Scritta da: Silvana Stremiz

Solitudine

Che vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restar confusi...
Noi,
fuggendo la solitudine
e l'angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno ftno alla tomba.

Le amicizie si formano in modo assurdo:
gli uni si danno al bere senza una ragione,
gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
e c'è pure chi
sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
ma di fatto
si somigliano tutti tra di loro...
Molte son le forme della vanità!
O l'una,
o l'altra chiassosa compagniaa...
Non saprei a quante di queste
io sia riuscito a sfuggire!

E come caduto in un nuovo tranello,
sono riuscito a sfuggire,
lasciandovi il pelo,
sono sfuggito!
Mi sei dinanzi, vuota libertà...
Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
e insieme odiosa,
come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia,
come stai tu?
Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi,
che in qualche parte mi precipiti in taxi,
ma se anche lo facessi
dove scenderei?
Eppure non potrei liberarmi di te!
Con me le donne si rinchiudono in sé,
perché sentono
d'essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
a te appartengo...
Or non è molto sono stato da una
in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
rilucendo con le sue pantofoline bianche,
sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso
di venire,
che ero sicuro di me
e troppo inebriato, come oggi si usa
e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato...
Ella taceva
e modestamente due goccette trasparenti,
due orecchini,
brillavano sui suoi lobi rosati.
E, come sofferente, guardandomi confusa,
sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
"Vattene...
È meglio di no... Lo vedo,
non sei mio, ma suo... "
Mi amava una ragazzetta
dalle maniere rudi, da maschiaccio,
con un ciuffetto sbarazzino
e gli occhi trasparenti,
pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea.
C'era di notte un temporale
e la ragazzina
al bagliore dei lampi
mi sussurrava:
"Mio piccolo!
Mio piccolo! "
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne,
il tuono
e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella,
con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
"Non sei mio!
Non sei mio! "
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo
e fedele,
e la solitudine
è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più
la neve d'addio del tuo monchino.
Grazie alle donne
belle e infedeli
per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio!
Che non è un "arrivederci! ",
perché, fiere come regine nella loro menzogna,
ci regalano delle dolci sofferenze
e i magnifici frutti della solitudine.
Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
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    Albore

    Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
    e respiro infantile a spegnerle è adatto
    e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
    pur se con ciò, non insavisca affatto.

    Io più del mattino amo l'albore, quando,
    moscerino d'oro confondendo
    gli alberi, dai raggi trapassati,
    si alzano sulla punta dei piedi.

    Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
    al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
    sul cappello di funghi gridellini
    tremola lungo il bordo la rugiada.

    Essere un po' a disagio felice senza gente.
    Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
    fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
    dal mattino avrà inizio ogni calamità.

    Sono felice che la vita mia come irreale sia
    pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
    che invidia non mi diede Dio, né animosità,
    che di fango coperto non sono, né di biasimo.

    Sono felice che un giorno sarò antenato
    di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
    tradito e calunniato sono felice,
    meglio non è quando di te si tace.

    Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
    le loro immagini sono le mie icone.
    Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
    di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

    Amare la Russia è felicità plurinfelice.
    Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
    Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
    ma ne ho la naisea, vogliatemi scusare.

    Amo questo mio mondo verde-azzurro
    con le guance imbrattate di sangue.
    Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
    ma per amore insostenibile dal cuore.

    Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
    ma voi con debito di colpa rammentatevi
    il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
    luminosa più che vivido raggio.

    Essere imperfettissimo io sono,
    ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
    Dio creerà di nuovo innanzi giorno
    gli alberi dai raggi trapassati,
    me stesso trapassato dall'amore.
    Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Non t'amo più

      Non t'amo più... È un finale banale.
      Banale come la vita, banale come la morte.
      Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
      farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!
      Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
      perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
      Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
      lo lasci passare tu, e raschia la mia porta,

      C'è da impazzire, con questo dimenio continuo...
      O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto...
      Ma io non cederò al sentimentalismo.
      Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

      Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
      quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
      e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
      dal titolo Ottuso "Un amore salvato".

      È fin dall'inizio che bisogna difendere l'amore
      dai "mai" ardenti e dagli ingenui "per sempre! ".
      E i treni ci gridavano: "Non si deve promettere! ".
      E i fili fischiavano "Non si deve promettere! ".

      I rami che s'incrinavano e il cielo annerito dal fumo
      ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
      che è ignoranza l'ottimismo totale,
      che per la speranza c'è più posto senza grandi speranze.

      È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
      prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
      È meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
      non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l'amore d'un momento.

