appen che luce vede primo fiore
con la minaccia a lei la strada impone
dopo strenua lotta ed aspra tenzone.

Così la trovo là, in ginocchione
smunta da duol, piangenti gl'occhi,
racconta lesta sua maledizione,
m'affida per sua bimba due balocchi.

Domani non sarò, figliola cara,
deposta giacerò nella mia bara
ma veglierò su te dal Paradiso
onde i miei pianti sian per te sorriso.

Aspetta, Pupa mia, teco son pur'io,
aspetta qui, un poco, il mio ritorno
che certo mi ha mandato il gran buon Dio,
vedrai, doman sarà diverso giorno.

Quando che fui coi militi di torno
stesa la ritrovai immersa a sangue,
nel biglietto è scritto: Il cuore langue,
meglio l'onore, figlia, che l'inferno.

Potrai guardare dritto negli altrui occhi
ch'onor per frutto lascio e due balocchi.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Nello Maruca

    La preghiera dell'orfanella

    Quando ch'ancora il latte mi donava
    persi l'aggrappo a lauta mammella
    di quella nobile figura dolce e bella
    che sopra al core suo mi dondolava.
    Un dì per smisurata malasorte
    in fretta si partì per luminosa
    via lasciandomi di nettare desiosa
    alfin di Dio venire a maestose Porte.

    Inver con me voleva ella restare
    ma divin Forza al ciel la fa carpire
    e a nulla valser lo suo reagire
    né le suppliche mie per fer voltare.
    Troppo piccina per attaccarmi a Te,
    Madre Divina, che se possanza avessi
    avuto per'amore Tuo, e gl'eccessi
    pianti, per caritade, mi sarei gaudente.

    Qual uccelletto io ancora implume
    restar volevo nel mio caldo nido
    ma lo destino tristo quant'infido
    non volle lì mettessi le mie piume.
    Pregarti, allora, Madonna, non potevo
    ché ancor lo cervel mio non connetteva
    né la mia lingua verbo ancor diceva
    né di mie gambe passo alcun movevo.

    Ma ora che lo cervello s'è ingrandito
    e lo cuor mio per malor si è spanso
    e molto a ragionar riesco e penso
    a questa preghiera l'ascolto Tuo invito:
    Se darmi non vuoi ancor l'amata mamma
    perché poss'io toccarla e abbracciarla,
    se in Cielo vuoi Tu ancora trattenerla
    privandomi ognora della mia fiamma

    fa ch'io giunga almeno ai Tuoi piè santi,
    fa che alla scala dell'empireo approdi,
    lascia almeno lì che la mia mamma godi
    e di sospiri la copri e di miei pianti.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Nello Maruca

      Arrivismo

      Pusillanime, miserevole don Abbondio
      dell'Opera manzoniana turpe figuro,
      alla vista dei bravi, dal guardo truce e duro
      fu, tremante del proprio io, dimentico di Dio.
      Poscia, ancor, fremente di rabbia e di paura
      cavalcar dovette la dispettosa mula
      che rasentando sen'iva l'orlo dell'altura
      con la testardaggine degna d'essa mula.

      Di sua paura colpa nessuna avea, il poverello,
      giacché cavalcato mai avea mulo o asinello.
      Mai, prima, di brutti ceffi fu a lor cospetto
      perciò il freddo trafissegli carni e petto.
      La sua dimestichezza era il breviario
      che al libro accompagnava del lunario;
      marchiato, pur tuttavia, fu di vigliaccheria
      cui mescolanza avea a risaputa tirchieria.

      Col segno a fuoco sulla fronte impresso
      per la codardia, vittima fu di se stesso;
      qual'uomo da nonnulla fu additato
      e da ciascuno schivato e allontanato.
      Misero più d'egli è il cavaliere esperto
      che di bestie da soma fu domatore certo,
      dacché teschio è vuoto e di cervello senza
      per perdita d'onestà, scienza e coscienza.

      Grand'uomini furonvi d'onori e d'armi
      che per amore ridussero lor intelletti inermi;
      l'Orlando per l'Angelica perse il cervello
      ma egli, per poco o nulla, perse il fardello.
      Quegli nobile sentimento seguitava
      per cui la sua pazzia giustifica trovava;
      questi l'amata lasciava per materia
      quando già dava, da trent'anni, onori e gloria.

      Perso, con l'abbandono ha amori, grazie, onori
      e scomparsi sono i prati seminati a fiori;
      d'irsute spine la via tortuosa prende
      mentre ogni giorno più in basso scende.
      In quel che don Abbondio credea infausto giorno
      reggere, della stupida mula, seppe il governo
      e tra preghiere, lamentele, suppliche e lagne
      agli applausi, alla fine, passò dalle vergogne.

      Il cavaliere credendosi sommo del meglio
      da furente il destriero lancia allo sbaraglio
      mentre, lemme, l'arciere scaglia la freccia
      che il cavaliere nuotar fa nella feccia.
      Ora s'affligge sull'operato suo nefasto
      cercando dar riparo al provocato guasto;
      al coccodrillo s'accosta a somiglianza
      che piange su distrutta figliolanza.
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Nello Maruca

        La felicità

        Non persona che non l'abbia pronunciata,
        non persona che non l'abbia ricercata
        non è persona cui non faccia gola
        ché né uman né cosa può, se non essa sola
        donare contentezza e appagamento
        giacché sol'essa di tanto può far vanto
        e di quanto più belle essere cose
        superando la dolcezza delle Muse
        Per settant'anni io l'ho ricercata
        E manco un poco d'essa ho mai trovato.
        Forse è manchevolezza tutta mia
        O forse vive solo in fantasia.
        Vota la poesia: Commenta