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Scritta da: Silvana Stremiz
Quelle lagrime calde e quei sospiri,
che vedete ch'io spargo sì cocenti
da poter arrestar il mar cò venti,
quando avien ch'ei più frema e più s'adiri,
come potete voi coi vostri giri
rimirar non pur queti, ma contenti ?
O cor di fère tigri e di serpenti,
che vive sol dè duri miei martìri!
Deh prolungate almen per alcun'ore
questa vostra ostinata dipartita,
fin che m'usi a portar tanto dolore;
perciò ch'a così sùbita sparita
io potrei de la vita restar fuore,
sol per servir a voi da me gradita.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Ricevete cortesi i miei lamenti,
    e portateli fide al mio signore,
    o di Francia beate e felici ore,
    che godete or dè begli occhi lucenti.
    E ditegli con tristi e mesti accenti
    che, s'ei non move a dar soccorso al core,
    o tornando o scrivendo, fra poche ore
    resteran gli occhi miei di luce spenti;
    perché le pene mie molte ed estreme
    per questa assenzia ormai son giunte in parte,
    dove di morte sol si pensa e teme.
    E, s'egli avien che 'ndarno restin sparte
    dinanzi a lui le mie voci supreme,
    al mio scampo non ho più schermo od arte.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Mentre signor, a l'alte cose intento,
      v'ornate in Francia l'onorata chioma,
      come fecer i figli alti di Roma,
      figli sol di valor e d'ardimento,
      io qui sovr'Adria piango e mi lamento,
      sì da' martìr, sì da' travagli doma,
      gravata sì da l'amorosa soma,
      che mi veggo morir, e lo consento.
      E duolmi sol che, sì come s'intende
      qui 'l suon da noi de' vostri onor, ch'omai
      per tutta Italia sì chiaro si stende,
      non s'oda in Francia il suono de' miei lai,
      che così spesso il ciel pietoso rende,
      e voi pietoso non ha fatto mai.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        O ora, o stella dispietata e cruda,
        ch'io vidi dipartir la gloria mia,
        lasciando di beata ch'era pria
        la vita mia d'ogni suo bene ignuda!
        Da indi in qua per me si trema e suda,
        si piagne, si dispera e si disia:
        e sarà meraviglia, se non fia
        che morte tosto queste luci chiuda.
        Che, del lor fatal sol restate senza,
        altra luce giamai mirar non ponno,
        che lor non sembri notte e dipartenza.
        Dunque o lor tosto, Amor, rendi il lor donno,
        o, per non soffrir più sì dura assenza,
        tosto le chiudi in sempiterno sonno.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Quando più tardi il sole a noi aggiorna,
          e quando avien che poi più tardi annotte,
          quand'ei mostra il crin d'òr, quando la notte
          mostra la luna l'argentate corna,
          il mio cor lasso a' suoi sospir ritorna,
          a le voci, a le lagrime interrotte;
          sì l'ha tutte ad un segno ricondotte
          l'assenzia di colui che Francia adorna.
          E sì caldo disio di rivederlo
          fra tutt'altri martìr mi preme e punge,
          che non so come omai più sostenerlo.
          E duolmi più ch'egli è da me sì lunge,
          ch'a poter richiamarlo ed a poterlo
          mover a pièta il mio gridar non giunge.
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