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Scritta da: sintagma

Corride

Quando il toro si precipita
nell'arena è una rosa magnifica
di Andalusia.
Lucido il manto come tenebra d'argento,
le corna sono austere spine.
Sciami di voci piovono dall'alto
come sputi caustici, dita cruente
scagliate da un'orda di arcieri
di tonache e di toghe.
Il giudizio universale si compie
quando il toro graffia la sabbia e
ridesta la memoria della morte
seppellita sotto la polvere,
quando l'adulazione sfiora
la feluca del matadore e
il fiore si ferma ai suoi piedi.
Vergine beffarda, laverai presto
col sangue del toro il tuo corpo,
per mondarti dalla promessa
di un amore di fumo, divorerai
ben presto, come una iena golosa,
i suoi testicoli, a rubare
il segreto delle forze telluriche
che ti governano.
Quando il toro va incontro
alla morte con gli occhi abbagliati
dal sole rosso dell'ipocrisia,
l'invidia e l'ambizione con un salto
lo feriscono alla schiena.
E la lama della vanagloria gli
trafigge la gola quando il respiro
si affanna e la bava si addensa
e schiuma dalla bocca come un'onda
furente.
E'allora che il toro precipita
sulle zampe e dalle narici
scaccia la vita nell'ultimo respiro
di fuoco.
Allora stramazza nella polvere
come una quercia mozzata
dalle radici.
Ed è allora che la cupidigia lo colpisce
dritto al cuore.
Per vedere la lingua che si distende,
nuda e immobile nella resa.
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    Scritta da: sintagma

    La nave

    Nell'abbraccio di un'isola senza nome
    resta la mia nave ferma senza tempo.
    Il sole batte sul pontile, il vento accarezza
    le spesse ritorte.
    Non so, se i Lestrigoni
    verranno ad annusare l'odore del legno
    che ha messo radici, non so, se il ciclope
    sfonderà con un masso le vele indurite dalla
    salsedine.
    Non so, se dai boschi di timo, Odisseo
    vestito di pelle, correrà con le pecore rubate
    a sfidare le onde, a forgiare la cera, a sognare
    Itaca dall'albero maestro.
    Nell'abbraccio di un'isola senza nome
    resta la mia nave ferma senza tempo con
    mille anfore di sabbia e mille statue
    monche.
    Ma nella solitudine di effigi senza nome
    che non sanno parlare, una ninfa scalza
    danza come un uccello e canta
    in aliti di ginestre e di viole.
    Le anfore si spaccano, scivola la sabbia,
    trasudano miele tutte le statue.
    Eppure la mia nave resta immobile
    nell'abbraccio di un'isola senza nome.
    E non so, né ho mai saputo, se è forse tornata
    da un lungo viaggio oppure non è mai neanche
    partita.
    Composta lunedì 10 maggio 2010
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      Scritta da: sintagma
      Voglio dirti gli ultimi versi
      ora che un nuovo amore ti accende
      e che questa primavera ti allontana da me
      per sempre con il grido di una rondine.
      Un cuore di poeta a un cuore di poeta.
      Voglio dirti, che ancora sogno
      un bambino sdentato che mi sorride
      sulle ginocchia.
      Ma la mia sedia è vecchia,
      la mia stanza troppo vuota e
      nemmeno un raggio di sole
      filtra dalle finestre.
      Questo bambino ride in ombra
      a una madre cieca.
      Perché come Psiche, tracciai nel buio
      i contorni del tuo viso ma non fui paga,
      e volli vedere l'amore.
      Ma lo scotto per troppo desiderio
      fu una meraviglia da deliquio, una lacrima
      di candela, l'amore ferito e offeso, e
      una freccia conficcata nelle pupille.
      Come farò, senza rivedere i tuoi occhi?
      Voglio dirti, che quando il glicine
      si piega sotto la sua cascata di fiori,
      io penso al tuo corpo gravido di dolcezza,
      pesante come un grappolo d'uva dalla vite.
      Ho vendemmiato i tuoi pensieri con vergini mani,
      assaporato le tue parole, che erano canti,
      in ascolti pieni di silenzi adoranti.
      Così, in qualche modo, ti ho avuto.
      Voglio dirti, che come un lombrico,
      hai scavato un cunicolo profondo
      nell'anima perché il vento potesse
      suonarci attraverso; mi hai reso flauto
      delle tue melodie.
      Vedi, nasciamo nudi e quando moriamo,
      siamo pieni di vesti.
      Si preoccupano costantemente di vestirsi,
      ma io voglio vivere e morire come sono nata: nuda.
      Tu mi hai spogliata di difese inutili, esposta
      al freddo della verità che ci assidera le mani:
      siamo esseri fragili.
      Perciò, voglio dirti grazie negli ultimi versi
      ora che un nuovo amore ti accende e
      che questa primavera ti allontana da me per sempre
      con il grido di una rondine.
      Non dirmi di essere serena.
      Ora voglio solo disperdermi nell'aria
      con il fumo di una sigaretta.
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        Scritta da: sintagma

