Le migliori poesie di Giuseppe Giusti

Poeta, nato venerdì 12 maggio 1809 a Monsummano Terme, Pistoia (Italia), morto domenica 31 marzo 1850 a Firenze (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Pierluigi Camilli

Gli umanitari

Ecco il genio umanitario
che del mondo stazionario
unge le carrucole.
Per finir la vecchia lite
tra noi, bestie incivilite
sempre un po' selvatiche,
coll'idea d'essere Orfeo
vuoi mestare in un cibreo
l'universo e reliqua.
Al ronzio di quella lira
ci uniremo, gira gira,
tutti in un gomitolo.
Varietà d'usi e di clima
le son fisime di prima;
è mutata l'aria.
I deserti, i monti, i mari,
son confini da lunari,
sogni di geografi.
Col vapore e coi palloni troveremo gli scorcioni
anco nelle nuvole;
ogni tanto, se ci pare,
scapperemo a desinare
sotto, qui agli antipodi;
e né gemini emisferi
ci uniremo bianchi e neri:
bene! Che bei posteri!
Nascerà di cani e gatti
una razza di mulatti
proprio in corpo e in anima.
La scacchiera d'Arlecchino
sarà il nostro figurino,
simbolo dell'indole.
(Già per questo il Gran Sultano
fé' la giubba al Mussulmano
a coda di rondine!)
Bel gabbione di fratelli!
Di tirarci pè capelli
smetteremo all'ultimo.
Sarà inutile il cannone;
rnorirem d'indigestione,
anzi di nullaggine.
La fiaccona generale
per la storia universale
farà molto comodo.
Io non so se il regno umano
deve aver Papa e Sovrano:
ma se ci hanno a essere,
Il Monarca sarà probo
e discreto: un re del globo
saprà star né limiti.
Ed il capo della fede?
Consoliamoci, si crede
che sarà cattolico.

Finirà, se Dio lo vuole,
questa guerra di parole,
guerra da pettegoli.
Finirà: sarà parlata
una lingua mescolata,
tutta frasi aeree;
e già già da certi tali
nei poemi e nei giornali
si comincia a scriverè.
Il puntiglio discortese
di tener dal suo paese,
sparirà tra gli uomini.
Lo chez-nous'd'un vagabondo
vorrà dire: in questo mondo,
non a casa al diavolo.
Tu, gelosa ipocondria,
che m'inchiodi a casa mia,
escimi dal fegato;
e tu pur chetati, o Musa,
che mi secchi colla scusa
dell'amor di patria.
Son figliuol dell'universo,
e mi sembra tempo perso
scriver per l'Italia.
Cari miei concittadini,
non prendiamo per confini
l'Alpi e la Sicilia.
S'ha da star qui rattrappiti
sul terren che ci ha nutriti?
O che siamo cavoli?
Qua e là nascere adesso,
figuratevi, è lo stesso:
io mi credo Tartaro.
Perché far razza tra noi?
Non è scrupolo da voi:
abbracciamo i barbari!
Un pensier cosmopolita
ci moltiplichi la vita,
e ci slarghi il cranio.
Il cuor nostro accartocciato,
nel sentirsi dilatato,
cesserà di battere.
Così sia: certe battute
fanno male alla salute;
ci è da dare in tisico.
Su venite, io sto per uno;
son di tutti e di nessuno;
non mi vò confondere.
Nella gran cittadinanza,
picchia e mena, ho la speranza
di veder le scimmie
Sì sì, tutto un zibaldone:
alla barba di Platone
ecco la repubblica!
Giuseppe Giusti
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    Scritta da: Pierluigi Camilli

