Scritta da: sintagma
Amore mio,
mio lontanissimo e disperatissimo
Amore,
che mi hai relegato in quest'isola di
smarrimento,
dove la notte sono mille
notti e la tua assenza mille
assenze, dove il vento soffia tra gli alberi
il tuo nome come un canto di
sirena e vago
selvatica come una lupa
senza mai cibo,
senza mai pace,
questo è l'inferno che non
ti piace, il purgatorio della mia
colpa d'amore.
Sono un'anima in pena
che la morte ha colto il giorno
in cui la musica mi portò via
il tuo sguardo e la luna distese sul
mio cadavere il silenzio di una voce
più nuova.
Risusciterò,
quando al cospetto di Dio,
quest'amore, maledettamente negato,
spiegherà per ogni dove nell'universo
un gioiosissimo peana e
ritrovando i tuoi occhi di brace nel
cuore di Dio,
egualmente intensi,
egualmente puri
come pietre fluviali
o terra,
chinerò la mia bocca irrorata
di nuovo sangue verso di essi
a cercare dolcemente il bacio
che tu, allora, Amore mio,
non saprai negarmi.
Eugenia Davoli
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    Scritta da: sintagma
    Afrodite è andata via.
    E con lei, ogni Grazia.

    Pastorello, amore del gregge,
    fiore dei campi, non piangere più.
    La tua pecora nera l'hai persa e non tornerà più.
    Le cicale non cantano e il fico è amaro sopra la testa.
    La melodia dl flauto è letale più della spada.
    La tua pecora nera l'hai persa e non tornerà più.
    Le tue lacrime non rompono i sassi, scorrono
    come rugiada sulla terra, i tuoi canti sono bocci
    di rosa che si schiudono nella notte.
    La città non ti fa giustizia, le porte del tuo
    bene sono serrate come gli occhi della morte.
    Ghirlande di melograno, corone di speranza,
    vana lusinga.
    Le dolci lune sono già dimenticate e la brezza
    di mare accarezza più teneri fiori.
    La tua pecora nera l'hai persa e non tornerà più.
    E se la gelosia brucia nel cuore come
    l'estate e assidera le ossa come il più
    gelido inverno, ferma lo sguardo al tepore
    del firmamento.
    Pastorello, amore del gregge, fiore di campo,
    non piangere più.
    La tua pecora nera è lontana e non ritornerà
    più.
    Eugenia Davoli
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      Scritta da: sintagma
      Il giorno mi sorprende ancora
      sullo stesso cammino, in cui sei
      dappertutto e ad ogni passo.
      Quale altro cammino potrei percorrere?
      E anche se la resina congela dai tronchi
      e molta neve è caduta sugli alberi,
      io mi avvolgo nel tuo mantello di ricordi
      e non ho più freddo.
      Mi stringo al tuo piumato petto
      di colomba, e nel cavo delle tue
      ali, imploro il tuo respiro che è
      un'incomprensibile araldica in vapore
      di pioggia.
      Così resto un tempo che toglie via
      tempo al tempo,
      con le mammelle turgide di latte e
      un bimbo sulla pancia che succhia
      avidamente tutta la mia carne.
      Ma, da lontano, il mare d'inverno
      che s'infrange contro la scogliera,
      reclama il sacrificio di una vittima
      innocente a sciogliere la
      Pace, dentro un abbraccio
      d'irrevocabile oblio.
      Eugenia Davoli
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        Scritta da: sintagma
        Non voglio mai più che il tuo nome mi affiori alle labbra.
        Non voglio più masticare aria gelida tra i denti.
        Per molte albe piene di speranza, ho costruito sulla sabbia
        una piccola casa intrecciando ghirlande di canti, ho raccolto
        conchiglie, ne ho fatto sentiero per il tuo passo di luce.
        Poi il cielo, diventato grigio, ha soffiato i suoi venti di
        tempesta e la furia del mare ha disperso ogni cosa.
        La sciabola del fulmine ha mozzato la mia testa e
        pur sballottata dalle onde e sporcata dalle alghe, lo
        spirito che informa la terra gonfia la lingua in una vela
        di canto per il pianto di tutte le stelle della notte.
        Non voglio mai più che il tuo nome mi affiori alle labbra
        come una delicata ninfea a pelo d'acqua.
        Non voglio che nessuna libellula ti porti mai sulle ali
        a comprendere, in un tremito improvviso, il purissimo
        mistero della lacrima ardente di un uomo innamorato.
        Eugenia Davoli
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          Scritta da: sintagma

          Non conversazioni e conversazioni al telefono

          Questo telefono è uno strumento
          maledetto.
          Perché, ben più delle autostrade,
          ben più delle lunghe file impazienti
          di macchine
          in coda,
          ben più dei promontori e del mare
          che vi si distende, come un braccio teso a
          separarci, questo strumento senza voce,
          mi dice ogni giorno l'incolmabile
          distanza fra te e me.
          Per questo ogni giorno lo tengo penosamente
          a distanza,
          come un'arma, perché ogni giorno mi colpisce
          al cuore.
          Eppure basterebbe un secondo,
          nell'incolmabile,
          e il tuo nome non frastornerebbe più
          ed io non dovrei filare questa bava
          di pianto attorno al corpo,
          questo sudario di parole senza senso,
          se non ti arrivano,
          né sognare di non avere scarpe per
          raggiungerti.
          Ma la mia codardia è pari soltanto
          alla tua paura di amare.
          Così siamo vigliacchi entrambi e,
          per questo, decisamente troppo
          fragili,
          come la creta.
          ***
          Tesso la tua immagine nella trama
          dei sogni quando scendi sui miei
          occhi e li bendi con una mano come
          la notte,
          di notte,
          quando la solitudine
          mi si corica di fianco e,
          proprio allora, mi
          sussurra in un orecchio il
          tuo respiro di coniglio,
          ruvida emanazione di un suono
          distillato di inquietudine insonne e
          di pianto, dolcissimo siero
          di amore affranto.
          Allora, oh amore, l'Amore,
          che non si può celare,
          splende sulle nostre distanze
          come il sole di mezzogiorno e
          mai siamo così,
          meravigliosamente vicini,
          così, inspiegabilmente, consapevoli,
          così demonicamente forti,
          da spezzare le ossa alle parole.
          E rimane il senso.
          E ci basta, il senso.
          E ci basta, questa ubriachezza di
          follia,
          che rende liberi,
          che ci rende amanti fino
          all'alba, quando
          sciogli la tua mano dai miei occhi
          e mi fai cieca al giorno, e
          come un falco richiamato dalla
          Ragione, torni a posarti sul suo
          guanto, per lasciarti bendare da
          uno stretto laccio sul
          cuore.
          Eugenia Davoli
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