Le migliori poesie di Giacomo Leopardi

Poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo, nato martedì 19 giugno 1798 a Recanati (Italia), morto mercoledì 14 giugno 1837 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno cò suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu sè queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Giacomo Leopardi
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'Infinito

    Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
    e questa siepe, che da tanta parte
    dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
    Ma sedendo e mirando, interminati
    spazi di là da quella, e sovrumani
    silenzi, e profondissima quiete
    io nel pensier mi fingo; ove per poco
    il cor non si spaura. E come il vento
    odo stormir tra queste piante, io quello
    infinito silenzio a questa voce
    vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
    e le morte stagioni, e la presente
    e viva, e il suon di lei. Così tra questa
    immensità s'annega il pensier mio:
    e il naufragar m'è dolce in questo mare.
    Giacomo Leopardi
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      La quiete dopo la tempesta

      Passata è la tempesta:
      Odo augelli far festa, e la gallina,
      Tornata in su la via,
      Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
      Rompe là da ponente, alla montagna;
      Sgombrasi la campagna,
      E chiaro nella valle il fiume appare.
      Ogni cor si rallegra, in ogni lato
      Risorge il romorio
      Torna il lavoro usato.
      L'artigiano a mirar l'umido cielo,
      Con l'opra in man, cantando,
      Fassi in su l'uscio; a prova
      Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
      Della novella piova;
      E l'erbaiuol rinnova
      Di sentiero in sentiero
      Il grido giornaliero.
      Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
      Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
      Apre terrazzi e logge la famiglia:
      E, dalla via corrente, odi lontano
      Tintinnio di sonagli; il carro stride
      Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
      Si rallegra ogni core.
      Sì dolce, sì gradita
      Quand'è, com'or, la vita?
      Quando con tanto amore
      L'uomo à suoi studi intende?
      O torna all'opre? O cosa nova imprende?
      Quando dè mali suoi men si ricorda?
      Piacer figlio d'affanno;
      Gioia vana, ch'è frutto
      Del passato timore, onde si scosse
      E paventò la morte
      Chi la vita abborria;
      Onde in lungo tormento,
      Fredde, tacite, smorte,
      Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
      Mossi alle nostre offese
      Folgori, nembi e vento.
      O natura cortese,
      Son questi i doni tuoi,
      Questi i diletti sono
      Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
      È diletto fra noi.
      Pene tu spargi a larga mano; il duolo
      Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
      Che per mostro e miracolo talvolta
      Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
      Prole cara agli eterni! Assai felice
      Se respirar ti lice
      D'alcun dolor: beata
      Se te d'ogni dolor morte risana.
      Giacomo Leopardi
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        Scritta da: Thanaty
        Or poserai per sempre,
        stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
        Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
        in noi di cari inganni,
        non che la speme, il desiderio è spento.
        Posa per sempre. Assai
        palpitasti. Non val cosa nessuna
        i moti tuoi, né di sospiri è degna
        la terra. Amaro e noia
        la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
        T'acqueta omai. Dispera
        l'ultima volta. Al gener nostro il fato
        non donò che il morire. Omai disprezza
        te, la natura, il brutto
        poter che, ascoso, a comun danno impera,
        E l'infinita vanità del tutto.
        Giacomo Leopardi
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Il Risorgimento

          Credei ch'al tutto fossero
          In me, sul fior degli anni,
          Mancati i dolci affanni
          Della mia prima età:
          I dolci affanni, i teneri
          Moti del cor profondo,
          Qualunque cosa al mondo
          Grato il sentir ci fa.

          Quante querele e lacrime
          Sparsi nel novo stato,
          Quando al mio cor gelato
          Prima il dolor mancò!
          Mancàr gli usati palpiti,
          L'amor mi venne meno,
          E irrigidito il seno
          Di sospirar cessò!

          Piansi spogliata, esanime
          Fatta per me la vita
          La terra inaridita,
          Chiusa in eterno gel;
          Deserto il dì; la tacita
          Notte più sola e bruna;
          Spenta per me la luna,
          Spente le stelle in ciel.

          Pur di quel pianto origine
          Era l'antico affetto:
          Nell'intimo del petto
          Ancor viveva il cor.
          Chiedea l'usate immagini
          La stanca fantasia;
          E la tristezza mia
          Era dolore ancor.

