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Le migliori poesie di Nazim Hikmet

Poeta, drammaturgo e scrittore, nato mercoledì 20 novembre 1901 a Salonicco (Grecia), morto lunedì 3 giugno 1963 a Mosca (Federazione Russa)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po' della tua ghiaia
un po' del tuo sale azzurro
un po' della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po' più di speranza
eccoci con un po' più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.
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    Don Chisciotte

    Il cavaliere dell'eterna gioventù
    seguì, verso la cinquantina,
    la legge che batteva nel suo cuore.
    Partì un bel mattino di luglio
    per conquistare il bello, il vero, il giusto.
    Davanti a lui c'era il mondo
    coi suoi giganti assurdi e abietti
    sotto di lui Ronzinante
    triste ed eroico.

    Lo so
    quando si è presi da questa passione
    e il cuore ha un peso rispettabile
    non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
    niente da fare
    è necessario battersi
    contro i mulini a vento.

    Hai ragione tu, Dulcinea
    è la donna più bella del mondo
    certo
    bisognava gridarlo in faccia
    ai bottegai
    certo
    dovevano buttartisi addosso
    e coprirti di botte
    ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
    tu continuerai a vivere come una fiamma
    nel tuo pesante guscio di ferro
    e Dulcinea
    sarà ogni giorno più bella.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Prima che bruci Parigi

      Finché ancora tempo, mio amore
      e prima che bruci Parigi
      finché ancora tempo, mio amore
      finché il mio cuore è sul suo ramo
      vorrei una notte di maggio
      una di queste notti
      sul lungosenna Voltaire
      baciarti sulla bocca
      e andando poi a Notre-Dame
      contempleremmo il suo rosone
      e a un tratto serrandoti a me
      di gioia paura stupore
      piangeresti silenziosamente
      e le stelle piangerebbero
      mischiate alla pioggia fine.

      Finché ancora tempo, mio amore
      e prima che bruci Parigi
      finché ancora tempo, mio amore
      finché il mio cuore è sul suo ramo
      in questa notte di maggio sul lungosenna
      sotto i salici, mia rosa, con te
      sotto i salici piangenti molli di pioggia
      ti direi due parole le più ripetute a Parigi
      le più ripetute, le più sincere
      scoppierei di felicità
      fischietterei una canzone
      e crederemmo negli uomini.

      In alto, le case di pietra
      senza incavi né gobbe
      appiccicate
      coi loro muri al chiar di luna
      e le loro finestre diritte che dormono in piedi
      e sulla riva di fronte il Louvre
      illuminato dai proiettori
      illuminato da noi due
      il nostro splendido palazzo
      di cristallo.

      Finché ancora tempo, mio amore
      e prima che bruci Parigi
      finché ancora tempo, mio amore
      finché il mio cuore è sul suo ramo
      in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
      ci siederemmo sui barili rossi
      di fronte al fiume scuro nella notte
      per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
      - verso il Belgio o verso l'Olanda? -
      davanti alla cabina una donna
      con un grembiule bianco
      sorride dolcemente.

      Finché ancora tempo, mio amore
      e prima che bruci Parigi
      finché ancora tempo, mio amore.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        La sera

        Sei appena uscito di prigione
        e appena uscito
        ecco tua moglie incinta.
        La sera la prendi sottobraccio.
        Ve ne andate a passeggio per le strade del quartiere.
        Ha il ventre quasi fino al naso tua moglie.
        E il suo peso sacro lo porta con civetteria.
        Tu sei fiero e pieno di rispetto.
        Fa fresco,
        una freschezza come le mani di un bimbo infreddolito.
        I gatti del quartiere aspettano attorno alla macelleria.
        Al primo piano, la macellaia ricciuta,
        i grossi seni appoggiati sul davanzale,
        contempla il tramonto.
        In mezzo al cielo compare una stella,
        limpida e bella come un bicchier d'acqua.
        L'estate è durata a lungo quest'anno
        e se i gelsi sono ingialliti, i fichi sono ancora verdi.
        Refik, il tipografo,
        e la figlia più giovane di Jorghi, il lattaio,
        passeggiano su e giù, con le dita intrecciate.
        Karabè, il pizzicagnolo, ha già acceso le luci.
        Quest'armeno non ha dimenticato il massacro di suo padre
        tra le montagne curde.
        Ma a te, ti vuol bene.
        Anche tu non li puoi perdonare
        quelli che hanno messo questo marchio sulla fronte del popolo turco.
        I malati, i tisici del quartiere guardano da dietro i vetri.
        Il figlio di Nuriye, la lavandaia,
        disoccupato, ingobbito dalla tristezza,
        s'avvia verso la bettola.
        In casa di Rahmi si sente il radio-giornale.
        Hanno mandato 4500 ragazzi in un paese dell'Estremo Oriente
        per massacrare i loro fratelli, dal viso giallo lunare.
        Il tuo viso arrossisce di collera e di vergogna.
        Non sei obiettivo, no, al diavolo,
        ma triste
        di una tristezza tua propria,
        una tristezza con le mani e i piedi legati,
        come se fossi ancora in prigione,
        e giù in guardina sentissi i gendarmi battere i contadini .
        La notte è caduta.
        Il passeggio serale è terminato.
        Una jeep della polizia entra nella strada.
        Tua moglie sussurra: "andrà a casa? ".
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