Scritta da: Silvana Stremiz

Autopsicografia

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
Fernando Pessoa
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    Scritta da: Eclissi

    Sensazione

    I miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
    Fremo per la mia allegria.
    A volte mi sento invadere da
    una vaga, fredda, triste, implacabile
    quasi-concupiscente spiritualità.

    Mi fa tutt'uno con l'erba.
    La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
    La brezza che sembra restia a passare
    scrolla dalle mie ore rossi petali
    e il mio cuore arde senza pioggia.

    Poi Dio diventa un mio vizio
    e i divini sentimenti un abbraccio
    che annega i miei sensi nel suo vino
    e non lascia contorni nei miei modi
    di vedere Dio fiorire, crescere e splendere.

    I miei pensieri e sentimenti si confondono e formano
    una vaga e tiepida anima-unità.
    Come il mare che prevede una tempesta,
    un pigro dolore e un'inquietudine fanno di me
    il mormorio di un incalzante stormo.

    I miei inariditi pensieri si mescolano e occupano
    le loro interpresenze, e usurpano
    gli uni il posto degli altri. Non distinguo
    nulla in me tranne l'impossibile
    amalgama delle molte cose che sono.

    Sono un bevitore dei miei pensieri
    l'essenza dei miei sentimenti inonda la mia anima...
    La mia volontà vi si impregna.
    Poi la vita ferma un sogno e fa sfiorire
    la bellezza nel dolore dei miei versi.
    Fernando Pessoa
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      Scritta da: Eclissi

      Ode alla notte

      Vieni, Notte antichissima e identica,
      Notte Regina nata detronizzata,
      Notte internamente uguale al silenzio, Notte
      con le stelle, lustrini rapidi
      sul tuo vestito frangiato di Infinito.

      Vieni vagamente,
      vieni lievemente,
      vieni sola, solenne, con le mani cadute
      lungo i fianchi, vieni
      e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
      fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
      fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
      cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
      tutte le strade che la salgono,
      tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

      tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
      e lascia solo una luce, un'altra luce e un'altra ancora,
      nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
      nella distanza subitamente impossibile da percorrere.

      Nostra Signora
      delle cose impossibili che cerchiamo invano,
      dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
      dei propositi che ci accarezzano
      sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
      al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
      e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.

      Vieni e cullaci,
      vieni e consolaci,
      baciaci silenziosamente sulla fronte,
      cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d'essere baciati
      se non per una differenza nell'anima
      e un vago singulto che parte misericordiosamente
      dall'antichissimo di noi
      laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
      i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
      perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
      essere nella vita.

      Vieni solennissima,
      solennissima e colma
      di una nascosta voglia di singhiozzare,
      forse perché grande è l'anima e piccola è la vita,
      e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
      e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
      e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.

      Vieni, dolorosa,
      Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
      Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
      fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
      sapore d'acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.

      Vieni, dal fondo
      dell'orizzonte livido,
      vieni e strappami
      dal suolo dell'angustia in cui io vegeto,
      dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
      dal quale naturalmente sono spuntato.

      Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
      e fra erbe alte margherita ombreggiata,
      petalo per petalo leggi in me non so quale destino
      e sfogliami per il tuo piacere,
      per il tuo piacere silenzioso e fresco.

      Un petalo di me lancialo verso il Nord,
      dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
      Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
      dove sono i mari e le avventure che si sognano.

      Un altro petalo verso Occidente,
      dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
      e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
      dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.

      E l'altro, gli altri, tutti gli altri petali
      – oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
      affidali all'Oriente,
      l'Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
      l'Oriente pomposo e fanatico e caldo,
      l'Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
      l'Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
      l'Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
      tutto quanto noi non siamo,
      l'Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
      dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto...

      Vieni sopra i mari,
      sopra i mari maggiori,
      sopra il mare dagli orizzonti incerti,
      vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
      e calmalo misteriosamente,
      o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

      Vieni, premurosa,
      vieni, materna,
      in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
      al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
      e che vedesti nascere Geova e Giove,
      e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
      e il grande Spazio Misterioso al di la di essi... Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
      avvolgi nel tuo mantello leggero
      il mio cuore... Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
      tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
      con le stelle che brillano (o Travestita dell'Oltre!),
      polvere di oro sui tuoi capelli neri,
      e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.

      Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
      Quando tu entri ogni voce si abbassa
      Nessuno ti vede entrare
      Nessuno si accorge di quando sei entrata,
      se non all'improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
      che tutto perde i contorni e i colori,
      e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all'orizzonte,
      già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.
      Fernando Pessoa
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