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Poesie di Nazim Hikmet

Poeta, drammaturgo e scrittore, nato mercoledì 20 novembre 1901 a Salonicco (Grecia), morto lunedì 3 giugno 1963 a Mosca (Federazione Russa)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Della morte

Entrate, amici miei, accomodatevi
siate i benvenuti
mi date molta gioia.
Lo so, siete entrati per la finestra della mia cella
mentre dormivo.
Non avete rovesciato la brocca
nè la scatola rossa delle medicine.
I visi nella luce delle stelle
state mano in mano al mio capezzale.

Com'è strano
vi credevo morti
e siccome non credo nè in Dio nè all'aldilà
mi rammaricavo di non aver potuto
offrirvi ancora un pizzico di tabacco.

Com'è strano
vi credevo morti
e voi siete venuti per la finestra della mia cella
entrate, amici miei, sedetevi
siate i benvenuti
mi date molta gioia.

Hascìm, figlio di Osmàn,
perché mi guardi a quel modo?
Hascìm figlio di Osmàn
è strano
non eri morto, fratello,
a Istanbul, nel porto
caricando il carbone su una nave straniera?
Eri caduto col secchio in fondo alla stiva
la gru ti ha tirato su
e prima di andare a riposare
definitivamente
il tuo sangue rosso aveva lavato
la tua testa nera.
Chi sa quanto avevi sofferto.

Non restate in piedi, sedetevi.
Vi credevo morti.
Siete entrati per la finestra della mia cella
i visi nella luce delle stelle
siate i benvenuti
mi date molta gioia.

Yakùp, del villaggio di Kayalar
salve, caro compagno,
non eri morto anche tu?
Non eri andato nel cimitero senz'alberi
lasciando ai tuoi bambini la malaria e la fame?
Faceva terribilmente caldo, quel giorno
e allora, non eri morto?

E tu, Ahmet Gemìl, lo scrittore?
Ho visto coi miei occhi
la tua bara scendere nella fossa.
Credo anche di ricordarmi
che la tua bara fosse un po' corta per la tua statura.

Lascia stare, Gemìl
vedo che ce l'hai sempre, la vecchia abitudine
ma è una bottiglia di medicina, non di rakì.
Ne bevevi tanto
per poter guadagnare cinquanta piastre al giorno
e dimenticare il mondo nella tua solitudine.

Vi credevo morti, amici miei
state al mio capezzale la mano in mano
sedete, amici miei, accomodatevi.
Benvenuti, mi date molta gioia.

La morte è giusta, dice un poeta persiano,
ha la stessa maestà colpendo il povero e lo scià.
Hascìm, perché ti stupisci?
Non hai mai sentito parlare di uno scià
morto in una stiva con un secchio di carbone?
La morte è giusta, dice un poeta persiano.

Yakùp
mi piaci quando ridi, caro compagno
non ti ho mai visto ridere così
quando eri vivo ...
Ma lasciatemi finire
la morte è giusta dice un poeta persiano ...

Lascia quella bottiglia, Ahmer Gemìl,
non t'arrabbiare, so quel che vuol dire
affinché la morte sia giusta
bisogna che la vita sia giusta.

Il poeta persiano ...
Amici miei, perché mi lasciate solo?

Dove andate?
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Nelle mie braccia tutta nuda

    Nelle mie braccia tutta nuda
    la città la sera e tu
    il tuo chiarore l'odore dei tuoi capelli
    si riflettono sul mio viso.

    Di chi è questo cuore che batte
    più forte delle voci e dell'ansito?
    È tuo è della città è della notte
    o forse è il mio cuore che batte forte?

    Dove finisce la notte
    dove comincia la città?
    Dove finisce la città dove cominci tu?
    Dove comincio e finisco io stesso?
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      La notte

      Una cotonata a quadretti blu copre il tavolo
      e sopra, senza menzogne, sorridenti, arditi
      stanno i nostri libri.
      Sono un prigioniero, madre mia,
      che ritorna al paese
      da una fortezza nemica.
      È l'una di notte
      la lampada è ancora accesa.
      Al mio fianco è coricata mia moglie
      mia moglie
      incinta di cinque mesi.
      Quando la mia carne tocca la sua
      quando le poso la mano sul ventre
      il bimbo si muove un poco.
      Sul ramo la foglia
      nell'acqua il pesce
      nella matrice il piccolo dell'uomo. Mio piccolo.
      La camiciola di lana rosa
      per il mio bambino
      l'ha sferruzata sua madre
      è grande come la mia mano
      con le maniche appena così.
      Mio piccolo.
      Se sarà femmina
      voglio che sia sua madre dalla testa ai piedi,
      s'è maschio, che sia della mia statura.
      S'è femmina, che abbia gli occhi verde dorato
      s'è maschio, azzurri.
      Mio piccolo.
      Non voglio che a vent'anni t'ammazzino
      se sei maschio, al fronte
      se sei femmina, dentro qualche rifugio, di notte.
      Mio piccolo.
      Femmina o maschio
      a qualsiasi età
      non voglio che tu conosca il carcere
      per essere stato dalla parte del giusto
      del bello, della pace.
      Ma so bene
      figlia mia
      o figlio mio
      che se il sole tarderà molto a sorgere
      dalle acque
      dovrai combattere e anche...
      Insomma oggi, da noi, è un ben duro mestiere
      essere padre.

      È l'una di notte.
      La lampada non l'abbiamo ancora spenta.
      Tra mezz'ora forse, forse verso il mattino
      la mia casa conoscerà
      ancora un'altra irruzione della polizia
      e mi porteranno via, prenderò con me qualche libro.
      I questurini della politica
      mi prenderanno in mezzo
      e io mi volterò indietro a guardare:
      mia moglie sarà sulla soglia
      davanti alla porta
      il vento del mattino
      gonfierà la sua gonna
      e nel suo ventre pesante
      il bambino si muoverà un poco.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Varna 1952

        Impossibile dormire la notte qui a Varna
        impossibile dormire
        per via di queste stelle che son troppe
        troppo lucide troppo vicine
        per via del mormorio sul greto dell'ode morte
        il loro sussurro
        le loro perle
        i loro ciottoli
        le alghe salate
        per via del rumore di un motore sul mare come un cuore che batte
        per via dei fantasmi
        venuti da Istanbul
        sorti dal Bosforo
        che invadono la stanza
        gli occhi verdi dell'uno
        le manette ai polsi dell'altro
        un fazzoletto
        nelle mani del terzo
        un fazzoletto che sa di lavanda.

        Impossibile dormire la notte qui a Varna, mio amore,
        qui a Varna, all'albergo Bor.
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