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Scritta da: Maresa Schembri

La partenza

La madre

Per te in orazione, io sono senza oblio,
qui fra ginestre il tramonto è di seta,
oscuro treno ti portò lontano. Le foglie
tessono reti d'ombre, e sàcculi.

Il figlio

L'acqua del mare è il mio cammino,
e tu non mi senti, io errante tremo.
Sarà rosso il paese sulle tegole,
e molli le balze d'erba - il rivo geme?

La madre

Qui gentile gallo canta per te, fra poco
bianca capigliatura avranno le stelle.
Mori e cristiani raccolgono timo;
molto confusa è la tua voce per me.

Il figlio

Mi langue l'occhio, madre, e a me sopra
il mare ruota senza allegrezza.
La mia mano è fronda tra
alghe - vizza, la Fenice non rinasce.

La madre

Allungo le dita per cercarti, figlio,
ma ti sento in mezzo a ritorte radici.
Nella terra dalle pietre rosse, sai,
va il carretto: tu fosti per me giglio.

Il figlio

Suonano pesci sul mio corpo, madre,
scintilla mi fu la mente che in alto
si dissolse nel boreale vento. Attorno non ho rugiada in selva; qui è abisso.
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    Scritta da: Maresa Schembri

    La Tenebrosa

    Crescevan nella tomba le unghia
    a Giuseppe, morto, adunche.
    Liquefatto gli gocciava il fegato.
    Nelle cave orbite senza luce
    aveva due tenere rotule di Ririrì.
    Dal cervello putrescente e dalla teca
    si sperdevan milioni di pensieri
    in filiere per i cipressi del cimitero.

    Dio verdolino come libellula, lì
    cercava di penetrare fra le estreme cellule.
    Ma gli oscurava a lampi la via,
    la Tenebrosa. Bolliva nel vicolo la pignatta - oh, quanto fonda! - di donna Riricchia.
    Nella valle in paura del vento, le canne. Picchia
    la notte sugli ossi secchi della tomba.
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      Scritta da: Maresa Schembri

      Per l'Associazione di Volontariato Sìloe di Frosinone

      I disabili guidati da Immanuel
      seguivano in carrozzelle sbilenche
      per calanchi e sassaie, assetati,
      Gesù che, con calzari di sicomoro,
      andava a meditare, stanco del mondo
      chiuso in un tramonto immobile, d'oro,
      sul Mar Morto. Che sorto fra aride
      colline esile fiottava contro le sponde.

      Lo seguiva la turba dei disabili, fra cui
      il bimbo di sei anni, Filippo. Un bue
      ruminando erbe secche e spine, negli
      occhi li rifletteva tutti da uno scoglio storto.
      Gesù alzò sulle acque le mani, e si tacque la turba.
      Con una bilancia di quarzo ne pesò
      le anime assieme ai minuscoli quark e leptoni.

      "O voi che costituite l'universo", disse
      il Maestro, "leptoni e quark, e disabili verso
      Dio rivolti, e Immanuel, in quel
      Mar Morto se i piedi immergete, entrerete
      in uno Spirito risorgente in tanti tempo-spazio".
      Il tramonto finiva blu, e i disabili in una
      nube di quark, ebbero il corpo sano
      vedendo emergere dalle acque Iddio.
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