Poesie di Guy Goffette
Il sole fa scivolare la mano
attraverso il fogliame del giorno
e lancia sull'ammattonato
la moneta del nostro pezzo
Assolo d'ombre e di voce
affinché vi troviamo
la forza di scambiare
il presente per il futuro
come un bambino con i suoi occhi
e somigliamo abbastanza agli uccelli
per credere all'albero fraterno
che ci spartiamo.
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Periferia dell’alba
a Gérard Noiret
I treni di pena tirano fuori dal letto
paesi grondanti e stravolti
fatti di piccoli mattini chiusi di lunghi
vagheggiamenti d’erbe e isole
dove in procinto di raggiungere la zona
delle turbolenze
le lavoratrici vanno a gettare
il figlio del loro sonno
Il cielo non esiste è
la cifra degli occhi caduti nella cenere
come se l’anima non avesse più i mezzi
per rilanciare sotto la palpebra
l’impossibile navetta del bene
Lazzaro e il ricco Epulone III
È una fine giornata
come tutti ne abbiamo conosciute:
le cose sono al loro posto, il mondo
potrebbe rovesciarsi, il quadro,
il soggetto,
niente cambierebbe aspetto – a meno che,
come qui,
il figlio di Jacopo, il pittore,
non scivoli tra la scena e il pennello
e non se ne resti là, con gli occhi grandi
aperti
sull'angolo più scuro, questa sorda follia
che non può accettare né rifiutare:
l'indifferenza dei vivi
per i vivi – e se interroga il vuoto,
è come se cercasse di che riempire
la notte e gli occhi di Lazzaro
al tempo stesso.
Lazzaro e il ricco Epulone I
Sono in tre attorno alla tavola, l'uno tiene
distrattamente una viola sulle ginocchia
ma non suona, l'altro con il piatto vuoto
sulla tovaglia logora, il terzo
è una donna dal corpo bianchissimo,
i seni
offerti alla luce di questa fine giornata
in cui ciascuno aspetta
qualche cosa in più
che si nega, ostinatamente si nega.
Sono in tre attorno alla tavola
e tu sei il quarto nell'angolo
perso della tela, a raccogliere le briciole
sotto la firma illeggibile.
I bambini che s'insinuano tra le nostre
parole
come un punto e virgola, sanno tutto
e si ricordano della nostra fatica
di dire la vita che passa e di come
l'amore
è difficile. Insinuano cantando un dito
leggero
nella scollatura del mondo che ci copre
poi si fermano con la guancia contro
l'orecchio del gatto
con un viso grave e chiuso così in fretta
da farci perdere l'equilibrio, gettarci
fuori dal tempo,
d'un tratto muti come accanto a un pozzo
colmo di parole
mentre si arrotonda, vera dei nostri
giorni,
delle nostre vane parole, la pupilla
del gatto.