        L'uovo

        Una volta mi
        hai regalato
        un uovo.
        Allora il destino
        parlava
        con la sua lingua
        presaga di
        oracoli.
        Ma ero troppo
        mortale e
        non sentivo
        che il passo
        in affanno
        del mio sguardo
        in corsa
        verso di te,
        il grido
        assordante
        dei polsi che si
        legavano
        in viluppi di arterie
        inestricabili.
        Ero una pianta
        ignara.
        Non sapevo che,
        dentro quell'uovo,
        c'erano colombe
        con il tuo nome,
        pesci che
        guizzavano
        tra le mani,
        migliaia di
        firmamenti
        ardenti,
        lune maestose e quiete,
        dolci risate
        come cascate
        di rondini,
        mare e gabbiani,
        pensieri come
        alberi.
        Non sapevo che,
        dentro quell'uovo,
        c'erano granchi al
        sole.
        Non sapevo che
        dentro quell'uovo,
        c'era rinchiusa la
        materia primordiale
        che ti ha generato, e che
        tu generi.
        Ora so
        che le mie gote
        sono gonfie di
        bocci e che
        dalla bocca
        spunta un ramo
        sul quale i passeri
        si fermano a pulire
        le ali
        e attorno al quale
        vengono a danzare
        le farfalle
        in amore.
        Composta mercoledì 7 aprile 2010
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          Scritta da: sintagma

          Canto della pazzia

          Chi sono io?
          Hai ragione tu
          quando dici che
          sono una folle.
          Sono pazza come
          una falena in volo,
          che ha bisogno
          della piccola luce e
          più si avvicina, e più
          si acceca, e più si acceca,
          e più il volo diventa
          pazzo.
          Perciò, perché sono pazza,
          voglio cantare una pesca
          pazza.
          Getto le reti in un mare
          in burrasca ma la barca
          resta
          e le reti sono
          piene
          di fiori.
          Perché sono pazza,
          voglio cantare la
          meraviglia della
          perdita.
          Perché mi sono persa
          in un campo di grano
          e c'erano giare
          colme
          di frumento e orci
          carichi
          di olio e di vino.
          Pazza qual sono,
          canto la ricchezza del frumento
          che mi scorre tra le mani e il profumo
          dell'olio e del vino che mi ungono
          le tempie.
          Pazza qual sono,
          voglio cantare un gatto
          addormentato
          tra gli orci,
          voglio cantare me,
          che mi abbandono
          tra le spighe.
          Pazza qual sono,
          canto la meraviglia di
          Cerere,
          che rende sapida
          la terra,
          che alimenta
          l'olmo
          sotto il quale
          Orfeo
          modula melodie
          e ammansisce
          le bestie con
          la follia
          sue note delicate.
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