    La mamma educatrice

    Viva Adelaide
    che il cuor m'infiamma,
    e in omnia secula,
    viva la mamma!
    Donna mirabile,
    donna famosa!
    È un capo d'opera
    è una gran cosa.
    Una domenica
    L'incontro in piazza,
    che aveva a latere
    la sua ragazza;
    mi ferma e, affabile
    come conviene,
    comincia al solito:
    - Che fa? Sta bene? -
    Ed alla figlia
    che stava zitta,
    gridò: - Su, animo!
    Che fai lì ritta?
    Su grulla, avvezzati,
    fa il tuo dovere... -
    Che mamma amabile!
    Non è un piacere?
    E poi, tenendomi
    le mani ai panni,
    soggiunse: - Oh, passano
    pur presto gli anni!
    L'ho vista nascere:
    eh, malannaggio!
    S'invecchia e termina
    l'erba di maggio!
    Eh, bimba andiamocene,
    stamane ho fretta:
    venga un po' a veglia,
    venga, s'aspetta!
    Siam gente povera,
    ma di buon cuore:
    ci fa una grazia,
    anzi un onore.
    Via bimba, pregalo!
    Stai lì impalata!
    Ma, santa Vergine!
    Sei pur sgarbata! -
    «È sempre giovane»
    dissi « aspettate,
    lasciate correre,
    non la sgridate:
    l'età, la pratica
    è molto: e poi,
    farà miracoli
    sotto di voi! »
    Ai panegirici
    non sempre avvezza,
    fece una smorfia
    di tenerezza
    la vecchia, e a battere
    sul primo invito
    tornò, dicendomi:
    - Dunque, ha capito;
    sa dove s'abita:
    verrà? - «Verrò. »
    E chi rispondere
    Potea di no?
    V'andai. Col giubilo,
    con quel sembiante
    che per le visite
    d'un zoccolante
    ho visto prendere
    dalle massaie,
    quando alla questua
    gira per l'aie,
    quelle, vedendomi,
    in un baleno
    precipitarono
    a pian terreno;
    poi risalirono
    con meco; ed ambe
    -Badi- gridavano
    -badi alle gambe.
    È poco pratico
    la scala è scura... -
    «Ma quanti incomodi!
    Quanta premura! »
    Salgo, si chiacchiera
    sul più, sul meno;
    mi dàn del discolo
    dal capo ameno.
    Tutta sollecita
    la mamma intanto
    scotea la seggiola,
    puliva un santo;
    da un certo armadio
    fra pochi stracci
    scioglieva in furia
    due canovacci;
    d'acqua in un angolo
    la brocca empiva:
    che mamma provvida!
    Che pulizia!
    Finite all'ultimo
    tante faccende,
    disse: - E per tavola
    cosa si prende?
    Credi Delaide,
    sono sgomenta! -
    e a me voltandosi
    diceva: - Senta,
    con tanti ninnoli
    ci va un tesoro:
    le voglie crescono,
    manca il lavoro.
    Oh, ripensandoci
    m'affogherei;
    almeno, càttera,
    felice lei... -
    Capii l'antifona,
    ed un testone
    le offersi a titolo
    di compassione.
    La vecchia ingenua
    per la sorpresa
    m'urtò col gomito,
    si finse offesa;
    ma per imprestito
    poi l'accettò,
    e per andarsene
    s'incamminò
    e nell'orecchio
    mi disse: -Ohè!
    Ritorno subito;
    badiamo, vhè! -
    Io per non ridere
    alzando il ciglio,
    risposi: «Diamine!
    Mi meraviglio! »
    Esce da camera,
    chiude la porta;
    sta fuori un secolo:
    che mamma accorta!
    Poi tosse e strascica
    prima d'entrare....
    Il ciel moltiplichi
    mamme sì rare!
    Giuseppe Giusti
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      Scritta da: Pierluigi Camilli

      Lo Stivale

      Io non son della solita vacchetta,
      né sono uno stival da contadino;
      e se pajo tagliato coll'accetta,
      chi lavorò non era un ciabattino:
      mi fece a doppie suola e alla scudiera,
      e per servir da bosco e da riviera.

      Dalla coscia giù giù sino al tallone
      sempre all'umido sto senza marcire;
      son buono a caccia e per menar di sprone,
      e molti ciuchi ve lo posson dire:
      tacconato di solida impuntura,
      ho l'orlo in cima, e in mezzo la costura.

      Ma l'infilarmi poi non è sì facile,
      né portar mi potrebbe ogni arfasatto;
      anzi affatico e stroppio un piede gracile,
      e alla gamba dei più son disadatto;
      portarmi molto non poté nessuno,
      m'hanno sempre portato a un po' per uno.

      Io qui non vi farò la litania
      di quei che fur di me desiderosi;
      ma così qua e là per bizzarria
      ne citerò soltanto i più famosi,
      narrando come fui messo a soqquadro,
      e poi come passai di ladro in ladro.

      Parrà cosa incredibile: una volta,
      non so come, da me presi il galoppo,
      e corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
      ma camminar volendo un poco troppo,
      l'equilibrio perduto, il proprio peso
      in terra mi portò lungo e disteso.

      Allora vi successe un parapiglia;
      e gente d'ogni risma e d'ogni conio
      pioveano di lontan le mille miglia,
      per consiglio d'un Prete o del Demonio:
      chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
      gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.
      Volle il Prete, a dispetto della fede,
      calzarmi coll'ajuto e da sé solo;
      poi sentì che non fui fatto al suo piede,
      e allora qua e là mi dette a nolo:
      ora alle mani del primo occupante
      mi lascia, e per lo più fa da tirante.

      Tacca col Prete a picca e le calcagna
      volea piantarci un bravazzon tedesco,
      ma più volte scappare in Alemagna
      lo vidi sul caval di San Francesco:
      in seguito tornò; ci s'è spedato,
      ma tutto fin a qui non m'ha infilato.

      Per un secolo e più rimasto vuoto,
      cinsi la gamba a un semplice mercante;
      mi riunse costui, mi tenne in moto,
      e seco mi portò fino in Levante, -
      ruvido sì, ma non mancava un ette,
      e di chiodi ferrato e di bullette.

      Il mercante arricchì, credè decoro
      darmi un po' più di garbo e d'apparenza:
      ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro,
      ma un tanto scapitai di consistenza;
      e gira gira, veggo in conclusione
      che le prime bullette eran più buone.

