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Scritta da: Silvana Stremiz

La Guazza

Laggiù, nella notte, tra scosse
d'un lento sonaglio, uno scalpito
è fermo. Non anco son rosse
le cime dell'Alpi.
Nel cielo d'un languido azzurro,
le stelle si sbiancano appena:
si sente un confuso sussurro
nell'aria serena.
Chi passa per tacite strade?
Chi parla da tacite soglie?
Nessuno. È la guazza che cade
sopr'aride foglie.
Si parte, ch'è ora, né giorno,
sbarrando le vane pupille;
si parte tra un murmure intorno
di piccole stille.
In mezzo alle tenebre sole,
qualcuna riluce un minuto;
riflette il tuo Sole, o mio Sole;
poi cade: ha veduto.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Pioggia

    Cantava al buio d'aia in aia il gallo.
    E gracidò nel bosco la cornacchia:
    il sole si mostrava a finestrelle.
    Il sol dorò la nebbia della macchia,
    poi si nascose; e piovve a catinelle.
    Poi fra il cantare delle raganelle
    guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.
    Stupìano i rondinotti dell'estate
    di quel sottile scendere di spille:
    era un brusìo con languide sorsate
    e chiazze larghe e picchi a mille a mille;
    poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
    di stille d'oro in coppe di cristallo.
    dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Nella macchia

      Errai nell'oblio della valle
      tra ciuffi di stipe fiorite,
      tra quercie rigonfie di galle;

      errai nella macchia più sola,
      per dove tra foglie marcite
      spuntava l'azzurra viola;

      errai per i botri solinghi:
      la cincia vedeva dai pini:
      sbuffava i suoi piccoli ringhi
      argentini.

      Io siedo invisibile e solo
      tra monti e foreste: la sera
      non freme d'un grido, d'un volo.

      Io siedo invisibile e fosco;
      ma un cantico di capinera
      si leva dal tacito bosco.

      E il cantico all'ombre segrete
      per dove invisibile io siedo,
      con voce di flauto ripete,
      Io ti vedo!
      dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Patria

        Sogno d'un dì d'estate.
        Quanto scampanellare
        tremulo di cicale!
        Stridule pel filare
        moveva il maestrale
        le foglie accartocciate.
        Scendea tra gli olmi il sole
        in fascie polverose;
        erano in ciel due sole
        nuvole, tenui, róse:
        due bianche spennellate
        in tutto il ciel turchino.
        Siepi di melograno,
        fratte di tamerice,
        il palpito lontano
        d'una trebbiatrice,
        l'angelus argentino...
        dov'ero? Le campane
        mi dissero dov'ero,
        piangendo, mentre un cane
        latrava al forestiero,
        che andava a capo chino.
        dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Dalla spiaggia

          C'è sopra il mare tutto abbonacciato
          il tremolare quasi d'una maglia:
          in fondo in fondo un ermo colonnato,
          nivee colonne d'un candor che abbaglia:
          una rovina bianca e solitaria,
          là dove azzurra è l'acqua come l'aria:
          il mare nella calma dell'estate
          ne canta tra le sue larghe sorsate.
          O bianco tempio che credei vedere
          nel chiaro giorno, dove sei vanito?
          Due barche stanno immobilmente nere,
          due barche in panna in mezzo all'infinito.
          E le due barche sembrano due bare
          smarrite in mezzo all'infinito mare;
          e piano il mare scivola alla riva
          e ne sospira nella calma estiva.
          dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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