Poesie di Giosuč Carducci
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Tratto da Davanti a S.Guido
Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare,
Sette verghe di ferro ho logorate
per appoggiarmi nel fatale andare,
Sette fiasche di lacrime ho colmate
Sette lunghi anni di lacrime amare:
Tu dormi alle mie grida disperate,
Il gallo canta e non ti vuoi svegliare.
Ai Poeti
O arcadi e romantici fratelli
Ne la castroneria che insiem vi lega,
Deh finite, per dio, la trista bega,
E sturate il forame de' cervelli.
Del vostro pianto crescono i ruscelli
E i fiumi e i laghi sí che l'alpe annega,
E stanco č il Gusto a batter chiavistelli
A questa vostra misera bottega.
Sentite in confidenza: i lepri e i ghiri
Son lepri e ghiri, e non son mai leoni:
Né Byron si rimpasta co' deliri,
Né Shakespeare si rifŕ co' farfalloni,
Né si fabbrica Schiller co' sospiri,
Né Cristi e sagrestie fanno il Manzoni.
Dopo tanti sermoni,
O baironiani, o cristiani, o ebrei,
Ed o voi che credete ne gli dči,
Lasciate i piagnistei;
E, se piů al mondo non avete spene,
Fatevi un po' il servizio d'Origene.
A Neera
L'olmo e la verde sposa
Vedi in florido amplesso accolti e stretti:
Vedi a l'ilice annosa
Attorcersi i corimbi giovinetti.
Deh! Se del roseo braccio
Cosí, bianca Neera, m'avvincessi,
E tra'l soave laccio
Il capo stanco io nel tuo sen ponessi,
Un lungo amore insieme
Giugnendo l'alme ognor, dolcezza mia,
Non altra gioia o speme,
Non altro a desiar lo spirto avria.
Non me non me dal fiore
Del caro labbro, fin di tutte brame,
Svegliar potria sopore,
Non cura di lieo, non dura fame.
Allor noi senza duolo
Il fato colga; innamorati spirti
Noi tragga un legno solo,
Pallido Dite, ŕ suoi secreti mirti.
Di ciel che mai non verna
La ferma ivi berremmo aura sincera,
Sotto i pič nostri eterna
Rinascendo cň fior la primavera.
In tra i nobili eroi
Ivi ŕ ben nati amor vivono ognora
L'eroine onde a noi
Mormora un suon d'esigua fama ancora,
E menan danze, e alterni
Canti giungono al suon d'alterna lira;
E sů germogli eterni
Zefiro senza mutamento spira.
Scherza con l'ôra incerta
Di lauri un bosco; de le aulenti frondi
Sotto l'ombra conserta
Ridon le rose ed i giacinti biondi.
A l'ombre pie d'intorno,
Non da rigidi imperi esercitato,
Sotto il purpureo giorno
Germina splende e olezza il suol beato.
Solinga ombra amorosa
Ivi oblia Saffo la leucadia pietra,
E pur languida posa
La tenue fronte su la dotta cetra.
Siede Tibullo a l'ombra
Ove docil dŕ colli un rio declina;
E di dolcezza ingombra
I sacri elisii l'armonia latina.
E noi, Neera, il canto
Dč morti udrem; noi sederem trŕ fiori
De l'asfodelo. Intanto
Mesciamo i dolci e fuggitivi amori.
Tedio invernale
Ma ci fu dunque un giorno
Su questa terra il sole?
Ci fur rose e viole,
Luce, sorriso, ardor?
Ma ci fu dunque un giorno
La dolce giovinezza,
La gloria e la bellezza,
Fede, virtude, amor?
Ciň forse avvenne a i tempi
D'Omero e di Valmichi:
Ma quei son tempi antichi,
Il sole or non č piů.
E questa ov'io m'avvolgo
Nebbia di verno immondo
Č il cenere d'un mondo
Che forse un giorno fu.
Traversando la Maremma toscana
Dolce paese, onde portai conforme
L'abito fiero e lo sdegnoso canto
E il petto ov'odio e amor mai non s'addorme,
pur ti riveggo e il cuor mi balza tanto.
Pace dicono al cuor le tue colline
Con le nebbie sfumanti e il verde piano
Ridente ne le piogge mattutine.