Penelope

Onde calde mi strappano i bulbi
sabbie morbide di mari tranquilli
bagnate all'amido di spighe scure.

Il vento che rubo a quella risata
mi scalda ed illumina in suon di luce.

L'ombra statuaria, la voce sottile
rimembrano orditi di Graca bianca.

Lungi, il gusto di chi osserva la noce
cui fini falangi fan da custodia
porta la quiete allo stato di moto.

Farfalle leggere, odori di viole
baciano i gomiti alla Fortuna.

I gesti compunti son tue chimere,
o filatrice della Moira bruna.
Gabriele Giovanni Baisi Di Bebbio
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    Disturbo pomeridiano

    Sottile, un arto di mosca
    posato sul dorso
    delle tue pelli
    solca, di lembo in lembo,
    parecchi nervi.

    Non si direbbe
    la mole d'insetto
    capace di tante scosse.

    Eppure,
    lontano dall'erba,
    lungi dai campi,
    spira nell'aria un lamento
    l'ode il respiro
    lede lo spirito
    e fremon le membra.
    Gabriele Giovanni Baisi Di Bebbio
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      A mio zio

      Riposa nel freddo d'estate
      e ride dei fumi invernali
      del mortaio alleato
      la scheggia
      che crudamente additavi.

      Mi sfiorano soavemente,
      son alito sempre presente,
      come ali,
      le gote
      che con saggezza t'intalcavi
      di mattina.

      Le carte sempre uguali
      pitturavi di colore diverso,
      monotoni giorni autunnali,
      ghirlande di tempo perso.

      Ti penso e ti sento vicino,
      ti sento già mio e vivace,
      nel sangue che non è più tuo,
      nel fiore che sfioro veloce,
      rimani,
      rimane la voce.
      Gabriele Giovanni Baisi Di Bebbio
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        La statua

        Il velo degli occhi,
        insanabile erma
        sitibonda, opaca,
        rivolge
        di tanto in tanto
        una speranza vacua.

        E affonda nel tatto,
        stride,
        la cenere brilla,
        di colpo sfavilla
        la morta risacca.

        Nasce il lume e divampa,
        marina tempesta,
        carbone nel petto
        che inizia a fumare,
        ad ardere,
        a calare,
        a calare.

        Il lume io vedo,
        che illumina teso:
        mi spiana la via.
        Che vedo? Che vedo?

        Son gesso e son calce,
        all'anima brucio,
        rimane per me
        una statua di marmo.
        Gabriele Giovanni Baisi Di Bebbio
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          1741

          Le brocche non sorgono,
          non corre l'occhio
          sul verde brioso.

          Le pensate gemme,
          delicate, pingono
          nell'aria la traccia
          del petalo che scopre
          la presenza
          di nuovi pistilli e frutti.

          E io son fermo
          e piego le ginocchia
          sul tetto della Marca Corona,
          su lastre di lamiera
          circondate da vuoto
          rarefatto e pungente.

          I fumi degli scarichi
          sciolgono, acidi,
          le linee e le curve
          del cielo azzurro, là
          dove non è coperto.

          Ho qui pensato,
          ho pensato all'uomo:
          buono
          dove non c'è da temere
          la sua venuta.
          Gabriele Giovanni Baisi Di Bebbio
          Composta giovedì 10 luglio 2014
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