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Poesie di Iris Vignola

Autrice di Trilogia fantasy, fiabe e Poetessa, nato a LA SPEZIA (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Racconti.

Scritta da: Iris Vignola

Lo scoglio del peccato s'è venato

Tu l'ape, io il fiore,
metafora ch'appar del tutto vera,
allor ti fai condurre dal profumo e dal colore
del mio esser fiore, da te amato,
nel solito frangente ch'io t'anelo e appaio pronta
ad allietar olfatto ed estasiar palato.
Tu conturbante ape, io ammaliante fiore.
Nel rivelar dei petali t'inoltri, sinuosi e schiusi,
agognando sugger nettare che sa inebriarti,
di cui nutrirti e satollare i sensi,
saziando gli appetiti miei, per te, esistenti.
Istanti vivi, che fan vibrar la carne e ribollir il sangue,
nell'eruzione d'un vulcano che s'è acceso,
spandendo rovente lava, a infranger, del lecito, barriera,
dacché ammetter che l'illecito sia sostantivo senza senso,
nel compiacer l'amore, quello vero.
Lo scoglio del peccato s'è venato,
andando, mano a mano, a disgregarsi
sotto il frangere dell'onda dirompente
che, costante, nell'eroder piano piano, lo consuma.
Tu onda prorompente, io mare che t'acclama.
Tu ape pretenziosa ed io fiore in simbiosi,
Siam consci che l'amore non abbia nulla da rimproverarsi,
all'evitar d'alzare mura inconsistenti.
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    Scritta da: Iris Vignola

    Fragilità

    Fragilità cruciali e prepotenti,
    omertosi e nebbiosi stati esistenziali
    che si nascondono, come serpenti aggrovigliati,
    nell'ombra dell'insita boscaglia dell'emozioni sentimentali,
    dove strisciare occultamente,
    andando ad infierire e interferire col senso della vita.
    Fragilità appartenenti all'io celato,
    dei sentimenti innati, generanti emozionali stati d'animo,
    talvolta nati nella luce, figli di speranza,
    che vanno ad incontrarsi e maturare
    nella silente solitudine della propria anima.
    Fragilità univoche discinte dalle fragilità comuni,
    che mostrano ogni essere a sé stante,
    singolare involucro perfetto ed imperfetto, nel contempo,
    dove squilibrio ed equilibrio si equivalgono e si compensano.
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      Scritta da: Iris Vignola

      Placido il mare

      Placido, il mare, assorto nel torpore apparente,
      in quel d'estate
      pare ignorar la gente.
      Dal vento, sì tiepido e gentile, si lascia accarezzare.
      Discontinuo, l'alitare lo sorvola e lo sfiora,
      assai fugace,
      in quell'ore da bollore
      ed esso, per diletto, ad increspar l'acqua s'appresta,
      alzandosi nell'onde, tenaci e delicate,
      ch'avanzano, frementi di lambir la calda sabbia,
      per riversarvisi dentro,
      morendo su di essa, in spuma bianca,
      sapienti del rinascere perpetuo, nel lor ritorno indietro,
      al proprio padre.
      Placido il mare e placide le membra sotto il sole,
      sulla battigia fattasi infuocata.
      All'acqua fresca di risacca appena nata,
      poni la tua voglia di freschezza,
      nel desio impellente di refrigerio da calura,
      corroborante la tua energia testè calante.
      Bagnato, l'arenile disseta la tua sete,
      nel mentre che il rumore, ognor cantilenante,
      dolce sciacquio che sa pregnar l'udito,
      conduce alla tua mente, soave, del mare,
      quel sospiro, fattosi vibrante,
      sotto il sussurro flebile del vento,
      che gli riporta il canto che, in coro, vanno ad intonare,
      in paziente attesa dell'apparir dell'imbrunire.
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        Scritta da: Iris Vignola

        Beltà e grazia han arriso alla tua forgia

        Beltà e grazia han arriso alla tua forgia,
        di maestria si son plasmate nell'imprimer il lor marchio;
        quant'è stata real veemenza, nel desiderar di far, di te,
        creatura alata, ineguagliabile esemplare, mai esistito tale?
        Grata, alquanto, al mio etereo arrancar là, fin dove arriva il sogno,
        in un cielo ch'ha dismesso il velo nero,
        scippato del colore buio dell'ombra,
        dall'estasiante aurora, giungente a rischiarar l'intorno.
        Nell'atto di posar i piedi s'una nube accumulata,
        mi costringo all'esilio e al diniego del risveglio,
        acciocché stare nel sonno, a favorir lo spazio che ricerco.
        Cavalcar su di te, oh mirabile destriero,
        carezzar il corno tuo, che ha sapor di sortilegio,
        com'eretto a corona sorprendente, sul tuo capo;
        aggrapparmi a soave morbidezza del tuo lungo crine biondo,
        del color che copia il sole, risplendente, or or, da Oriente,
        all'intender non cadere nell'accedere alle stelle.
        Febbril desio sfrenato e inappagato di mistero impenitente,
        ardor di fuggir via da ciò che è vero,
        all'uopo d'inchinarsi alla malia dell'irreale, del fatato.
        Che non abbia, il bagliore che traspare,
        ad infrangere e dissolver l'illusorio istante ch'io sto vivendo.
        Ch'abbia, tutto questo, un real senso.
        Ch'il mattin, testè parvente, si faccia sì silente,
        per proteggere l'essenza del mio mondo così strano,
        suggestivo e alternativo, trasudante fascino infinito e raro,
        esternato da mente ch'osa scindere chiusure perentorie,
        nell'esular dal certo preesistente e deprimente, invero,
        per optar l'incerto, di cui l'intento è di scoprir l'arcano,
        immergendomici dentro, fin'a divenir parte integrante dello stesso.
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          Scritta da: Iris Vignola

          Ero con te

          Nello splendore mattutino di quella fine maggio,
          c'incontrammo e incrociammo il nostro sguardo.
          Poi ci amammo, come naufraghi dispersi tra marosi,
          burattini appesi a fili,
          dimenati senza sosta nelle acque invereconde
          dell'oceano smisurato della malasorte,
          che s'aggrappano a vicenda dacché rimanere a galla,
          avanti d'avvistar sicuro approdo da cui trarre conforto.
          Carnale conclusione naturale
          d'un amor spirituale ch'era nato.
          Ti guardavo e mi guardavi,
          nel silenzio sol gli sguardi raccontavano di noi,
          nel reciproco desio di rivelarci fino in fondo,
          mera realtà, poco prima, solo un sogno.
          Ti bramavo e mi bramavi,
          nello sfiorar l'altrui corpo seminudo,
          nell'alitar reciproco, esalato a fior di labbra,
          nei baci e negli abbracci circondanti,
          nel mentre il tempo scivolava come sabbia.
          E poi ancor la chioma scura appoggiata alla tua spalla,
          in quell'attesa che correva via impietosa,
          sensazione di mera tenerezza improvvisa,
          scopristi in te, con grande meraviglia.
          Mi allontanai da te, inevitabilmente troppo presto,
          intanto che, col gesto, mi donavi il cuore.
          Ero con te, fino a che s'avvide il calar del sole,
          nel giorno che tendeva all'imbrunire,
          onorando la notte nel cupo suo avanzare,
          scomparendo in essa, come atto d'amore.
          Composta domenica 24 maggio 2015
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