      È meno crudele non ripetere "ti amo", quando tu ami.
      È terribile dopo, da quelle stesse labbra
      sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
      quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

      Non bisogna promettere... L'amore è inattuabile.
      Perché condurre all'inganno, come a nozze?
      La visione è bella finché non svanisce.
      È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

      Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
      raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
      Non ti chiedo perdono per non amarti più. Perdonami d'averti amato.
      Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Tu non hai affatto capito

        Tu non hai affatto capito,
        mia coscienza esigente, che è solo per debolezza
        se adesso ho bisticciato con te.

        E non hai affatto capito,
        quando con disprezzo ti sei vendicata,
        che causa di debolezza
        non impudenza fu - stanchezza.

        E non mi hai capito,
        e forse io non ho capito te,
        quando ti ho porto la mano
        e tu non mi hai porto la tua.

        Ma molto bene hai capito
        che è la disperazione a portarci
        alla perdita del confine, fatale,
        tra le forze del bene e del male...
        Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Sono Gagarin, il figlio della terra

          Io sono Gagarin.
          Per primo ho volato,
          e voi volaste dopo di me.
          Sono stato donato
          per sempre al cielo, dalla terra,
          come il figlio dell'umanità.
          In quell 'aprile
          i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
          coperte di muschio e di ruggine,
          si riscaldarono
          per le lentiggini rossigne di Smolensk
          salite al cielo.
          Ma le lentiggini sono tramontate.
          Quanto mi è terribile
          non restare che un bronzo, che un'ombra,
          non poter carezzare né l'erba, né un bambino,
          né far scricchiolare il cancelletto d'un giardino.
          Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
          vi sorrido io
          con il sorriso ch'è volato via.
          Ma osservate bene cartoline e francobolli
          e capirete subito:
          per l'eternità
          io sono in volo.
          Mi applaudivano le mani dell'intera umanità.
          La gloria tentava di sedurmi,
          ma no, non c'è riuscita.

          Sulla tetra mi sono schiantato,
          quella che per primo ho visto tanto piccola,
          e la terra non me l'ha perdonata.
          Ma io perdono la terra,
          sono figlio suo, in spirito e carne,
          e per i secoli prometto
          di continuare il mio volo
          al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
          delle tele-radiomenzogne,
          che la stringono con le loro volute,
          al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
          ballano lo streep-tease
          per i soldati nel Viet Nam,
          al di sopra della tonsura
          del frate
          che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
          al di sopra della censura
          che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti...

          C'è chi
          è in volo
          nel simun vorticoso di stelle.
          C'è chi
          si dibatte
          nella palude da se stesso voluta.
          Uomini, o uomini
          ingenui spacconi,
          pensate: non vi fa paura
          alzarvi dal Capo che porta il nome dell'uomo che avete ucciso?
          Vergognatevi di questo baccano da mercato!
          Voi siete gelosi,
          rapaci,
          vendicativi.
          Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

          Io sono Gagarin, figlio della Terra,
          figlio dell'umanità:
          sono russo, greco e bulgaro,
          australiano e finlandese.

          Vi incarno tutti
          col mio slancio verso i cieli.
          Il mio nome è casuale,
          ma io non sono stato per caso.

          Mentre la terra s'insozzava
          di vanità e di peccato,
          il mio nome cambiava,
          ma l'anima no.

          Mi chiamavano Icaro.
          Giacqui nella polvere, nella cenere.
          Mi aveva spinto verso il sole
          il buio della terra.

          La cera si sciolse, spargendosi qua e là.
          Caddi senza salvezza,
          ma un pizzico di sole
          rimase stretto nella mia mano.

          Mi chiamarono servo.
          La rabbia mi pesava sulla schiena
          mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
          danzavano sul mio corpo.

          Io caddi sotto le bastonate,
          ma, maledicendo la servitù,
          mi costruii delle ali coi bastoni
          dei miei torturatori!
          Ad Odessa fui Utockin.
          Fece uno scarto il duca,
          quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
          si levò un cavallo volante.

          Sotto il nome di Nesterov
          girando sopra la terra,
          feci innamorare la luna
          col mio giro della morte.

          La morte fischiava sulle ali.
          È una virtù disprezzarla
          e con Gastello imberbe
          mi gettai in volo sul nemico.

          E le ali temerarie
          ardendo come un rogo, hanno protetto,
          voi che foste allora ragazzi,
          Aldrin, Collins, Armstrong.

          E, sicuro della speranza
          che gli uomini sono un'unica famiglia,
          dell'equipaggio di Apollo
          invisibile io ero.

          Mangiammo dai tubetti,
          avremmo brindato in viaggio
          come sull'Elba,
          ci abbracciammo sulla Galassia.

          Il lavoro procedeva senza scherzi.
          Era in gioco la vita
          e con lo stivale di Armstrong
          io scesi sulla Luna.
          Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
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