      In me non si vedea grinza né spacco,
      quando giù di ponente un birichino
      ea una galera mi saltò sul tacco,
      e si provò a ficcare anco il zampino;
      ma largo largo non vi stette mai,
      anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

      Fra gli altri dilettanti oltramontani,
      per infilarmi un certo re di picche
      ci si messe cò piedi e colle mani;
      ma poi rimase lì come berlicche,
      quando un cappon, geloso del pollajo,
      gli minacciò di fare il campanajo.

      Da bottega a compir la mia rovina
      saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
      un certo professor di medicina,
      che per camparmi sulla buccia, ordì
      una tela di cabale e d'inganni
      che fu tessuta poi per trecent'anni.

      Mi lisciò, mi coprì di bagattelle,
      e a forza d'ammollienti e d'impostura
      tanto raspò, che mi strappò la pelle;
      e chi dopo di lui mi prese in cura,
      mi concia tuttavia colla ricetta
      di quella scuola iniqua e maledetta.

      Ballottato così di mano in mano,
      da una fitta d'arpìe preso di mira,
      ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
      che si messero a fare a tira tira:
      alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
      ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

      Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice
      che lo Spagnolo mi portò malissimo:
      m'insafardò di morchia e di vernice,
      chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
      ma di sottecche adoperò la lima,
      e mi lasciò più sbrendoli di prima.

      A mezza gamba, di color vermiglio,
      per segno di grandezza e per memoria,
      m'era rimasto solamente un Giglio:
      ma un Papa mulo, il Diavol l'abbia in gloria,
      ai Barbari lo diè, con questo patto
      di farne una corona a un suo mulatto.

      Da quel momento, ognuno in santa pace
      la lesina menando e la tanaglia,
      cascai dalla padella nella brace:
      vicerè, birri, e simile canaglia
      mi fecero angherie di nuova idea,
      et diviserunt vestimenta, mea.

      Così passato d'una in altra zampa
      d'animalacci zotici e sversati,
      venne a mancare in me la vecchia stampa
      di quei piedi diritti e ben piantati,
      cò quali, senza andar mai di traverso,
      il gran giro compiei dell'universo.

      Oh povero stivale! Ora confesso
      che m'ha gabbato questa matta idea:
      quand'era tempo d'andar da me stesso,
      colle gambe degli altri andar volea;
      ed oltre a ciò, la smania inopportuna
      di mutar piede per mutar fortuna.

      Lo sento e lo confesso; e nondimeno
      mi trovo così tutto in isconquasso,
      che par che sotto mi manchi il terreno
      se mi provo ogni tanto a fare un passo;
      ché a forza di lasciarmi malmenare,
      ho persa l'abitudine d'andare.

      Ma il più gran male me l'han fatto i Preti,
      razza maligna e senza discrezione;
      e l'ho con certi grulli di poeti,
      che in oggi si son dati al bacchettone:
      non c'è Cristo che tenga, i Decretali
      vietano ai Preti di portar stivali.

      E intanto eccomi qui roso e negletto,
      sbrancicato da tutti, e tutto mota;
      e qualche gamba da gran tempo aspetto
      che mi levi di grinze e che mi scuota;
      non tedesca, s'intende, né francese,
      ma una gamba vorrei del mio paese.

      Una già n'assaggiai d'un certo Sere,
      che se non mi faceva il vagabondo,
      in me potea vantar di possedere
      il più forte stival del Mappamondo:
      ah! Una nevata in quelle corse strambe
      a mezza strada gli gelò le gambe.

      Rifatto allora sulle vecchie forme
      e riportato allo scorticatojo,
      se fui di peso e di valore enorme,
      mi resta a mala pena il primo cuojo;
      e per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
      ci vuol altro che spago e piantastecchi.

      La spesa è forte, e lunga è la fatica:
      bisogna ricucir brano per brano;
      ripulir le pillacchere; all'antica
      piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
      ringambalar la polpa ed il tomajo:
      ma per pietà badate al calzolaio!

      E poi vedete un po': qua son turchino,
      là rosso e bianco, e quassù giallo e nero;
      insomma a toppe come un arlecchino;
      se volete rimettermi davvero,
      fatemi, con prudenza e con amore,
      tutto d'un pezzo e tutto d'un colore.

      Scavizzolate all'ultimo se v'è
      un uomo purché sia, fuorché poltrone;
      e se quando a costui mi trovo in piè,
      si figurasse qualche buon padrone
      di far con meco il solito mestiere,
      lo piglieremo a calci nel sedere.
      (Giuseppe Giusti)


      La chiosa di Pierluigi

      Seguendo il tuo consiglio l'hanno fatto:
      han provato per centosettant'anni
      a cercar di scoprire il piede adatto;
      con alti e bassi han fatto altri danni;
      ai Preti ora noi dobbiam sommare
      chi d'Oltremare ci viene a provare!

      E or caro Giuseppe, mio Maestro,
      hanno la gamba pensato di trovare:
      hanno creduto che col piede destro
      di nuovo lui potesse camminare!
      Il guaio è che nessuno ha mai badato
      per quale piede l'hanno fabbricato!
      (Pierluigi Camilli)
      Giuseppe Giusti
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