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Penelope

Onde calde mi strappano i bulbi
sabbie morbide di mari tranquilli
bagnate all'amido di spighe scure.

Il vento che rubo a quella risata
mi scalda ed illumina in suon di luce.

L'ombra statuaria, la voce sottile
rimembrano orditi di Graca bianca.

Lungi, il gusto di chi osserva la noce
cui fini falangi fan da custodia
porta la quiete allo stato di moto.

Farfalle leggere, odori di viole
baciano i gomiti alla Fortuna.

I gesti compunti son tue chimere,
o filatrice della Moira bruna.
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    A mio zio

    Riposa nel freddo d'estate
    e ride dei fumi invernali
    del mortaio alleato
    la scheggia
    che crudamente additavi.

    Mi sfiorano soavemente,
    son alito sempre presente,
    come ali,
    le gote
    che con saggezza t'intalcavi
    di mattina.

    Le carte sempre uguali
    pitturavi di colore diverso,
    monotoni giorni autunnali,
    ghirlande di tempo perso.

    Ti penso e ti sento vicino,
    ti sento già mio e vivace,
    nel sangue che non è più tuo,
    nel fiore che sfioro veloce,
    rimani,
    rimane la voce.
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      La statua

      Il velo degli occhi,
      insanabile erma
      sitibonda, opaca,
      rivolge
      di tanto in tanto
      una speranza vacua.

      E affonda nel tatto,
      stride,
      la cenere brilla,
      di colpo sfavilla
      la morta risacca.

      Nasce il lume e divampa,
      marina tempesta,
      carbone nel petto
      che inizia a fumare,
      ad ardere,
      a calare,
      a calare.

      Il lume io vedo,
      che illumina teso:
      mi spiana la via.
      Che vedo? Che vedo?

      Son gesso e son calce,
      all'anima brucio,
      rimane per me
      una statua di marmo.
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        1741

        Le brocche non sorgono,
        non corre l'occhio
        sul verde brioso.

        Le pensate gemme,
        delicate, pingono
        nell'aria la traccia
        del petalo che scopre
        la presenza
        di nuovi pistilli e frutti.

        E io son fermo
        e piego le ginocchia
        sul tetto della Marca Corona,
        su lastre di lamiera
        circondate da vuoto
        rarefatto e pungente.

        I fumi degli scarichi
        sciolgono, acidi,
        le linee e le curve
        del cielo azzurro, là
        dove non è coperto.

        Ho qui pensato,
        ho pensato all'uomo:
        buono
        dove non c'è da temere
        la sua venuta.
        Composta giovedì 10 luglio 2014
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