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Scritta da: Silvana Stremiz
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! Ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! Le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
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    Scritta da: Antonella Marotta

    Cocotte

    Ho rivisto il giardino, il giardinetto
    contiguo, le palme del viale,
    la cancellata rozza dalla quale
    mi protese la mano ed il confetto...

    "Piccolino, che fai solo soletto?"
    "Sto giocando al Diluvio Universale"
    Accennai gli strumenti, le bizzarre
    cose che modellavo nella sabbia,
    ed ella si chinò come chi abbia
    fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
    la bocca, e mi baciò tra le sbarre
    come si bacia un uccellino in gabbia.

    Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
    di quel volto tra le sbarre quadre!
    La nuca mi serrò con le mani ladre;
    ed io stupivo di vedermi accanto
    al viso, quella bocca tanto, tanto
    diversa dalla bocca di mia Madre!

    "Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
    Sei qui pei bagni? Ed affittate là?"
    Subito mi lasciò, con negli sguardi
    un vano sogno (ricordai più tardi)
    un vano sogno di maternità...

    "Una cocotte..."

    "Che vuol dire mammina?"
    "Vuo dire che è una cattiva signorina:
    non bisogna parlare alla vicina!"
    Co-co-tte... La strana voce parigina
    dava alla mia fantasia bambina
    un senso buffo d'uovo e di gallina...

    Pensavo deità favoleggiate:
    i naviganti e l'Isole Felici...
    Co-co-tte... le fate intese a malefici
    con cibi e bevande affatturate...
    Fate saranno, chi sa quali fate,
    e in chi sa quali tenebrosi offici!

    Un giorno -giorni dopo- mi chiamò
    tra le sbarre fiorite di perbene:
    "O piccolino, che non mi vuoi più bene?"
    "È vero che sei una cocotte? "
    Perdutamente rise... E mi baciò
    con le pupille di tristezza piene

    Tra le gioie defunte e i disinganni
    dopo vent'anni, oggi si ravviva
    il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
    signorina? Sei viva? Come inganni
    (meglio per te non essere più viva!)
    la discesa terribile degli anni?

    Oimè! Da che non giova il tuo belletto
    e il cosmetico già fa mala prova
    l'ultimo amante disertò l'alcova...
    Uno, sol uno: il piccolo folletto
    che donasti d'un bacio e d'un confetto,
    dopo vent'anni, oggi, ti ritrova

    in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
    Da quel mattino dell'infanzia pura
    forse ho amato te sola, o creatura!
    Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
    Se leggi questi versi di richiamo
    ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

    Vieni, Che importa se non sei più quella
    che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
    o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
    del tuo passato! Ti rifarò bella
    coma Carlotta, come Graziella,
    come tutte le donne del mio sogno!

    Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
    di rimpianto. Non amo che le rose che non colsi.
    Non amo che le cose che potevano essere e non sono state...
    Vedo la casa; ecco le rose
    del bel giardino di vent'anni or sono!

    Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
    fra gli eucalipti liguri si spazia...
    Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
    Fa' che io riveda il tuo volto disfatto;
    ti bacerò: rifiorirà nell'atto,
    sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

    Vieni! Sarà come se a me, per mano,
    tu riportassi me stesso d'allora,
    il bimbo parlerà con la Signora.
    Risorgeremo dal tempo lontano.
    Vieni! Sarà come se a te, per mano,
    io riportassi te, giovane ancora.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      L'amica di nonna Speranza

      Loreto impagliato e il busto d'Alfieri, di Napoleone,
      i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

      il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
      i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

      un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
      gli oggetti con mònito, salve, ricordo, le noci di cocco,

      Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po' scialbi,
      le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

      le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
      i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,

      il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
      e immilla nel quarto le buone cose di pessimo gusto,

      il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
      chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

      I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
      che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili: è giorno di gala)

      ma quelli v'irrompono in frotta. È giunta è giunta in vacanza
      la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

      Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
      da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla gonna;

      il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine:
      più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

      Entrambe hanno uno scialle ad arancie, a fiori, a uccelli, a ghirlande:
      divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

      Son giunte da Mantova senza stanchezza al Lago Maggiore
      sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza.

      Han fatto l'esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
      passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

      O Belgirate tranquilla! La sala dà sul giardino:
      fra i tronchi diritti scintilla lo specchio del Lago turchino.

      Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
      le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche:

      motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
      di Arcangelo del Leuto e di Alessandro Scarlatti;

      innamorati dispersi, gementi il "core" e "l'augello",
      languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

      ... caro mio ben
      credimi almen,
      senza di te
      languisce il cor!
      Il tuo fedel
      sospira ognor
      cessa crudel
      tanto rigor!
      Carlotta canta, Speranza suona. Dolce e fiorita
      si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

      O musica, lieve sussurro! E già nell'animo ascoso
      d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

      lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
      sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

      Giungeva lo Zio, signore virtuoso di molto riguardo,
      ligio al Passato al Lombardo-Veneto e all'Imperatore.

      Giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
      ligia al Passato sebbene amante del Re di Sardegna.

      "Baciate la mano alli Zii! " - dicevano il Babbo e la Mamma,
      e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

      "E questa è l'amica in vacanza: madamigella Carlotta
      Capenna: l'alunna più dotta, l'amica più cara a Speranza. "

      "Ma bene... ma bene... ma bene... " - diceva gesuitico e tardo
      lo Zio di molto riguardo - "Ma bene... ma bene... ma bene...

      Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
      Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro... "

      "Gradiscono un po' di marsala? " "Signora Sorella: magari. "
      E sulle poltrone di gala sedevano in bei conversari.

      "... ma la Brambilla non seppe... - È pingue già per lErnani;
      la Scala non ha più soprani... - Che vena quel Verdi... Giuseppe!...

      "... nel marzo avremo un lavoro - alla Fenice, m'han detto -
      nuovissimo: il Rigoletto; si parla d'un capolavoro. -

      "... azzurri si portano o grigi? - E questi orecchini! Che bei
      rubini! E questi cammei?... La gran novità di Parigi...

      "... Radetzki? Ma che! L'armistizio... la pace, la pace che regna...
      Quel giovine Re di Sardegna è uomo di molto giudizio! -

      "È certo uno spirito insonne... -... è forte e vigile e scaltro.
      "È bello? - Non bello: tutt'altro... - Gli piacciono molto le donne...

      "Speranza! " (chinavansi piano, in tono un po' sibillino)
      "Carlotta! Scendete in giardino: andate a giuocare al volano! "

      Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
      inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.

      Oimè! Ché giocando, un volano, troppo respinto all'assalto,
      non più ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

      S'inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago,
      sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri.

      "... se tu vedessi che bei denti! - Quant'anni? - Vent'otto.
      - Poeta? Frequenta il salotto della Contessa Maffei! "

      Non vuole morire, non langue il giorno. S'accende più ancora
      di porpora: come un'aurora stigmatizzata si sangue;

      si spenge infine, ma lento. I monti s'abbrunano in coro:
      il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento.

      Romantica Luna fra un nimbo leggero, che baci le chiome
      dei pioppi arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

      il sogno di tutto un passato nella tua curva s'accampa:
      non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

      Vedesti le case deserte di Parisina la bella
      non forse? Non forse sei quella amata dal giovane Werther?

      "... Mah!... Sogni di là da venire. - Il Lago s'è fatto più denso
      di stelle -... che pensi?... - Non penso... - Ti piacerebbe morire?

      "Sì! - Pare che il cielo riveli più stelle nell'acqua e più lustri.
      Inchìnati sui balaustri: sognano così fra due cieli...

      "Son come sospesa: mi libro nell'alto!... - Conosce Mazzini...
      - E l'ami? - Che versi divini!... Fu lui a donarmi quel libro,

      ricordi? Che narra siccome amando senza fortuna
      un tale si uccida per una: per una che aveva il mio nome. "

      Carlotta! Nome non fine, ma dolce! Che come l'essenze
      risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

      O amica di Nonna conosco le aiuole per ove leggesti
      i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

      Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov'è di tuo pugno
      la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

      Stai come rapita in un cantico; lo sguardo al cielo profondo,
      e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

      Quel giorno - malinconia! - vestivi un abito rosa
      per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

      Ma te non rivedo nel fiore, o amica di Nonna! Ove sei
      o sola che - forse - potrei amare, amare d'amore?
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        Scritta da: Luisa Marcangeli
        Nonno, l'argento della tua canizie
        rifulge nella luce dei sentieri
        passi tra i fichi, i susini e i peri
        con nelle mani un cesto di primizie:
        "Le piogge di Settembre già propizie | gonfian sul ramo i fichi bianchi e neri,
        susine claudie varietà pregiata di susine...
        a chi lavori e speri
        Gesù concede tutte le delizie" Mi specchio ancora nello specchio rotto
        rivedo i finti frutti d'alabastro...
        Ma tu sei morto e non c'è più Gesù.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La differenza

          Penso e ripenso:-Che mai pensa l'oca
          gracidante alla riva del canale?
          Pare felice! Al vespero invernale
          protende il collo, giubilando roca.

          Salta starnazza si rituffa gioca:
          né certo sogna d'essere mortale
          né certo sogna il prossimo Natale
          né l'armi corruscanti della cuoca.

          -O pàpera, mia candida sorella,
          tu insegni che la Morte non esiste:
          solo si muore da che s'è pensato.

          Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
          Ché l'esser cucinato non è triste,
          triste è il pensare d'esser cucinato.
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