          Fra poco in me quell'ultimo
          Dolore anco fu spento,
          E di più far lamento
          Valor non mi restò.
          Giacqui: insensato, attonito,
          Non dimandai conforto:
          Quasi perduto e morto,
          Il cor s'abbandonò.

          Qual fui! Quanto dissimile
          Da quel che tanto ardore,
          Che sì beato errore
          Nutrii nell'alma un dì!
          La rondinella vigile,
          Alle finestre intorno
          Cantando al novo giorno,
          Il cor non mi ferì:

          Non all'autunno pallido
          In solitaria villa,
          La vespertina squilla,
          Il fuggitivo Sol.
          Invan brillare il vespero
          Vidi per muto calle,
          Invan sonò la valle
          Del flebile usignol.

          E voi, pupille tenere,
          Sguardi furtivi, erranti,
          Voi dè gentili amanti
          Primo, immortale amor,
          Ed alla mano offertami
          Candida ignuda mano,
          Foste voi pure invano
          Al duro mio sopor.

          D'ogni dolcezza vedovo,
          Tristo; ma non turbato,
          Ma placido il mio stato,
          Il volto era seren.
          Desiderato il termine
          Avrei del viver mio;
          Ma spento era il desio
          Nello spossato sen.

          Qual dell'età decrepita
          L'avanzo ignudo e vile,
          Io conducea l'aprile
          Degli anni miei così:
          Così quegl'ineffabili
          Giorni, o mio cor, traevi,
          Che sì fugaci e brevi
          Il cielo a noi sortì.

          Chi dalla grave, immemore
          Quiete or mi ridesta?
          Che virtù nova è questa,
          Questa che sento in me?
          Moti soavi, immagini,
          Palpiti, error beato,
          Per sempre a voi negato
          Questo mio cor non è?

          Siete pur voi quell'unica
          Luce dè giorni miei?
          Gli affetti ch'io perdei
          Nella novella età?
          Se al ciel, s'ai verdi margini,
          Ovunque il guardo mira,
          Tutto un dolor mi spira,
          Tutto un piacer mi dà.

          Meco ritorna a vivere
          La piaggia, il bosco, il monte;
          Parla al mio core il fonte,
          Meco favella il mar.
          Chi mi ridona il piangere
          Dopo cotanto obblio?
          E come al guardo mio
          Cangiato il mondo appar?

          Forse la speme, o povero
          Mio cor, ti volse un riso?
          Ahi della speme il viso
          Io non vedrò mai più.
          Proprii mi diede i palpiti,
          Natura, e i dolci inganni.
          Sopiro in me gli affanni
          L'ingenita virtù;

          Non l'annullàr: non vinsela
          Il fato e la sventura;
          Non con la vista impura
          L'infausta verità.
          Dalle mie vaghe immagini
          So ben ch'ella discorda:
          So che natura è sorda,
          Che miserar non sa.

          Che non del ben sollecita
          Fu, ma dell'esser solo:
          Purché ci serbi al duolo,
          Or d'altro a lei non cal.
          So che pietà fra gli uomini
          Il misero non trova;
          Che lui, fuggendo, a prova
          Schernisce ogni mortal.

          Che ignora il tristo secolo
          Gl'ingegni e le virtudi;
          Che manca ai degni studi
          L'ignuda gloria ancor.
          E voi, pupille tremule,
          Voi, raggio sovrumano,
          So che splendete invano,
          Che in voi non brilla amor.

          Nessuno ignoto ed intimo
          Affetto in voi non brilla:
          Non chiude una favilla
          Quel bianco petto in sé.
          Anzi d'altrui le tenere
          Cure suol porre in gioco;
          E d'un celeste foco
          Disprezzo è la mercè.

          Pur sento in me rivivere
          Gl'inganni aperti e noti;
          E, dè suoi proprii moti
          Si maraviglia il sen.
          Da te, mio cor, quest'ultimo
          Spirto, e l'ardor natio,
          Ogni conforto mio
          Solo da te mi vien.

          Mancano, il sento, all'anima
          Alta, gentile e pura,
          La sorte, la natura,
          Il mondo e la beltà.
          Ma se tu vivi, o misero,
          Se non concedi al fato,
          Non chiamerò spietato
          Chi lo spirar mi dà.
          Giacomo Leopardi
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