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Scritta da: Silvana Stremiz

Magnificat

Quando passerà questa notte interna, l'universo,
e io, l'anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall'essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Si, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!
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    Scritta da: Elisa Iacobellis

    Ho pena delle stelle

    Ho pena delle stelle
    che brillano da tanto tempo,
    da tanto tempo...
    Ho pena delle stelle.

    Non ci sarà una stanchezza
    delle cose,
    di tutte le cose,
    come delle gambe o di un braccio?

    Una stanchezza di esistere,
    di essere,
    solo di essere,
    l'essere triste lume o un sorriso...

    Non ci sarà dunque,
    per le cose che sono,
    non la morte, bensì
    un'altra specie di fine,
    o una grande ragione:
    qualcosa così, come un perdono?
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Nella casa di fronte a me e ai miei sogni

      Nella casa di fronte a me e ai miei sogni
      che felicità c'è sempre!

      Vi abitano persone sconosciute che ho già visto senza vedere.
      Sono felici, perché esse non sono io.

      I bambini, che giocano sugli alti terrazzi,
      vivono tra vasi di fiori,
      eternamente, senza dubbio.

      Le voci che salgono dall'intimità domestica
      cantano sempre, senza dubbio.
      Sì, devono cantare.

      Quando è festa qua fuori, è festa là dentro.
      E così deve essere laddove tutto si adatta:
      l'uomo alla Natura, perché la città è Natura.

      Che grande felicità non essere io!

      Ma anche gli altri non penseranno così?
      Quali altri? Non ci sono altri.
      Quanto pensano gli altri è una casa con la finestra chiusa,
      o se si apre,
      è perché i bambini possano giocare sulla veranda inferriata,
      tra i vasi di fiori che non ho mai visto quali fossero.

      Gli altri non sentono mai.
      Chi sente siamo noi,
      sì, tutti noi,
      perfino io, che ora non sento più nulla.

      Nulla? Non so...
      Un nulla che fa male...
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Autopsicografia

        Il poeta è un fingitore.
        Finge così completamente
        che arriva a fingere che è dolore
        il dolore che davvero sente.

        E quanti leggono ciò che scrive,
        nel dolore letto sentono proprio
        non i due che egli ha provato,
        ma solo quello che essi non hanno.

        E così sui binari in tondo
        gira, illudendo la ragione,
        questo trenino a molla
        che si chiama cuore.
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