Poesie di Eufemia Capezzera
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Corride
Quando il toro si precipita
nell'arena è una rosa magnifica
di Andalusia.
Lucido il manto come tenebra d'argento,
le corna sono austere spine.
Sciami di voci piovono dall'alto
come sputi caustici, dita cruente
scagliate da un'orda di arcieri
di tonache e di toghe.
Il giudizio universale si compie
quando il toro graffia la sabbia e
ridesta la memoria della morte
seppellita sotto la polvere,
quando l'adulazione sfiora
la feluca del matadore e
il fiore si ferma ai suoi piedi.
Vergine beffarda, laverai presto
col sangue del toro il tuo corpo,
per mondarti dalla promessa
di un amore di fumo, divorerai
ben presto, come una iena golosa,
i suoi testicoli, a rubare
il segreto delle forze telluriche
che ti governano.
Quando il toro va incontro
alla morte con gli occhi abbagliati
dal sole rosso dell'ipocrisia,
l'invidia e l'ambizione con un salto
lo feriscono alla schiena.
E la lama della vanagloria gli
trafigge la gola quando il respiro
si affanna e la bava si addensa
e schiuma dalla bocca come un'onda
furente.
E'allora che il toro precipita
sulle zampe e dalle narici
scaccia la vita nell'ultimo respiro
di fuoco.
Allora stramazza nella polvere
come una quercia mozzata
dalle radici.
Ed è allora che la cupidigia lo colpisce
dritto al cuore.
Per vedere la lingua che si distende,
nuda e immobile nella resa.
La nave
Nell'abbraccio di un'isola senza nome
resta la mia nave ferma senza tempo.
Il sole batte sul pontile, il vento accarezza
le spesse ritorte.
Non so, se i Lestrigoni
verranno ad annusare l'odore del legno
che ha messo radici, non so, se il ciclope
sfonderà con un masso le vele indurite dalla
salsedine.
Non so, se dai boschi di timo, Odisseo
vestito di pelle, correrà con le pecore rubate
a sfidare le onde, a forgiare la cera, a sognare
Itaca dall'albero maestro.
Nell'abbraccio di un'isola senza nome
resta la mia nave ferma senza tempo con
mille anfore di sabbia e mille statue
monche.
Ma nella solitudine di effigi senza nome
che non sanno parlare, una ninfa scalza
danza come un uccello e canta
in aliti di ginestre e di viole.
Le anfore si spaccano, scivola la sabbia,
trasudano miele tutte le statue.
Eppure la mia nave resta immobile
nell'abbraccio di un'isola senza nome.
E non so, né ho mai saputo, se è forse tornata
da un lungo viaggio oppure non è mai neanche
partita.
Voglio dirti gli ultimi versi
ora che un nuovo amore ti accende
e che questa primavera ti allontana da me
per sempre con il grido di una rondine.
Un cuore di poeta a un cuore di poeta.
Voglio dirti, che ancora sogno
un bambino sdentato che mi sorride
sulle ginocchia.
Ma la mia sedia è vecchia,
la mia stanza troppo vuota e
nemmeno un raggio di sole
filtra dalle finestre.
Questo bambino ride in ombra
a una madre cieca.
Perché come Psiche, tracciai nel buio
i contorni del tuo viso ma non fui paga,
e volli vedere l'amore.
Ma lo scotto per troppo desiderio
fu una meraviglia da deliquio, una lacrima
di candela, l'amore ferito e offeso, e
una freccia conficcata nelle pupille.
Come farò, senza rivedere i tuoi occhi?
Voglio dirti, che quando il glicine
si piega sotto la sua cascata di fiori,
io penso al tuo corpo gravido di dolcezza,
pesante come un grappolo d'uva dalla vite.
Ho vendemmiato i tuoi pensieri con vergini mani,
assaporato le tue parole, che erano canti,
in ascolti pieni di silenzi adoranti.
Così, in qualche modo, ti ho avuto.
Voglio dirti, che come un lombrico,
hai scavato un cunicolo profondo
nell'anima perché il vento potesse
suonarci attraverso; mi hai reso flauto
delle tue melodie.
Vedi, nasciamo nudi e quando moriamo,
siamo pieni di vesti.
Si preoccupano costantemente di vestirsi,
ma io voglio vivere e morire come sono nata: nuda.
Tu mi hai spogliata di difese inutili, esposta
al freddo della verità che ci assidera le mani:
siamo esseri fragili.
Perciò, voglio dirti grazie negli ultimi versi
ora che un nuovo amore ti accende e
che questa primavera ti allontana da me per sempre
con il grido di una rondine.
Non dirmi di essere serena.
Ora voglio solo disperdermi nell'aria
con il fumo di una sigaretta.
L'uovo
Una volta mi
hai regalato
un uovo.
Allora il destino
parlava
con la sua lingua
presaga di
oracoli.
Ma ero troppo
mortale e
non sentivo
che il passo
in affanno
del mio sguardo
in corsa
verso di te,
il grido
assordante
dei polsi che si
legavano
in viluppi di arterie
inestricabili.
Ero una pianta
ignara.
Non sapevo che,
dentro quell'uovo,
c'erano colombe
con il tuo nome,
pesci che
guizzavano
tra le mani,
migliaia di
firmamenti
ardenti,
lune maestose e quiete,
dolci risate
come cascate
di rondini,
mare e gabbiani,
pensieri come
alberi.
Non sapevo che,
dentro quell'uovo,
c'erano granchi al
sole.
Non sapevo che
dentro quell'uovo,
c'era rinchiusa la
materia primordiale
che ti ha generato, e che
tu generi.
Ora so
che le mie gote
sono gonfie di
bocci e che
dalla bocca
spunta un ramo
sul quale i passeri
si fermano a pulire
le ali
e attorno al quale
vengono a danzare
le farfalle
in amore.
Canto della pazzia
Chi sono io?
Hai ragione tu
quando dici che
sono una folle.
Sono pazza come
una falena in volo,
che ha bisogno
della piccola luce e
più si avvicina, e più
si acceca, e più si acceca,
e più il volo diventa
pazzo.
Perciò, perché sono pazza,
voglio cantare una pesca
pazza.
Getto le reti in un mare
in burrasca ma la barca
resta
e le reti sono
piene
di fiori.
Perché sono pazza,
voglio cantare la
meraviglia della
perdita.
Perché mi sono persa
in un campo di grano
e c'erano giare
colme
di frumento e orci
carichi
di olio e di vino.
Pazza qual sono,
canto la ricchezza del frumento
che mi scorre tra le mani e il profumo
dell'olio e del vino che mi ungono
le tempie.
Pazza qual sono,
voglio cantare un gatto
addormentato
tra gli orci,
voglio cantare me,
che mi abbandono
tra le spighe.
Pazza qual sono,
canto la meraviglia di
Cerere,
che rende sapida
la terra,
che alimenta
l'olmo
sotto il quale
Orfeo
modula melodie
e ammansisce
le bestie con
la follia
sue note delicate.