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Scritta da: Silvana Stremiz

Avanti! Avanti!

I
Avanti, avanti, o sauro destrier de la canzone!
L'aspra tua chioma porgimi, ch'io salti anche in arcione
Indomito destrier.
A noi la polve e l'ansia del corso, e i rotti venti,
E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti
L'urlo solingo e fier.
I bei ginnetti italici han pettinati crini,
Le constellate e morbide aiuole d giardini
Sono il lor dolce agon:
Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori,
La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori
De le fanfare al suon;
E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso,
Il picciol collo inarcano e masticando il morso
Par che rignino - Ohib! -
Ma l'alfana che strascica su l'orlo de la via
Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia
D'un corpo che invecchi,
Ripensando gli scalpiti d corteggi e le stalle
D tepid'ozi e l'adipe de la pasciuta valle,
Guarda con muto orror.
E noi corriamo torridi soli, cieli stellati,
Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati,
Dietro un velato amor.
Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico!
Non vedi tu le parie forme del tempo antico
Accennarne col ?
Non vedi tu d'Angelica ridente, o amico, il velo
Solcar come una candida nube l'estremo cielo?
Oh gloria, oh libert!

II
Ahi, d prim'anni, o gloria, nascosi del mio cuore
N superbi silenzii il tuo superbo amore.
Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor
Mi sfolgorar d gelidi marmi nel petto un raggio,
Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio
E i lampi d bianchi omeri sotto le chiome d'r.
E tutto ci che facile allor prometton gli anni
Io 'l diedi per un impeto lacrimoso d'affanni,
Per un amplesso aereo in faccia a l'avvenir.
O immane statua bronzea su dirupato monte,
Solo i grandi t'aggiungono, per declinar la fronte
Fredda su 'l tuo fredd'omero e lassi ivi morir.
A pi frequente palpito di umani odii e d'amori
Meglio il petto m'accesero n lor severi ardori
Ultime dee superstiti giustizia e libert;
E uscir credeami italico vate a la nuova etade,
Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade,
E il canto, ala d'incendio, divora i boschi e va.
Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata!
Co 'l tuon de l'arma ferrea nel destro pugno arcata,
Gentil leopardo lanciasi Camillo Demuln,
E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia,
Per rivelarti popoli, con le taurine braccia,
repubblica vergine, l'amazonio tuo sen.
A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli,
Con la pupilla cerula fisa a gli aperti cieli
Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior
Ti rideva da l'anima la fede allor che il bello
E biondo capo languido chinavi, e te, fratello,
Copria l'ombra siderea di Roma e i tre color;
Ed al fuggir de l'anima su la pallida faccia
Protendea la repubblica santa le aperte braccia
Diritta in fra i romulei colli e l'occiduo sol.
Ma io d'intorno premere veggo schiavi e tiranni,
Ma io su 'l capo stridere m'odo fuggenti gli anni
Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol?
Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente,
E quel che vive e s'agita nel mondo egli non sente.
O popolo d'Italia, vita del mio pensier,
O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo;
E d miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

III
Avanti, avanti, o indomito destrier de gl'inni alato !
Obliar v nel rapido corso l'inerte fato,
I gravi e oscuri d.
Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
I falchi salutarono augurando ne l'alto
E il bufolo mugg?
Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su 'l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin buss
Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante,
Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l'inferno ammir?
Or (dolce a la memoria) una quercia su 'l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.
L tu crescesti, o sauro destrier de gl'inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Furo il mio solo altar
E con me nel silenzio meridian fulgente
I lucumoni e gli uguri de la mia prima gente
Veniano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che n solchi de i secoli aperti con la spada
Del console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italian,
Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti d mietitor.
Chi di quell'orzo il pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
Nel sano petto il cor.
Dammi or dunque, apollinea fiera, l'alato dorso:
Ecco, tutte le redini io ti libero al corso:
Corriam, fiera gentil.
Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
D mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
E a noi rida l'april,
L'april d colli italici vaghi di mssi e fiori,
L'april santo de l'anima piena di nuovi amori,
L'aprile del pensier.
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier,
O ch'io discenda placido dal tuo stellante arcione,
Con l'occhio ancora gravido di luce e visione,
Su 'l toscano mio suol,
Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
Gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica
Verso il morente sol.
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    Scritta da: Blu Finch

    Ai Poeti

    O arcadi e romantici fratelli
    Ne la castroneria che insiem vi lega,
    Deh finite, per dio, la trista bega,
    E sturate il forame de' cervelli.
    Del vostro pianto crescono i ruscelli
    E i fiumi e i laghi s che l'alpe annega,
    E stanco il Gusto a batter chiavistelli
    A questa vostra misera bottega.
    Sentite in confidenza: i lepri e i ghiri
    Son lepri e ghiri, e non son mai leoni:
    N Byron si rimpasta co' deliri,
    N Shakespeare si rif co' farfalloni,
    N si fabbrica Schiller co' sospiri,
    N Cristi e sagrestie fanno il Manzoni.
    Dopo tanti sermoni,
    O baironiani, o cristiani, o ebrei,
    Ed o voi che credete ne gli di,
    Lasciate i piagnistei;
    E, se pi al mondo non avete spene,
    Fatevi un po' il servizio d'Origene.
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